domenica 19 febbraio 2012

DILMA ROUSSEFF (repsera 12.01.2012)























Dilma piace. S’elevò nel primo governo dell’ex presidente brasiliano Lula (2002-2006) proprio per quel suo carattere, deciso e forte, e quel suo modo di applicarsi ai compiti, da secchiona attenta ad ogni dettaglio, tanto da conquistarsi fra la sorpresa generale l’appoggio del leader che la lanciò come miglior candidato per succedergli. Delusi e gelosi gli altri aspiranti traditi e i baroni del partido dos trabalhadores, al potere in Brasile, presero sottovoce a chiamarla “la mandona” (la prepotente). Ma il suo mentore, Lula, aveva ragione perché Dilma Rousseff ha prima vinto le elezioni e poi conquistato i brasiliani. Oggi il suo indice di approvazione personale supera il 72% e quello del suo governo batte tutti predecessori al giro di boa del primo anno (53%). Era l’economia, stupidi. Direbbe qualcuno proprio adesso che il boom brasiliano è entrato nella sua fase critica e che, questa Lady di Ferro dei Tropici (come la definiva ieri il Financial Times), si vedrà costretta ad affrontare la prova più difficile: evitare l’inversione della crescita. Da quello che faranno nei prossimi mesi Dilma e il suo governo dipenderà nel breve periodo il futuro dell’economia brasiliana che dopo dieci anni di forte espansione da sei mesi ha bruscamente rallentato. Colpa della crisi mondiale, della concorrenza cinese (tessile e calzature), e dell’apprezzamento della moneta (il real) rispetto al dollaro che ha reso più costose le esportazioni. Ma non solo. Molti analisti ammoniscono sulle debolezze storiche del Brasile (istruzione e infrastrutture) e attribuiscono al sistema, e non alla contingenza, le responsabilità della frenata e il risorgere di un demone antico da queste parti, l’inflazione, già al 6,5%.

Nubi all’orizzonte che i cittadini ancora non percepiscono nelle loro tasche ma che possono mettere in discussione l’avvenire del Brasile dei record (crescita, esportazioni, investimenti esteri). Gli obiettivi del gigante giallo oro, che fra il 2014 e il 2016 ospiterà in rapida successione i campionati del mondo di calcio e le Olimpiadi, non sono un segreto e dopo aver conquistato il sesto posto tra le grandi economie, superando Inghilterra ed Italia, punta entro il 2015 al quinto, scalzando la Francia. Per questo Dilma quest’anno correrà dei rischi abbassando le tasse ed alzando i sussidi per stimolare la domanda del mercato interno. Una politica in controtendenza rispetto alle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale che ha già provocato frizioni pubbliche fra la “presidenta” – economista di formazione – e Christiane Lagarde, la nuova direttrice del Fondo che ha sostituito Strauss-Kahn dopo lo scandalo del Sofitel a New York. Dilma piace ai brasiliani per le stesse ragioni per cui piacque a Lula quando nel 2005 la trasferì dal ministero dell’energia a capo di tutto il suo governo. Ma piace anche fuori dal Brasile soprattutto perché è meno ideologica e molto più pragmatica del suo predecessore. Un esempio facile da citare è il viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad che nel 2009 venne accolto da Lula e che quest’anno è stato costretto a cancellare il Brasile dalle sue mete latinoamericane (è andato da Castro, da Chavez, e andrà in Ecuador). Infatti per Dilma le relazioni con gli Stati Uniti sono strategiche e non ha nessuna voglia di perdere tempo in futili provocazioni ideologiche irritando Washington.

Fra le scelte che l’hanno resa popolare alla fine del primo anno bisogna citare la decisa lotta alla corruzione, la preferenza per le donne nell’esecutivo e nei posti chiave dei suoi collaboratori, e l’aumento (più del doppio rispetto all’inflazione) del salario minimo. Sul malaffare in politica ha decisamente cambiato passo costringendo ben sei ministri – tutte eredità avvelenate dell’epoca Lula – indagati dalla magistratura alle dimissioni. Sessantatré anni, figlia di un comunista bulgaro, ex guerrigliera incarcerata e torturata durante la dittatura militare, la Rousseff da adolescente sognava i palcoscenici del balletto. Oggi rilegge Dostojevsky, ascolta l’opera lirica italiana, e ha di fronte la sfida più importante. Fare in modo che il Brasile mantenga tutte le sue promesse.

sabato 18 febbraio 2012

Falkland, giochi di guerra (Repsera 17 febbraio 2012)

L’approssimarsi del trentesimo anniversario della sconfitta nella guerra con la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e l’autarchia economica voluta da Cristina Kirchner stanno risvegliando a Buenos Aires vecchi fantasmi. L’impeto nazionalista rispetto al conflitto con Londra per l’arcipelago delle Falkland/Malvinas coincide di solito in Argentina con l’incubazione di profonde crisi politiche. Fu così nell’aprile del 1982 quando i generali dell’ultima dittatura, sempre più screditati e in difficoltà, lanciarono l’esercito verso le due isole maggiori che, insieme a numerose altre più piccole e disabitate, compogono l’arcipelago a meno 500 km dalle coste argentine. Oggi a ravvivare l’interesse di Buenos Aires per la secolare contesa ci hanno pensato prima le diverse versioni sui vasti giacimenti di petrolio che, secondo i tecnici di aziende britanniche e americane, si troverebbero in fondo all’Oceano nelle acque ad est delle Falkland e l’arrivo nella guarnigione militare delle isole del principe William, nipote della regina e primo figlio di Carlo e Diana, per una missione di sei settimane insieme ad un cacciatorpediniere della marina inglese, l’Hms Dauntless (l’Intrepido).

Così davanti all’ambasciata inglese nella capitale argentina si danno alle fiamme le bandiere di sua maestà mentre dalla Casa Rosada (sede della presidenza) si diffonde un dossier, già consegnato all’Onu, nel quale si accusano i britannici di voler “militarizzare” la zona sud dell’Oceano Atlantico. E, intorno a Cristina, si stringe la solidarietà, degli altri paesi dell’America Latina che in un recente summit hanno sottoscritto una dichiarazione nella quale s’impegnano ad impedire l’ingresso nei loro porti di navi con la bandiera “illegale” delle Falkland. Divieto chiesto dall’Argentina con l’obiettivo di isolare economicamente l’arcipelago. Oggi sulle isole risiedono circa tremila persone, i “kelpers” (70% inglesi, 10% cileni), soprattutto dediti alla pastorizia e alla produzione di lana, 1 milione 600mila chili all’anno.

Gli echi della contesa diplomatica sono arrivati fino alle star cinematografiche di Hollywood. E’ intervenuto Sean Penn per dire che la posizione di Londra “è insensibile, militarista e sbagliata” e che, a suo giudizio, l’Inghilterra dovrebbe accettare un dialogo con l’Argentina per risolvere la controversia. Il diniego inglese su ipotesi di compromesso e anche su qualsiasi apertura di un tavolo di trattativa sulla sovranità di Port Stanley (o Puerto Argentino) si basa su quello che tutti i premier britannici, conservatori o laburisti, hanno definito come “diritto di scoperta”. Perché il primo a toccar terra su quelle lande disabitate fu un capitano inglese, John Strong, nel 1690. Poi la storia si complicò. I primi coloni furono, cent’anni dopo, sia inglesi che francesi. Gli inglesi rimasero (e i discendenti sono i kelpers di oggi) mentre i francesi vendettero tutte le loro cose ai re di Spagna e abbandonarono le isole. Arriviamo così fino al 1816 quando con la dichiarazione d’indipendenza la nascente Argentina rivendica per la prima volta la sua sovranità territoriale sull’arcipelago. Seguono guerre e battaglie della Gran Bretagna contro gli americani che si spingono fin laggiù a caccia di foche e contro Buenos Aires che, di tanto in tanto, spedisce verso le Falkland comitive di giovani coloni. Nel 1964 la questi

one arriva all’Onu e s’impatana. Scoppia l’ultima guerra, 72 giorni e mille morti (655 argentini e 236 inglesi). E infine c’è Carlos Menem, discutibile presidente negli anni Novanta, che a caccia di un buon partito per sua figlia Zulema, si presenta a Buckingham Palace, invita ad un giro di tango la regina Elisabetta, e sottovoce cerca di strapparle qualche promessa sul futuro delle Malvinas ricordandole che sia lei sia il Portogallo stavano riconsegnando Macao e Hong Kong a Pechino.

Fra Londra e Port Stanley ci sono più di 12mila chilometri ma l’Inghilterra sostiene che la rivendicazione argentina è una forma di “colonialismo al contrario” nonostante sull’arcipelago delle Falkland/Malvinas ci siano ancora oggi più pecore che persone perché i tremila residenti non vogliono proprio saperne di diventare argentini. Anzi, ogni volta che vedono un giornalista tirano fuori la Union Jack e lo invitano a bere birra inglese al pub. Fra insulti e qualche balla (un ministro argentino ha sostenuto che sul cacciatorpediniere inglesi ci sarebbero testate nucleari) l’escalation della tensione è destinata a crescere. Per ora senza vie d’uscita che aprano la strada ad una soluzione concordata della secolare contesa.

giovedì 16 febbraio 2012

Spagna, la controriforma


GIOVEDÌ, 16 FEBBRAIO 2012

Pagina 51 - Esteri

Dall´aborto ai matrimoni gay fino all´istruzione e all´ambiente I ministri del centrodestra fanno a gara per il ritorno al passato

Via alla Controriforma che cancella l´era Zapatero



Dopo le elezioni di novembre i "popolari" hanno la maggioranza assoluta dei seggi

OMERO CIAI
Non solo cancellare Zapatero, e in fretta, ma se possibile andare anche più a destra di quello che fecero gli ultimi governi populares, quelli di Aznar, negli anni Novanta. Sembra essere questa, a meno di due mesi dall´arrivo del nuovo governo di Mariano Rajoy in Spagna, la strategia che ispira le "controriforme" avviate da diversi ministeri. Non solo aborto dunque, ma anche istruzione, ambiente, televisione, giustizia, nucleare, pillola del giorno dopo, e magari anche legge sul franchismo e memoria storica grazie alla maggioranza assoluta dei seggi.
Dopo i temi più urgenti, bilancio e disoccupazione, sui quali Rajoy è già intervenuto tradendo qualche promessa fatta durante la campagna elettorale - ha aumentato le tasse e reso più facili e meno costosi i licenziamenti per le imprese - il neogoverno si concentra sul resto per mettere in pratica i cambiamenti che piacciono di più al suo elettorato. In prima linea la riforma della legge socialista sull´aborto, quella che abbassa l´età per l´interruzione della gravidanza fino a sedici anni, senza la necessità di avere il consenso dei genitori e senza dover specificare motivo alcuno. Il progetto conservatore, già chiarito dal ministro della Giustizia Gallardón, vuole tornare al 1985, imponendo alle donne la possibilità di abortire soltanto in alcuni casi, come la violenza sessuale o i rischi di malformazione per il feto, e sempre specificando un "motivo" con il consenso del medico. Un salto indietro di un quarto di secolo.
Sull´altro chiodo fisso dei vescovi - i matrimoni gay - invece il centrodestra spera che la legge venga cancellata dalla Corte Costituzionale ed aspetterà ad intervenire finché i magistrati non si pronunceranno sui ricorsi. Ma lo spettro delle novità annunciate dai ministri conservatori è più ampio e preoccupante. Il ministro dell´Ambiente vuole cambiare "in modo profondo" la legge che vieta di costruire a pochi metri dal mare lungo le coste spagnole oltre ad evitare la chiusura di una delle centrali nucleari più vecchie e abolire gli incentivi sulle rinnovabili. Il ministro dell´Istruzione vuole sostituire la materia "cittadinanza" perché è un corso che include argomenti che «spettano soltanto all´educazione dei figli nella famiglia», ridurre di un anno il Liceo, e cambiare i programmi delle scuole pubbliche. Il ministro della sanità vuole eliminare dalla farmacie la pillola del giorno dopo perché «è uguale ad un aborto».
Non sfugge alle premure del nuovo governo neppure il Consiglio superiore della magistratura. Anni fa socialisti e popolari raggiunsero un accordo per evitare che fosse composto solo da magistrati di destra, componente ancora largamente maggioritaria (come s´è appena visto nella durissima condanna che ha esautorato Garzón). Grazie a quel compromesso che serve a bilanciare la sua composizione politica, il Consiglio viene eletto sulla base di 36 nomi proposti dai magistrati, dodici dei quali vengono poi votati dal Parlamento. Ma presto non sarà più così.

Capriles, lo sfidante di Chavez (Repubblica sera 14 febbraio 2012)

Se per battere Hugo Chavez alle elezioni, un superman delle urne che da quindici anni vince tutto, è necessario rompere la polarizzazione fra aristocrazia e ceto medio da una parte e la massa di poveri e poverissimi dall’altra, con le primarie di domenica scorsa l’opposizione venezuelana potrebbe aver trovato l’uomo giusto. Trentanove anni, avvocato, Henrique Capriles Radonski, non ha mai – come Chavez – perso un’elezione. Deputato a ventisei anni, poi sindaco per due volte di Baruta - un municipio del Gran Caracas - nel 2008 è diventato governatore dello Stato di Miranda, il secondo più grande del paese, strapazzando un peso massimo del “chavismo”, più volte ministro e vicepresidente, come Diosdado Cabello.

Con una nonna materna, Lili, sfuggita al Ghetto di Varsavia e all’Olocausto, e un padre erede,insieme ad altri fratelli, di un piccolo impero locale nei mass media, Capriles è un figlio della buona borghesia venezuelana ma in politica è un cristiano sociale che ama definirsi seguace dell’ex presidente brasiliano Lula e del leader anti-apartheid sudafricano Nelson Mandela. Mentre, nel privato, è un fanatico dell’esercizio fisico e dell’alimentazione sana. Single, ma promette di sposarsi presto, “appena troverò la donna giusta”, ha vinto le primarie per la candidatura dell’opposizione alle presidenziali del 7 ottobre grazie ad un progetto di centrosinistra moderato che sogna un Venezuela alla brasiliana con una forte economia di mercato riequilibrata dai programmi sociali dello Stato. E’ l’unica opzione che garantisce all’umiliata opposizione venezuelana di poter rivaleggiare con “il socialismo del XXI secolo” del “caudillo rosso”. “Se Chavez è il cammino verso il socialismo, con uno Stato che vuole essere guida di tutto, io sono il cammino del progresso”, dice Capriles che promette di diventare “un presidente per tutti” e riconciliare il paese (“come Mandela per il Sudafrica”) dopo anni nei quali – è stata la strategia vincente di Chavez – una metà dei cittadini è stata spinta a combattere con tutti gli strumenti del populismo l’altra metà. Poveri contro “escualidos” (gli squallidi) della borghesia.

L’altra prerogativa di Capriles, che ha vinto le primarie ottenendo l’appoggio del 62% di tre milioni di votanti, è quella di annullare, grazie alla sua giovane età, una delle armi migliori che ha avuto Chavez per raccogliere il consenso dei ceti più disagiati: il fantasma della restaurazione. Il ritorno al passato prima di lui. Non è un caso infatti che la candidatura più conservatrice all’interno del Mud - l’alleanza di trenta partiti, di destra e di sinistra, che forma l’opposizione – quella di Maria Corina Miranda abbia ottenuto un misero 4 percento. Persino la destra più dura dell’ex oligarchia ha capito che non avrebbe avuto speranze se non appoggiava un candidato dell’ala progressista, come Capriles o Pablo Perez (arrivato secondo), quella che idealmente fa riferimento all’ex guerrigliero ottanttenne Teodoro Petkoff, grande amico di Gabriel Garcia Marquez e, da sempre, spin doctor dell’antichavismo.

Il Venezuela che s’avvia verso il voto in autunno non è il paese dell’utopia. Al contrario di molti altri paesi dell’America Latina, che attraversano una fase di sviluppo, l’economia di Caracas annaspa. L’inflazione è altissima (27,6 percento), la disoccupazione anche. Ma grazie al petrolio il sistema tiene. Come spiega la storica, ed ex chavista, Margarita Lopez Maya “Mai come negli ultimi quindici anni la popolazione più povera del Venezuela si era sentita tanto al centro dell’attenzione, motivo che spiega il perché la popolarità del presidente-comandante sia ancora oltre il 50 percento nonostante la sua incapacità di dare risposte efficaci ai problemi e di individuare soluzioni reali. I ceti poveri – ha aggiunto Lopez Maya – sono quelli che hanno ottenuto più benefici da questo periodo, in termini materiali e simbolici. E si sentono identificati con una leadership come quella di Chavez perché ha le loro stesse origini. Per vincere l’opposizione deve diventare credibile anche per queste persone.”

La sfida elettorale fra Chavez e Capriles avrà anche una ripercussione internazionale forte. E non solo per un partner economico decisivo come gli Stati Uniti che vedono oggi la possibilità per la prima volta di liberarsi di un fastidioso avversario ideologico. Contro Washington Chavez sostiene la Cuba castrista ma ha anche stretto una forte alleanza strategica con l’Iran di Ahmadinejad. Capriles sta dall’altra parte. Lui è cattolico ma la sua famiglia appartiene alla comunità ebraica ed è legata ad Israele.

lunedì 13 febbraio 2012

"El Supremo acaba con Garzòn"

REP
VENERDÌ, 10 FEBBRAIO 2012

Pagina 47 - Esteri

Il super giudice spagnolo interdetto per 11 anni per intercettazioni illecite Finisce la carriera del pm che indagò sul franchismo e fece arrestare Pinochet

La sconfitta di Garzón cacciato dalla magistratura



OMERO CIAI
L´audace carriera di uno dei magistrati più famosi d´Europa è finita ieri a Madrid con una sentenza durissima che lo ha condannato a 11 anni di sospensione per abuso di potere. Per il Tribunale supremo spagnolo che lo ha giudicato Baltasar Garzón ha leso il diritto alla difesa di tre imputati del "caso Gürtel" - una trama di corruzione politica nella quale sono coinvolti dirigenti del partito Popolare del premier Rajoy - ordinando di intercettare, mentre erano in carcere, le loro conversazioni con gli avvocati difensori. Un verdetto che, soprattutto per la sua severità, ha subito diviso la Spagna: a destra il partito Popolare chiede "rispetto" per la decisione del Supremo; mentre a sinistra, socialisti e Izquierda Unida, manifestano la loro indignazione per un provvedimento che espelle dalla magistratura il "super giudice" difensore dei diritti umani e protagonista di tutte le inchieste più importanti degli ultimi anni.
Due decenni di storia, non solo spagnola, sono legati al nome di Garzón che divenne noto in tutto il mondo quando il 15 ottobre del 1998 firmò l´ordine d´arresto dell´ex dittatore cileno Augusto Pinochet ricoverato in una clinica di Londra. Un anno e mezzo dopo Pinochet tornò libero grazie alla Gran Bretagna (e al ministro della Giustizia di allora, Jack Straw) che respinse la richiesta d´estradizione in Spagna restituendo così al vecchio generale i piaceri ricevuti nel corso della guerra per le Falkland-Malvinas. Ma grazie all´azzardo di Garzón - l´unico giudice che riuscì ad infliggere 503 giorni di arresti domiciliari all´ex dittatore - anche in Cile s´aprirono procedimenti giudiziari contro Pinochet e la sua famiglia.
Altre volte vinse. È grazie al lavoro di Garzón che in Argentina l´ex presidente Nestor Kirchner riuscì a far approvare le leggi che abolirono l´amnistia e l´indulto per i militari coinvolti negli eccidi della dittatura. Ed è, probabilmente, anche grazie ad alcune sentenze di Garzón sui fiancheggiatori del terrorismo che l´Eta in Spagna sia stata poi costretta a rinunciare alle armi. Figlio di un benzinaio di Torres, in provincia di Jaén, nell´Andalusia, Baltasar Garzón, 56 anni, studiò da giudice mentre in Spagna tramontava la dittatura franchista e vinse il concorso per l´Audiencia Nacional - il Tribunale speciale che in Spagna gestisce tutte le principali cause - negli anni dell´euforia per l´ingresso in Europa e una lunga stagione di crescita economica e culturale. Intrepido e spavaldo diresse le prime grandi operazioni contro il narcotraffico diventando subito molto scomodo per il potere politico - allora i socialisti del Psoe - con l´inchiesta sulla "guerra sporca" (i Gal) organizzata dal ministero degli Interni contro il terrorismo basco.
Nel 2001 la sua attenzione si rivolse anche verso Berlusconi per il canale tv spagnolo Telecinco. Garzón accusò Sua Emittenza di aver violato la legge contro le concentrazioni televisive attraverso l´uso di finanziamenti off-shore. Ma non riuscì a processarlo perché il Consiglio d´Europa non annullò l´immunità di cui Berlusconi godeva facendone parte. Cinque anni dopo Garzón riaprì la causa che si concluse nel 2008 con una assoluzione per l´ex premier italiano.
A Madrid si dice che Garzón «ha fatto tante cose buone ed alcune cattive» ma non c´è dubbio che molti suoi colleghi cercarono fin dall´inizio di contrastare la sua carriera e le sue indagini. Insieme al procedimento contro di lui per abuso di potere nel caso Gürtel, il "super giudice" spagnolo è stato sottoposto a giudizio dal Tribunale supremo in altre due cause ancora aperte. La prima è per aver iniziato una inchiesta sui crimini del franchismo violando la legge di amnistia ancora in vigore votata dal Parlamento nel 1978. La seconda, dove è chiamato in causa per presunta corruzione, riguarda una serie di conferenze che tenne anni fa negli Stati Uniti e che vennero sponsorizzate dalla banca Santander. Nello stesso periodo Garzón si occupò di una inchiesta nella quale era coinvolto il presidente di quella banca, Emilio Botin, uno degli uomini più ricchi e influenti di Spagna, e lo prosciolse.
Per i suoi nemici Baltasar Garzón ha violato la legge interpretando in maniera particolarmente estesa i suoi poteri di magistrato. Per i sostenitori è la vittima di un complotto dell´ala conservatrice ed ex franchista della giustizia spagnola ed i suoi presunti errori non possono giustificare una sentenza di rimozione dalla magistratura. «Oggi è un giorno triste per la democrazia» ha commentato un dirigente di Izquierda Unida mentre altri parlano di «vergogna» e di «preoccupante ingiustizia contro un magistrato che combattuto il narcotraffico, il terrorismo e la corruzione politica». Ora l´avvocato del "super giudice" valuta la possibilità di un ricorso presso la Corte costituzionale o la Corte europea dei diritti umani.

mercoledì 11 gennaio 2012

La lezione argentina (repubblica sera 10 gennaio 2012)


Tornare in Argentina ricordando le immagini dei giorni del default fra il dicembre 2001 e il gennaio 2002 – il presidente De La Rua che fugge in elicottero dal palazzo della Casa Rosada, la folla in piazza, i morti, i falò per le strade di San Telmo – ha l’effetto di un incubo che s’abbandona con il risveglio. Neppure Buenos Aires è più la stessa. Allora, dopo il tramonto, lungo le strade dei quartieri borghesi, fra Palermo e Recoleta, sfilava l’esercito dei “cartoneros”, i ragazzini – alcuni giovanissimi – che dagli slum della periferia (le villas) arrivavano per frugare nell’immondizia in cerca di cartone da rivendere e di qualche rifiuto commestibile. Portavano via quel che trovavano, perfino le lamine di rame dalle statue, famelici come un esercito di nuovi barbari. Tornò l’economia del baratto e il 60% della popolazione sprofondò nella miseria. Un crac nel quale rimasero imprigionati anche 330mila risparmiatori italiani, grandi e piccoli, che avevano acquistato circa 12 miliardi di bond argentini.



Oggi le strade della capitale argentina impazziscono di traffico, i ristoranti di Palermo-Hollywood lungo il Rio de la Plata sono sempre affollati, gli shopping center colmi di clienti. Il default e la forte svalutazione della moneta hanno rilanciato il turismo, fatto esplodere le esportazioni e assicurato, dal 2003, una crescita media del Pil oltre l’8%. Tanto che la “presidenta” Cristina Kirchner, rieletta a novembre con il 54% dei voti, e la maggior parte dei suoi consiglieri economici, propongono il “modello Argentina” – moratoria del debito, svalutazione e autarchia - come soluzione per altri paesi in difficoltà finanziarie. “Fallire e vivere felici” è, secondo loro, la lezione che dovrebbe imparare anche la Grecia. All’ingresso di un negozio di calzature sull’Avenida Corrientes, il viale delle librerie e dei teatri nel centro di Buenos Aires, campeggia lo slogan: “Se compri argentino crei un posto di lavoro, altrimenti crei un disoccupato”. Ed è esattamente quel che è accaduto dopo il disastro quando l’Argentina peronista di Duhalde e Kirchner, quella dei cinque presidenti in dodici giorni fra il Natale del 2001 e la Befana del 2002, rinnegò la sbornia delle privatizzazioni e della globalizzazione degli anni Novanta (Menem), cacciò i manager del Fondo Monetario, nazionalizzò e ricostruì piccole industrie e mercato interno. L’effetto è innegabile: il tasso di disoccupazione è crollato dal 25% del 2001 al 7,5% nel 2011; il debito, ristrutturato, è sceso dal 140% al 45% del prodotto interno lordo; e, nelle casse dello Stato ci sono più di 40 miliardi di euro di riserve. E oggi persino premi Nobel dell’economia, come Stiglitz o Krugman, sottolineano l’esempio dell’Argentina. “Dimostra – ha detto Stiglitz contestando le strategie economiche fondate solamente su austerity e rigore fiscale - che c’è una vita anche dopo il fallimento dello Stato”.



Per i critici lo scenario da raccontare è un po’ diverso. Più che il default ciò che salvò l’Argentina dai suoi demoni furono la lenta svalutazione del dollaro (che contribuì a ridurre la massa del deficit) e, soprattutto, l’aumento dei prezzi delle materie prime con l’irruzione della domanda cinese nel mercato mondiale. La grande richiesta di soia e di carne, commodity di cui l’Argentina è uno dei principali produttori, ha garantito attraverso le tasse sull'export un surplus da reinvestire nei sussidi alle spese delle famiglie (luce, gas, trasporti) e negli incentivi alla domanda interna. L’ex ministro dell’Economia Roberto Lavagna, uno degli artefici della ripresa post crac ma oggi su posizione opposte a quelle del governo di Cristina Kirchner, dice: “La mia impressione è che andiamo avanti rattoppando, la classe media ha l’impressione che le cose vadano molto meglio perché la politica economica del governo promuove i consumi e sovvenziona i servizi pubblici. E’ un modello che potrà funzionare solo fin quando i prezzi delle materie prime saranno alti e le esportazioni argentine in crescita”. Altri economisti all’opposizione ammoniscono sottolineando due punti critici. L’inflazione, è altissima sopra il 20% ma il governo la nasconde falsificando i dati. E una vecchia disgrazia argentina, la fuga dei capitali, che ora si cerca di contenere limitando per legge l’acquisto di dollari. Poi c’è la scarsa fiducia dei mercati internazionali che evitano gli investimenti in Argentina e, sullo sfondo, le nubi che annunciano un altro crac se la lacomotiva cinese dovesse arrestarsi. Ma gli argentini ormai ci sono abituati: “Una volta – dice Maria Laura, medico quarantenne che perse tutti i suoi risparmi nel 2002 – i cicli di espansione economica duravano al massimo cinque anni, adesso andiamo verso i dieci: per noi è quasi una cuccagna”.

intervista a Camila Vallejo (repubblica sera 22 dicembre 2011)

OMERO CIAI




Ventitré anni, gli occhi verdi, un viso morbido da cover-girl, il piercing al naso, i jeans strappati e la sciarpetta di alpaca: non fosse così incantevole la “compagna Camila” forse il lungo sciopero degli universitari cileni non avrebbe fatto il giro del mondo. E, nelle sue inquietudini di primo presidente eletto dalla destra cilena vent’anni dopo la fine della dittatura di Pinochet, Sebastian Piñera non avrebbe potuto immaginare incubo peggiore: l’irruzione sulla scena di una bella ragazza che ha trasformato la battaglia per l’istruzione pubblica in una emergenza nazionale affondando la sua popolarità, alle stelle dopo il salvataggio dei 33 minatori nel deserto dell’Atacama, al di sotto del 30 percento. “Non basta una bella faccia – risponde Camila Vallejo Dowling – per portare in piazza un milione di studenti e genitori, ed avere il sostegno della maggioranza dei cileni”. Figlia di due piccoli imprenditori che vendono caldaie, studia geografia, ed è fidanzata con Julio Sarmiento, un leader studentesco che l’ha preceduta nella presidenza della Fech, l’organizzazione degli studenti dell’Università del Cile. Amabile, chiara e rigorosa nell’eloquio, Camila ha anche molte buone ragioni.



Questa settimana i lettori del Guardian ti hanno nominato “personaggio dell’anno” e secondo un sondaggio in Cile sei la donna più ammirata dalle adolescenti. Hai battuto l’ex presidente Michelle Bachelet e Violeta Parra.



“Che orgoglio! Magari questa ammirazione si trasformasse in atti concreti. E’ bello che le ragazze più giovani abbiano dei punti di riferimento come posso essere io o altre persone. Le donne in Cile devono intervenire di più nella vita pubblica, impegnarsi in politica, affrontare il compito di guidare trasformazioni profonde in una società ingiusta come la nostra e assumerne le responsabilità”.



Il tuo 2011 è stato un anno vissuto pericolosamente, sempre in prima linea. Com’è cambiata la tua vita?



“Praticamente non ho più una vita privata ma credo sia il prezzo da pagare quando si prende parte ad una battaglia politica come quella di un movimento studentesco che vuole trasformare le regole e riconquistare l’istruzione come un diritto sociale per tutti. In Cile l’Università è classista: se puoi pagare hai le condizioni migliori, altrimenti la tua famiglia è costretta a far debiti con le banche per farti studiare. E’ un modello imposto col sangue dalla dittatura di Pinochet che i governi di centrosinistra non hanno modificato, noi ora vogliamo cambiarlo”.



Centinaia di interviste, copertine in tutto il mondo: curi diversamente la tua immagine?



“No, mi vesto come mi vestivo un anno fa. E se un giorno decido di truccarmi è solo perché ne ho voglia e non perché devo andare in tv. So di essere carina e non ho problemi ad ammetterlo ma ho già detto che non ho deciso io quale sarebbe stato il mio aspetto, invece ho deciso qual è il mio progetto politico”.



Si parla già di una tua candidatura al Parlamento, ti aspettavi tutto questo successo?



“Neanche per idea ma le richieste degli studenti e dei loro genitori per cambiare il sistema scolastico ed ottenere l’istruzione gratuita e di qualità per tutti vengono da lontano. Siamo una maggioranza sociale e alla fine chi sta al governo dovrà ascoltarci. Ora il nostro obiettivo è quello di coinvolgere altri attori sociali nel progetto, senza l’appoggio delle forze produttive, dei sindacati, dei partiti, gli studenti non hanno la forza sufficiente per piegare il governo.”



Hai ricevuto minacce, sei scortata?



“Solo durante i cortei da alcuni compagni dell’Università. Cerco di fare una vita normale, di uscire di casa da sola, passeggiare, andare a qualche festa. Di solito ci riesco”.





Che cosa ti piace della politica?



“Mi piace quel che è ovvero in quale maniera viviamo in società e ci mettiamo d’accordo per fare cambiamenti dei quali possa beneficiare la maggioranza. E’ questa è un’arte per nulla facile da apprendere perché spesso tendono ad essere dominanti le differenze o le sfide personali ma quando si superano queste difficoltà tutti possono uscirne arricchiti. La politica è ingrata ma quando si raggiungono il consenso, gli accordi, è una evoluzione: ecco cosa mi piace davvero del fare politico, il fatto che riesca a regalarti sempre una visione più globale dei problemi”.



Meglio le donne o gli uomini in politica?



“Non si può generalizzare. In ogni caso non mi piace l’intolleranza di chi prende una posizione e non si muove più, preferisco chi costruisce proposte capaci di superare le differenze”.



Cosa non ti piace della politica?



“Non mi piacciono il doppiogioco, né l’ipocrisia e l’opportunismo di una politica che si contrappone all’etica”.



Ci sono letture e persone importanti nella tua formazione politica?



“Ho letto Gramsci e Carlo Marx ma la figura politica più importante per me è stata quella di Salvador Allende”.



Sei iscritta alla federazione giovanile del partito comunista cileno e hai detto che sei orgogliosa di essere comunista. Non è un modello fallimentare? In Europa il socialismo reale e i partiti comunisti se ne sono andati con il 1989.



“Quella cilena è una storia completamente diversa. I comunisti sono stati perseguitati dalla dittatura militare e forse per questo sono sopravvissuti alla caduta del Muro di Berlino che qui in Cile coincide con il referendum del 1989 nel quale venne sconfitto Pinochet e si aprì la strada per il ritorno della democrazia. Il pcc non è mai stato un partito totalitario ed essere comunista per me oggi significa soprattutto impegnarmi contro un modello neoliberale che crea diseguaglianza sociale”.



Una volta nel corso di quest’anno hai detto: “Magari ci fosse un luogo dove non essere costretta a parlare di politica universitaria, dove rilassarsi”. L’hai trovato?



“No, ancora lo cerco”



Dal primo gennaio non sarai più portavoce della Fech, l’organismo degli studenti dell’Università del Cile, cosa cambia nella vostra protesta?



“Non cambierà molto perché rimarrò come vicepresidente e l’anno prossimo il nostro movimento proseguirà perché non abbiamo ottenuto nulla dal governo Piñera. Si è dimesso il ministro dell’istruzione ma fra le nostre richieste e le loro proposte c’è ancora troppa distanza”.



In Cile adesso inizia l’estate, vai in vacanza?



“Devo studiare per laurearmi in Geografia entro marzo. Poi voglio iscrivermi ad un master. Per le vacanze non ho tempo”.