NORBERTO FUENTES
La cognizione che un'isola è un luogo dal quale non puoi scappare mi fu chiara piuttosto tardi nella mia giovinezza. Non avevo ancora compiuto trent'anni quando mi trovai coinvolto nel più famoso scandalo letterario della Rivoluzione: il caso del poeta Heberto Padilla, anno 1971. Padilla era stato arrestatoe tutto indicava che il prossimo sarei stato io, per il fatto di essermi messo in evidenza come scrittore dissidente. Comparve allora a casa mia un romanziere, un certo Ezequiel Vieta, che aveva il doppio dei miei anni, e diceva di essere un «ammiratore incondizionato» della mia letteratura. Ci voleva uno sforzo di immaginazione per accettare che un libretto di 100 pagine meritasse il rango di "letteratura". Ma comunque. Si dà il caso che Ezequiel, non so come, si era procurato un'automobile, una Hillman Triumph nuova di zecca, e si presentava a casa mia ad offrirmi la chiave di avviamento per metterla al mio servizio. «Prendi la macchina e scappa», mi disse. «Non farti catturare». Attentoa non ferirei suoi sentimenti, gli feci presente che Cuba non aveva frontiere terrestri e che il movimento era limitato fino alla costa. «Sì», rispose meditabondo. «È vero. È il problema delle isole». «E poi, Ezequiel», aggiunsi, «non dimenticare che il combustibile è razionato».
Confesso anche che all'epoca non avevo la minima intenzione di andarmene, nemmeno se Ezequiel mi avesse procurato una Hillman anfibia. Nonostante fossi perseguitato, Cuba e la sua Rivoluzione erano un'avventura che non volevo perdermi per nulla al mondo. C'erano dei pericoli, ovviamente, ma quale vera avventura non ne ha? Eravamo un popolo di eletti. Niente a che vedere con le decine di migliaia di cubani che stanno facendo la fila da giorni di fronte agli uffici che rilasciano i passaporti. È questo quello che mi raccontano amici e parenti da Cuba, con il nostro linguaggio in codice. È come se cercassero di prendere le distanze da un vulcano. Il popolo eletto fugge. La cosa strana, tuttavia, è che fugge da un vulcano che si sta spegnendo. Le autorità cubane affermano che sono stati aperti duecento uffici, dislocati in tutto il paese. La loro missione è rilasciare passaporti. Quella dei cubani è organizzare file come si sono abituati a fare durante mezzo secolo di ristrettezze. Nominano una sorta di delegato - a volte volontario, a volte dietro modesto compenso - che tiene cinque o sei posti mentre l'interessato può dedicarsi ad altre attività.
«Senti, sono matti», mi dice Many Bouza, con un linguaggio chiaro e aperto perché ci stiamo bevendo una birra qui, a Miami. Many ha un'agenzia immobiliare e guida una Mercedes Benz. Diventammo amici qualche anno fa, quando scoprimmo che stavamo nella stessa zona durante le operazioni di "pulizia" dei monti dell'Escambray dai controrivoluzionari. «I miei cugini stanno vendendo il loro appartamento a l'Avana per quindicimila dollari.E non sanno ancora dove andranno, né di cosa vivranno. Soprattutto, non sanno che quei quindicimila dollari non gli basteranno per vivere neppure per qualche mese». Nonostante ciò l'attività ferve e l'immaginazione del paese è tutta occupata da quando il governo ha annunciato di voler eliminare la tristemente famosa tarjeta blanca. La cosa viene vista un po' come l'equivalente della legalizzazione della marijuana in alcuni Stati degli Usa, con la differenza che a San Francisco o a Seattle ti puoi saziare di erba mentre i cubani, per ora, non avranno altro che un documento di cartone con la loro fotografia, il nome e trentadue pagine in bianco.
Vero è che fino a oggi la sola pretesa di uscire dal paese ti trasformava in un cittadino sospetto di attività controrivoluzionaria. Finivi immediatamente sotto la lente dei "servizi". Ma le cose cambiano: «È la dialettica», avremmo detto nei nostri anni di scoperta del marxismo. Da questa mattina ti procuri un visto, ti compri il biglietto, ti presenti all'aeroporto e aspetti la chiamata per l'imbarco. E si realizza finalmente la barzelletta del bambino cubano: "Che vuoi fare da grande?", "Il turista!". Il fatto è che le speranze riposte in questo 14 gennaio sembrano condurre più che altro verso una strada senza uscita. Non voglio pensare che sia tutta una grande presa in giro del governo nei confronti dei suoi sudditi. Di sicuro però non esistono molti posti nel mondo che accettino cubani senza visto, e quelli che non hanno problemi a riceverli limitano il periodo di permanenza. Per cui la situazione è simile a quella descritta da William Faulkner e poi da Hollywood: il villaggio di pescatori in cui se apri una porta cadi dritto nell'oceano. Alcuni intraprendenti cittadini in possesso di un computer, per un euro ti vendono la lista aggiornata dei paesi che accettano cubani con un passaporto ancorché privo di visto di ingresso. La lista è stampata su un solo foglio di carta,e su una sola facciata. Tra tutti i continenti, l'Asia è quello che si mostra più generoso. In testa c'è la Mongolia. Si sa, atterri a Ulan Bator e poi ti vai a godere il denso latte di yak che si munge nel deserto del Gobi, sottozero, accerchiato da un branco di lupi.
Al contrario della Mongolia, i paesi africani fratelli non si distinguono per disponibilità. Nemmeno gli angolani: sembra che la storia dei nostri duemila combattenti morti per la loro libertà non li commuova. Non solo pretendono il visto, ma devi anche far loro vedere di quanti soldi disponi. E questa è l'altra spada di Damocle che pende sull'ondata di emigranti che si accalca in fila: chi paga il biglietto aereo? Come fare a mantenersi una volta atterrati? Secondo molti la risposta a queste due elementari domande è rintracciabile nello spirito imprenditoriale dei cubani. Lo stesso Many Bouza mi diceva ieri una frase che per me rimarrà memorabile: «Nessun cubano sa quanto vale finché non arriva negli Stati Uniti». E Many, vi avverto, non è il tipico controrivoluzionario cubano di Miami. È un uomo di successo in questa città, ma mi colpisce sempre per il candore con cui si riferisce ai compagni con cui lottò a Cuba. Come esempio mi porta quello dell'oscuro tecnico di un'azienda di imbottigliamento a l'Avana che finì col diventare presidente della Coca-Colae uno degli uomini più ricchi del mondo: Roberto Goizueta. E però non ha tutti i torti. Per chi è abituato a un'economia fatta per spremere olio dai sassi, la sopravvivenza quotidiana non dovrebbe presentare scogli insuperabili. Semmai il problema sta dove è sempre stato per i cubani: nella riproduzione del denaro. Perché non crediate che qualcuno abbia intenzione di trasferirsi nel Terzo Mondo. Si sa che si cerca innanzi tutto di comprare visti dei paesi altamente sviluppati, di certo fatti su misura per Goizueta e per il mio amico Many. È di grandi metropoli che abbiamo bisogno. E si sa anche che il personale diplomatico in servizio a Cuba disposto a sentirsi fare offerte ragionevoli non è poco, e tanto meno schifiltoso. Cinquemila euro è il prezzo di mercato di un visto a l'Avana, con una tendenza al rialzo dato l'enorme flusso che si avvicina. Questo porta, a sua volta, a deprimere il prezzo dei vecchi immobili abbandonati dalle prime ondate di emigrati cubani che, se ancora in piedi, sono i gioielli di maggior valore (non si sa più quante volte abbiano cambiato proprietario) in vendita.
Come era prevedibile, gli (le) emigranti più giovani sono quelli (quelle) che godono maggiori possibilità di partire, per via del loro corredo: la prostituzione continuaa essere un affare redditizio, un "dai e incassa" senza tante complicazioni. Al contrario delle case, assistiamo in questo settore a un logico aumento dei prezzi. Sono finiti i tempi del flacone di shampoo e del set di indumenti intimi per il servizio. Ci siamo capiti? Si paga in contanti. La carne sale, l'immobile scende.
Anche le rimesse dei familiari residenti nel sud della Florida costituiscono una buona risorsa, ma solo per chi ce li ha: fratello vai ad Haiti (è uno di quelli che non vuole il visto), poi passo a prenderti con il mio yacht. Gli altri continueranno a lottare con le incarnazioni del socialismo reale - perché come disse un passante al giornalista di una tv di Miami «chi paga cinquemila euro per un negro?».
Più in generale. Per capire che cosa sta succedendo laggiù,a Cuba, io credo che la chiave vada ricercata nelle differenze tra i due fratelli. Fidel era un leader nato. Ha voluto tutto, amici e nemici, tutto il paese, tutto il pensiero, tutte le classi, e ogni vita, ogni libro, ogni capo di bestiame. In qualche modo era - davvero - divino. Senza dubbio, anche molto saggio. Le sue mani controllavano la valvola della pressione. Sapeva quando doveva aprirla perché la pentola non scoppiasse. Questo è ciò che furono le ripetute crisi dei balseros, di Camarioca, Mariel, Cojímar. E poi si vantava che Cuba non avrebbe commesso gli stessi errori dell'Unione Sovietica. Né cortina di ferro, né muro di Berlino. Gli anni hanno dimostrato che era uguale a loro. Ma piaceva tanto. Era così simpatico. Così gagliardo. Raul, no. Raul è un amministratore, un eccellente organizzatore: attenzione a questo punto! E poi vuole lasciare i suoi figli ben avviati e fuori pericolo. Insomma, ci si può spingere a dire che è un riformista. In questo senso, l'audacia che ci si può aspettare da lui è che smonti le audacie di Fidel. Perché ha capito come nessun altro che dove finisce l'ideologia l'unica fonte di potere sono i soldi. Detto in maniera più brutale: per evitare che il crollo di Cuba sia come quello dell'Urss è necessario che il primo a causarlo sia lui, ma mantenendo tutto il potere. Resta solo da capire se c'è anche un accordo segreto con Fidel, come strategia finale di sopravvivenza. Ma state pur certi che hanno già deciso di passare da Lenin a Putin, saltando Gorbaciov. Cuba autorizza tutti i suoi cittadini a viaggiare, ma che nessuno possa farlo è una delle pratiche trovate di Raul Castro. Togliersi i problemi di dosso. Dice il proverbio: morto il cane, finita la rabbia.
(traduzione Luis E. Moriones) © RIPRODUZIONE RISERVATA
DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI
CARACAS - NEL 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 per cento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 per cento. Nel 2006 con il 26. Una marcia trionfale.
In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c'è il logorio del potere. Capriles ha quarant'anni (diciotto di meno del presidente), un'immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica. E aspira a rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l'handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell'opposizione, da destra a sinistra. Damas ha poco meno di cinquanta anni e fa il contabile per lo Stato. È cresciuto nel "23 de enero", il quartiere più chavista della capitale nel profondo sud di Caracas. Il "bastione ribelle", dicono qui, perché questa fila di casermoni paralleli da dieci e più piani è stata sempre piena di comunisti, anarchici e socialisti. Il sobborgo venne costruito alla fine degli anni Cinquanta quando un dittatore visionario e "di sinistra", Perez Jimenez, intraprese un ampio programma di edificazione popolare per cancellare dalla città i "ranchos", le favelas che ancora oggi s' arrampicano sulle colline. In realtà doveva servire per alloggiare militari di basso rango ma venne occupato da migliaia di famiglie di poveri e poverissimi. Da allora, e per più di quarant' anni, fino all' arrivo di Chávez - racconta Damas - due settimane prima del voto il "23 de enero" veniva occupato dall' esercito che imponeva il coprifuoco. Le urne con i voti di solito riemergevano da qualche burrone dov' erano state gettate qualche giorno dopo le elezioni. «Quarant' anni d' imbrogli elettorali contro di noi», dice Damas.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.

