domenica 3 marzo 2013

martedì 15 gennaio 2013

Un passaporto per l'oceano (Norberto Fuentes per Repubblica) 16/01/03

NORBERTO FUENTES



La cognizione che un'isola è un luogo dal quale non puoi scappare mi fu chiara piuttosto tardi nella mia giovinezza. Non avevo ancora compiuto trent'anni quando mi trovai coinvolto nel più famoso scandalo letterario della Rivoluzione: il caso del poeta Heberto Padilla, anno 1971. Padilla era stato arrestatoe tutto indicava che il prossimo sarei stato io, per il fatto di essermi messo in evidenza come scrittore dissidente. Comparve allora a casa mia un romanziere, un certo Ezequiel Vieta, che aveva il doppio dei miei anni, e diceva di essere un «ammiratore incondizionato» della mia letteratura. Ci voleva uno sforzo di immaginazione per accettare che un libretto di 100 pagine meritasse il rango di "letteratura". Ma comunque. Si dà il caso che Ezequiel, non so come, si era procurato un'automobile, una Hillman Triumph nuova di zecca, e si presentava a casa mia ad offrirmi la chiave di avviamento per metterla al mio servizio. «Prendi la macchina e scappa», mi disse. «Non farti catturare». Attentoa non ferirei suoi sentimenti, gli feci presente che Cuba non aveva frontiere terrestri e che il movimento era limitato fino alla costa. «Sì», rispose meditabondo. «È vero. È il problema delle isole». «E poi, Ezequiel», aggiunsi, «non dimenticare che il combustibile è razionato».


Confesso anche che all'epoca non avevo la minima intenzione di andarmene, nemmeno se Ezequiel mi avesse procurato una Hillman anfibia. Nonostante fossi perseguitato, Cuba e la sua Rivoluzione erano un'avventura che non volevo perdermi per nulla al mondo. C'erano dei pericoli, ovviamente, ma quale vera avventura non ne ha? Eravamo un popolo di eletti. Niente a che vedere con le decine di migliaia di cubani che stanno facendo la fila da giorni di fronte agli uffici che rilasciano i passaporti. È questo quello che mi raccontano amici e parenti da Cuba, con il nostro linguaggio in codice. È come se cercassero di prendere le distanze da un vulcano. Il popolo eletto fugge. La cosa strana, tuttavia, è che fugge da un vulcano che si sta spegnendo. Le autorità cubane affermano che sono stati aperti duecento uffici, dislocati in tutto il paese. La loro missione è rilasciare passaporti. Quella dei cubani è organizzare file come si sono abituati a fare durante mezzo secolo di ristrettezze. Nominano una sorta di delegato - a volte volontario, a volte dietro modesto compenso - che tiene cinque o sei posti mentre l'interessato può dedicarsi ad altre attività.

«Senti, sono matti», mi dice Many Bouza, con un linguaggio chiaro e aperto perché ci stiamo bevendo una birra qui, a Miami. Many ha un'agenzia immobiliare e guida una Mercedes Benz. Diventammo amici qualche anno fa, quando scoprimmo che stavamo nella stessa zona durante le operazioni di "pulizia" dei monti dell'Escambray dai controrivoluzionari. «I miei cugini stanno vendendo il loro appartamento a l'Avana per quindicimila dollari.E non sanno ancora dove andranno, né di cosa vivranno. Soprattutto, non sanno che quei quindicimila dollari non gli basteranno per vivere neppure per qualche mese». Nonostante ciò l'attività ferve e l'immaginazione del paese è tutta occupata da quando il governo ha annunciato di voler eliminare la tristemente famosa tarjeta blanca. La cosa viene vista un po' come l'equivalente della legalizzazione della marijuana in alcuni Stati degli Usa, con la differenza che a San Francisco o a Seattle ti puoi saziare di erba mentre i cubani, per ora, non avranno altro che un documento di cartone con la loro fotografia, il nome e trentadue pagine in bianco.


Vero è che fino a oggi la sola pretesa di uscire dal paese ti trasformava in un cittadino sospetto di attività controrivoluzionaria. Finivi immediatamente sotto la lente dei "servizi". Ma le cose cambiano: «È la dialettica», avremmo detto nei nostri anni di scoperta del marxismo. Da questa mattina ti procuri un visto, ti compri il biglietto, ti presenti all'aeroporto e aspetti la chiamata per l'imbarco. E si realizza finalmente la barzelletta del bambino cubano: "Che vuoi fare da grande?", "Il turista!". Il fatto è che le speranze riposte in questo 14 gennaio sembrano condurre più che altro verso una strada senza uscita. Non voglio pensare che sia tutta una grande presa in giro del governo nei confronti dei suoi sudditi. Di sicuro però non esistono molti posti nel mondo che accettino cubani senza visto, e quelli che non hanno problemi a riceverli limitano il periodo di permanenza. Per cui la situazione è simile a quella descritta da William Faulkner e poi da Hollywood: il villaggio di pescatori in cui se apri una porta cadi dritto nell'oceano. Alcuni intraprendenti cittadini in possesso di un computer, per un euro ti vendono la lista aggiornata dei paesi che accettano cubani con un passaporto ancorché privo di visto di ingresso. La lista è stampata su un solo foglio di carta,e su una sola facciata. Tra tutti i continenti, l'Asia è quello che si mostra più generoso. In testa c'è la Mongolia. Si sa, atterri a Ulan Bator e poi ti vai a godere il denso latte di yak che si munge nel deserto del Gobi, sottozero, accerchiato da un branco di lupi.

Al contrario della Mongolia, i paesi africani fratelli non si distinguono per disponibilità. Nemmeno gli angolani: sembra che la storia dei nostri duemila combattenti morti per la loro libertà non li commuova. Non solo pretendono il visto, ma devi anche far loro vedere di quanti soldi disponi. E questa è l'altra spada di Damocle che pende sull'ondata di emigranti che si accalca in fila: chi paga il biglietto aereo? Come fare a mantenersi una volta atterrati? Secondo molti la risposta a queste due elementari domande è rintracciabile nello spirito imprenditoriale dei cubani. Lo stesso Many Bouza mi diceva ieri una frase che per me rimarrà memorabile: «Nessun cubano sa quanto vale finché non arriva negli Stati Uniti». E Many, vi avverto, non è il tipico controrivoluzionario cubano di Miami. È un uomo di successo in questa città, ma mi colpisce sempre per il candore con cui si riferisce ai compagni con cui lottò a Cuba. Come esempio mi porta quello dell'oscuro tecnico di un'azienda di imbottigliamento a l'Avana che finì col diventare presidente della Coca-Colae uno degli uomini più ricchi del mondo: Roberto Goizueta. E però non ha tutti i torti. Per chi è abituato a un'economia fatta per spremere olio dai sassi, la sopravvivenza quotidiana non dovrebbe presentare scogli insuperabili. Semmai il problema sta dove è sempre stato per i cubani: nella riproduzione del denaro. Perché non crediate che qualcuno abbia intenzione di trasferirsi nel Terzo Mondo. Si sa che si cerca innanzi tutto di comprare visti dei paesi altamente sviluppati, di certo fatti su misura per Goizueta e per il mio amico Many. È di grandi metropoli che abbiamo bisogno. E si sa anche che il personale diplomatico in servizio a Cuba disposto a sentirsi fare offerte ragionevoli non è poco, e tanto meno schifiltoso. Cinquemila euro è il prezzo di mercato di un visto a l'Avana, con una tendenza al rialzo dato l'enorme flusso che si avvicina. Questo porta, a sua volta, a deprimere il prezzo dei vecchi immobili abbandonati dalle prime ondate di emigrati cubani che, se ancora in piedi, sono i gioielli di maggior valore (non si sa più quante volte abbiano cambiato proprietario) in vendita.

Come era prevedibile, gli (le) emigranti più giovani sono quelli (quelle) che godono maggiori possibilità di partire, per via del loro corredo: la prostituzione continuaa essere un affare redditizio, un "dai e incassa" senza tante complicazioni. Al contrario delle case, assistiamo in questo settore a un logico aumento dei prezzi. Sono finiti i tempi del flacone di shampoo e del set di indumenti intimi per il servizio. Ci siamo capiti? Si paga in contanti. La carne sale, l'immobile scende.

Anche le rimesse dei familiari residenti nel sud della Florida costituiscono una buona risorsa, ma solo per chi ce li ha: fratello vai ad Haiti (è uno di quelli che non vuole il visto), poi passo a prenderti con il mio yacht. Gli altri continueranno a lottare con le incarnazioni del socialismo reale - perché come disse un passante al giornalista di una tv di Miami «chi paga cinquemila euro per un negro?».

Più in generale. Per capire che cosa sta succedendo laggiù,a Cuba, io credo che la chiave vada ricercata nelle differenze tra i due fratelli. Fidel era un leader nato. Ha voluto tutto, amici e nemici, tutto il paese, tutto il pensiero, tutte le classi, e ogni vita, ogni libro, ogni capo di bestiame. In qualche modo era - davvero - divino. Senza dubbio, anche molto saggio. Le sue mani controllavano la valvola della pressione. Sapeva quando doveva aprirla perché la pentola non scoppiasse. Questo è ciò che furono le ripetute crisi dei balseros, di Camarioca, Mariel, Cojímar. E poi si vantava che Cuba non avrebbe commesso gli stessi errori dell'Unione Sovietica. Né cortina di ferro, né muro di Berlino. Gli anni hanno dimostrato che era uguale a loro. Ma piaceva tanto. Era così simpatico. Così gagliardo. Raul, no. Raul è un amministratore, un eccellente organizzatore: attenzione a questo punto! E poi vuole lasciare i suoi figli ben avviati e fuori pericolo. Insomma, ci si può spingere a dire che è un riformista. In questo senso, l'audacia che ci si può aspettare da lui è che smonti le audacie di Fidel. Perché ha capito come nessun altro che dove finisce l'ideologia l'unica fonte di potere sono i soldi. Detto in maniera più brutale: per evitare che il crollo di Cuba sia come quello dell'Urss è necessario che il primo a causarlo sia lui, ma mantenendo tutto il potere. Resta solo da capire se c'è anche un accordo segreto con Fidel, come strategia finale di sopravvivenza. Ma state pur certi che hanno già deciso di passare da Lenin a Putin, saltando Gorbaciov. Cuba autorizza tutti i suoi cittadini a viaggiare, ma che nessuno possa farlo è una delle pratiche trovate di Raul Castro. Togliersi i problemi di dosso. Dice il proverbio: morto il cane, finita la rabbia.

(traduzione Luis E. Moriones) © RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 8 gennaio 2013

Venezuela senza Chavez (sei mesi fa...) Repubblica 10/06/2012

Senza di lui siamo perduti Tra i poveri di Caracas che già piangono Chávez




DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI


CARACAS - Dal palazzo presidenziale di Miraflores alla sede del Consiglio nazionale elettorale in avenida Bolivar c' è poco più di un chilometro. È la prova suprema, la distanza che Hugo Chávez, gravemente malato, dovrà percorrere domani per iscriversi come candidato alle elezioni del 7 ottobre (per la sua quarta rielezione dopo il 1998-20002006). E lo farà a modo suo, sicuramente in auto, attraversando due ali di sostenitori festanti, per dimostrare a tutti che è ancora lui il candidato imbattibile, astuto e istrione come sempre. Da mesi le sue condizioni di salute sono un segreto di Stato e l' incertezza sul futuro dilania un paese spaccato in due - e palesemente irriconciliabile - con filo chavisti da una parte, impegnati a rendere irrevocabile la «rivoluzione bolivariana»; e anti chavisti dall' altra, determinati ad evitarlo. Hugo Chávez, presidente-padrone del Venezuela da tredici anni, è malato per un tumore nella zona pelvica dal giugno dell' anno scorso. Si è operato due volte all' Avana e si è sottoposto a vari cicli di chemio e di radioterapia che lo hanno tenuto lontano dal paese - governava via twitter - per diversi mesi. Le ipotesi sulle sue possibilità di recupero sono tutte negative e le diagnosi, comunque «al buio» e sui sintomi, visto che dall' ospedale di Cuba non è mai filtrato nulla, gli concedono da un minimo di sei ad un massimo di dodici mesi di vita. Lo riconosce anche Juan, un operaio chavista, che milita nella «Mission Milagro» (missione miracolo), il programma in joint venture con Cuba grazie al quale ogni mese un centinaio di venezuelani, poveri e senza mutua, vanno ad operarsi all' Avana a spese del governo dell' isola castrista che, in cambio di questo e altri piani di solidarietà, riceve 130mila barili di greggio al giorno, circa il 5% della produzione venezuelana. Oggi è giorno di partenza e mentre gli ammalati sottoscrivono l' impegno a garantire ognuno almeno dieci voti per Chávez alle elezioni, Juan scuote la testa. «Che fine faremo senza il presidente?». Ha quattro by-pass al cuore («Senza Chávez e Fidel sarei morto perché non avrei potuto pagare l' intervento», dice) e descrive scenari scoraggianti convinto che il malato, nelle stanze di Miraflores, sia più grave di quello che vogliono fargli credere. «Questa rivoluzione finirà con lui», conclude. Per la coalizione antichavista, la Mud, il presidente è «un irresponsabile», che dovrebbe curarsi e candidare un successore, evitando di gettare il paese nei rischi di un vuoto di potere presentandosi per un nuovo mandato che nessuno sa se riuscirà neppure ad iniziare. Ma Chávez è fatto così. Prendere o lasciare. D' altra parte non ha costretto i funzionari del ministero degli Esteri a sloggiare diversi piani del palazzo quando si è trattato di trovare rifugio agli sfollati di un alluvione? E non ha versato attraverso l' holding statale dell' oro nero, Pdvsa, 51 milioni di euro alla scuderia di Formula1 della Williams per far correre Pastor Maldonado, il suo pilota preferito? Gestire senza intermediari il bilancio dello Stato è il sigillo del suo modo di governare. Anzi, di più, il suo obiettivo principale è sempre stato quello, usando il petrolio, unica ma fenomenale fonte d' ingresso del paese, di costruirsi portafogli praticamente personali. Iniziò nel 2002 con l' assalto alla cassaforte di Pdvsa, ma l' operazione più riuscita è il «Fondo Chino». Due tranche da 4 miliardi di dollari di prestiti da Pechino - la prima nel 2007, la seconda in queste settimane - a cambio di 400mila barili di petrolio al giorno a prezzo scontato per la Cina. Il Fondo è amministrato personalmente da Chávez che in questo modo inizia la costruzione di case popolari mai terminate e lancia nuovi programmi di assistenza per il suo popolo: quasi la metà, povera e indigente, dei venezuelani. E la «rivoluzione» avanza anche se nelle farmacie manca l' acqua ossigenata mentre il controllo sui cambi e l' incertezza giuridica allontana qualsiasi investimento internazionale. L' inflazione al 30 percento, il doppio regime cambiario (quello ufficiale e quello «in nero»), l' esplosione della criminalità e la diffusa corruzione nelle pieghe del regime, avevano restituito spazio all' opposizione che, due anni fa, era riuscita per la prima volta a vincere le elezioni parlamentari. Più voti (52 a 48 percento) ma non più seggi. Quanto bastava però per prefigurare la possibilità di una svolta anche alle presidenziali. Dalle primarie - tre milioni di votanti - è uscito un quarantenne moderato, Henrique Capriles, che sembrava in grado di strappare all' altro fronte gli elettori meno radicali, quei pezzi di classe media bassa infastiditi dall' indottrinamento martellante della propaganda ideologica e spaventati dalla criminalità. Ma la malattia sembra aver giocato a favore di Chávez che a quattro mesi dal voto è in netto vantaggio nei sondaggi. Alternative nello schieramento bolivariano d' altra parte non ce ne sono. Nessuno dei tre possibili delfini del caudillo ha speranze di raccogliere tutta la sua eredità nelle urne. Né il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, il più vicino ai cubani; né il presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, preferito dai militari; né, infine, il fratello governatore di Chávez, Adan. Così l' unica soluzione è rimasta quella del leader ammalato. «Vogliono conservare il potere salendo sul carro funebre del presidente», denunciano i giornali dell' opposizione convinti che Chávez non riuscirà neppurea farla la campagna elettorale. Anche Caracas, come il resto del paese, è divisa in due fazioni: a nord aristocrazia e classe media;a sude sulle colline, le favelas. I primi temono che alle elezioni neppure ci si arrivi, i secondi - come l' operaio Juan - scrutano le apparizioni del presidente e soffrono per la sua malattia. «Qui succederà quel che decideranno le Forze Armate», dice preoccupata Milagros Socorro, editorialista de El Nacional. È la «soluzione egiziana» che molti analisti dipingono come probabile. L' esercito è quello che ha più da perdere sia nel caso di sconfitta che di scomparsa di Chávez. Generali accusati per narcotraffico dalla Dea americana, ufficiali corrotti, forte ridimensionamento dell' influenza dei militari nella politica e nella società se dovesse cambiare scenario. Dunque, si specula, in caso di inabilità di Chávez è l' esercito che potrebbe assumere il potere con un «governo provvisorio» con la scusa di mantenere la pace e l' ordine fra due fazioni politiche inconciliabili.

domenica 30 dicembre 2012

Chavez, l'autunno del Comandante (Rep. 4/10/2012)

L' autunno del Comandante / Dove nasce (e muore) il mito di Chavez

DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI

CARACAS - NEL 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 per cento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 per cento. Nel 2006 con il 26. Una marcia trionfale.
In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c'è il logorio del potere. Capriles ha quarant'anni (diciotto di meno del presidente), un'immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica. E aspira a rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l'handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell'opposizione, da destra a sinistra. Damas ha poco meno di cinquanta anni e fa il contabile per lo Stato. È cresciuto nel "23 de enero", il quartiere più chavista della capitale nel profondo sud di Caracas. Il "bastione ribelle", dicono qui, perché questa fila di casermoni paralleli da dieci e più piani è stata sempre piena di comunisti, anarchici e socialisti. Il sobborgo venne costruito alla fine degli anni Cinquanta quando un dittatore visionario e "di sinistra", Perez Jimenez, intraprese un ampio programma di edificazione popolare per cancellare dalla città i "ranchos", le favelas che ancora oggi s' arrampicano sulle colline. In realtà doveva servire per alloggiare militari di basso rango ma venne occupato da migliaia di famiglie di poveri e poverissimi. Da allora, e per più di quarant' anni, fino all' arrivo di Chávez - racconta Damas - due settimane prima del voto il "23 de enero" veniva occupato dall' esercito che imponeva il coprifuoco. Le urne con i voti di solito riemergevano da qualche burrone dov' erano state gettate qualche giorno dopo le elezioni. «Quarant' anni d' imbrogli elettorali contro di noi», dice Damas.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.

domenica 4 novembre 2012

"Così feci nascere Gabo", rep cultura 5 marzo 2007



L' anno magico di Gabriel Garcia Marquez si apre domani con il suo ottantesimo compleanno, prosegue con il quarantesimo anniversario della pubblicazione, a Buenos Aires nel maggio 1967, dei Cent' anni di solitudine, e si chiude a ottobre con i venticinque anni dall' assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1982. Un "anno breve" - soltanto sette mesi - che con sincronismo fatale contiene e riassume l' avventura di un mito vivente della letteratura. «Un genio verbale», come lo ricorda Francisco Porrua, il papà dei Cent' anni, direttore della casa editrice "Sudamericana" che lo mandò in stampa dopo aver letto le prime cinque righe del nuovo romanzo.


Nel 1967 lei conosceva Garcia Marquez? 

«Assolutamente no. In quell' epoca eravamo a caccia di romanzi latino americani originali. Che non fossero repliche o opere simili né ai classici, né all' avanguardia europea. Cercavamo una letteratura con caratteri propri, indigeni. E incontrammo Garcia Marquez. All' inizio del 1967 un amico mi diede da leggere una novella breve, Nessuno scrive al colonnello, e siccome mi piacque mandai una lettera all' autore per chiedere se potevo pubblicarla in Argentina. Qualche settimana dopo egli mi scrisse che aveva già venduto i diritti ma che, se volevo, avrei potuto pubblicare una cosa nuova che stava finendo di scrivere. Così arrivarono i Cent' anni a Buenos Aires». 

S' immaginò il successo che avrebbero avuto? 

«Mentirei se rispondessi di sì. Quello che ricordo è che decisi che l' avremmo pubblicato dopo aver letto soltanto le prime righe, la prima pagina. Però ricordo anche che Marquez aveva accettato di stamparne anche solo tremila copie mentre noi ne stampammo subito ottomila. Andarono esaurite in meno di quindici giorni». 

Quanto fu importante per il successo del libro pubblicare a Buenos Aires piuttosto che in un' altra capitale di lingua spagnola?

 «Sul finire degli anni Sessanta Buenos Aires era già una metropoli piuttosto vivace con un grande numero di lettori, di appassionati molto attenti alle novità editoriali. C' era molto teatro, molto cinema e c' erano anche delle riviste letterarie importanti che apprezzarono e promossero subito il libro di Garcia Marquez. Fra i Cent' anni e il pubblico di Buenos Aires si produsse un cortocircuito straordinario e raro come un' eclissi. Dopo qualche settimana tutta la città lo stava leggendo. Non ho idea di cosa sarebbe potuto succedere se fosse stato pubblicato da un' altra parte ma senza alcun dubbio fu Buenos Aires a decretarne il successo e a lanciare il romanzo in tutto il mondo. Furono, quelli, anni molto speciali e durarono anche molto poco. Già all' inizio del decennio successivo il clima culturale cambiò in fretta: terrorismo, lotta politica, golpe militare. Un' altra epoca geologica. Ma alla fine dei Sessanta Buenos Aires era la città che meglio poteva accogliere un libro come quello».

 A un certo punto finì la carta per stamparne nuove copie... 

«Sì, finimmo le riserve di carta e non sapevamo dove trovarne altra. Ci toccò chiederla in prestito ad altre case editrici e acquistarne fuori dall' Argentina per continuare a stampare nuove edizioni del libro con quei ritmi. Durante tutto l' inverno australe e poi fino a metà dell' anno successivo dei Cent' anni se ne vendevano mille copie ogni giorno». 

Garcia Marquez è un uomo molto riservato. Molto raramente concede interviste, non si mostra in pubblico neanche quando escono i suoi libri e sembra piuttosto infastidito dalle attenzioni che la fama gli riserva. Era così anche allora? 

«È timido e sospettoso. Ricordo che quando venne a Buenos Aires quell' anno e ci conoscemmo si sentiva sinceramente oppresso dalle attenzioni del pubblico. La gente lo fermava per la strada e lui non sapeva cosa fare. Una sera andammo in un teatro e durante l' intervallo qualcuno che l' aveva riconosciuto salì sul palco e disse che in sala c' era l' autore dei Cent' anni di solitudine. Venne letteralmente giù il teatro: tutti si alzarono in piedi per applaudirlo. Erano tutti suoi lettori e lui era la cosa più alla moda che c' era in città. Se poi vuol sapere quanto il successo lo abbia cambiato, non saprei. La mia impressione è sempre stata che il Garcia Marquez uomo comune e il Garcia Marquez scrittore siano identici. Coincidono. Anche l' uomo comune è un genio verbale che comunica attraverso metafore».

 Da quella volta in cui lei lo invitò nel 1967 egli non è mai più tornato a Buenos Aires. Come neppure è mai tornato - almeno pubblicamente - nei luoghi dell' infanzia, quelli che ispirarono le atmosfere dei Cent' anni come Aracataca e la Sierra di Santa Marta. Ne conosce la ragione?

 «Una volta gliel' ho domandato. C' è sicuramente un po' di superstizione ma soprattutto c' è il timore di rivedere un luogo nel quale sono accadute cose straordinarie e scoprirlo diverso da come si ricorda. È un modo per proteggersi. Per lui vedere Buenos Aires diversa dalla città che lo trasformò in un mito letterario non avrebbe senso».

 Borges disse che il libro non gli piaceva perché c' erano almeno cinquanta pagine di troppo. Era invidioso? 

«Non credo. Io ero anche il suo editore e non ne parlammo mai. Però è vero che Borges odiava i romanzi e che, in molti casi, i suoi giudizi sui contemporanei erano conseguenza dei suoi capricci. Borges non era capace di scrivere romanzi e probabilmente neppure di leggerli. Lui amava Kafka perché aveva scritto racconti brevi».

 Lei ha pubblicato, per primo in spagnolo, almeno tre dei libri più venduti nel ventesimo secolo. Le Cronache marziane di Bradbury, i Cent' anni e Il Signore degli anelli. Solo fortuna? 

«Non lo so, erano altri tempi. Non ho mai scelto un libro pensando al suo valore commerciale. Pubblicavo soltanto se mi piaceva e ho sempre pensato che il valore commerciale di un libro si può valutare solo nel tempo. È meglio un romanzo che vende centomila copie subito o un altro che vende per cinquant' anni? Ovviamente il secondo. E allora bisogna guardare al suo valore letterario. Se c' è quello, qualsiasi investimento vale la pena. Oggi l' industria editoriale ha altri principi e altri obiettivi che io non condivido più. Ma ho sempre lavorato pensando che l' editore è un "signor Nessuno" rispetto all' autore e tale deve rimanere. Ancora oggi, quando mi invitano da qualche parte scrivono: "Francisco Porrua, l' editore dei Cent' anni di solitudine". Per me è diventato come un secondo nome. Quando pubblicai Gabo ero un impiegato e prendevo uno stipendio come direttore editoriale. Quindi non ci guadagni una lira ed è stato giusto così». 

Si dice che i Cent' anni siano il Don Chisciotte del ventesimo secolo. È d' accordo? 

«Non amo i paragoni. Penso che il capolavoro esista quando l' autore costruisce un universo proprio, tale che non possa essere paragonato con quello di nessun altro. Poi bisogna aggiungere che l' opera di Marquez ebbe una importanza straordinaria perché fece nascere il famoso boom dei latino-americani e quindi fece conoscere in tutto il mondo una letteratura nuova e assolutamente originale».

giovedì 27 settembre 2012

"Re" Artur sfida Madrid, repubblica sera 18 settembre 2012




L’uomo che guida la sfida secessionista di Barcellona è un economista di 56 anni cresciuto all’ombra del padre-padrone del nazionalismo catalano, Jordi Pujol, governatore della regione per 23 anni consecutivi (1980-2003), dalla rinascita della Generalitat – il governo autonomo – con il ritorno della democrazia in Spagna. Tenace, equilibrato, bello, onesto, lavoratore, austero: sono alcuni degli aggettivi utilizzati per definirlo dai suoi colleghi di partito, quelli di Convergéncia i Uniò, la coalizione del centro destra catalano che Artur Mas presiede dal 2004. Mentre i suoi avversari, soprattutto quelli del Psc, il partito socialista regionale, preferiscono connotarlo come “presuntuoso, superbo e prepotente”, “un candidato robot”, “rigido, insicuro e anche un po’ anonimo”. Artur Mas ha impiegato sette anni per riportare CiU ai livelli di popolarità degli anni di Pujol, e dopo due solenni sconfitte, nel 2010 ha vinto le elezioni. Tre figli, educato nei migliori collegi di Barcellona, una laurea in economia, gran tifoso del Barça di Iniesta e Messi, amante della letteratura francese (il suo libro preferito è “il piccolo principe” di Saint Exupéry), sportivo appassionato (tennis, vela e sci), è soprattutto un tecnocrata che deve la sua fortuna politica a Marta Ferrusola, la moglie di Jordi Pujol, che lo accolse nel circolo intimo della famiglia più potente del nazionalismo catalano e lo indicò come “hereu”, il lingua catalana “l’erede”. Il delfino scelto per la sua fedeltà al capo e per un aspetto – si disse – kennedyano, più che per le sue idee.
Ma dalla vittoria elettorale del 2010, Artur Mas ha messo il piede sull’acceleratore avviando con il resto della Spagna un duello dall’esito piuttosto incerto. Messa da parte la famosa moderazione di Pujol – che anche quando ebbe il 60% dei suffragi in Catalogna, era solito rispondere ai più radicali nel suo partito: “Abbiate pazienza, prima o poi saremo indipendenti” – Mas ha innalzato la bandiera dell’autosufficienza e dello Stato sovrano, fuori dalla Spagna. Un salto in avanti che preoccupa (moltissimo) gli industriali catalani ma che piace (moltissimo) a tutti gli altri.
Fino all’avvento di Mas le rivendicazioni nazionaliste erano sempre state usate dai governi di Barcellona come una forma di ricatto per ottenere a Madrid condizioni migliori: più fondi, più autonomia, più autogoverno.  Oggi lo scenario è cambiato almeno per un paio di motivi. Il primo colpo al precario matrimonio d’interessi fra Barcellona e Madrid arrivò con il boicottaggio dei prodotti catalani – il famosa Cava, lo spumante, su tutti – promosso dalla destra iberica mentre si negoziava il nuovo Statuto d’autonomia. Il secondo fu, due anni fa, la sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo contro il nuovo Statuto e, soprattutto, contro quella norma che voleva il riconoscimento dell’uso del catalano come prima lingua nelle scuole e nell’amministrazione pubblica. Uno schiaffo che ha deluso e indignato Barcellona. L’ultima botta è la crisi, il deficit regionale, i tagli al bilancio. Tutti guai che i politici locali attribuiscono al nemico, lo Stato spagnolo che non restituisce alla Catalogna tutto quello che i catalani versano in tasse.
Così è nata la rivendicazione del patto fiscale, uno strappo che Madrid non può accettare e che, nell’idea di Artur Mas, sarebbe il completamento dell’autonomia regionale con la nascita di un ministero delle Finanze catalano per riscuotere direttamente le tasse. E’ per questo che lo scorso 11 settembre oltre un milione di persone hanno sfilato per le vie di Barcellona sotto le bandiere rosso e oro del nazionalismo e, proprio durante la manifestazione, l’ex tecnico del Barça, Pep Guardiola, amatissimo dal popolo catalano, è apparso in collegamento video da New York con in mano il libretto verde della Catalogna libera. Un anno fa, nello stesso giorno, quello della Diada, la festa nazionale, erano meno di diecimila. “Se Rajoy – il presidente del governo spagnolo – non dovesse accogliere le nostre richieste, intraprendere il nostro cammino verso la libertà – leggi indipendenza – sarebbe inevitabile”, ha detto Mas. E se, per caso, acconsentisse? Chissà. A nessuno è chiaro se la sfida di Mas è solo l’ennesima prova di forza o se invece prelude scelte irrimediabili come l’avvio di una secessione. La tensione a Madrid è forte. Perfino re Juan Carlos ha lanciato un forte appello all’unità del paese. Nel suo primo messaggio politico sul nuovo sito web della Casa Reale, il re ha esortato gli spagnoli “a lavorare insieme per affrontare la crisi economica” invece di perseguire delle “illusioni”.  “Questo è un momento decisivo in cui possiamo salvare o rovinare il nostro benessere – ha detto il re -. La cosa peggiore che possiamo fare è dividere le forze, perseguire illusioni, riaprire ferite”.
L’eventuale marcia verso un divorzio – “pacifico e consensuale”, dice Mas – è irta di spine. Anni fa il Tribunale Costituzionale bocciò la convocazione di un referendum sull’indipendenza nei Paesi Baschi che non si tenne perché avrebbe violato la Costituzione (articolo 149). Oggi il panorama potrebbe essere diverso: secondo un sondaggio la maggioranza degli spagnoli non sarebbe contraria all’indipendenza della Catalogna anche se essi sono – sempre a maggioranza – convinti che sarebbe un errore e una disgrazia per la Spagna e per la Catalogna. I più contrari sono gli imprenditori che vendono i loro prodotti nel resto del paese e temono boicottaggi e sanzioni.
“Esportate di più nel resto del mondo, non in Spagna”, li incita il governatore. Artur Mas ama definirsi “austero e risparmiatore”, un calvinista. Avrà bisogno di queste qualità. Lui e i suoi elettori. Con i debiti da pagare e i titoli catalani ridotti a junk bond, i prossimi mesi non saranno facili per chi sogna di diventare finalmente nazione. 

sabato 11 agosto 2012

Mariano Rajoy, la tragedia di un uomo in pericolo


Dopo due sconfitte consecutive contro Zapatero, era riuscito a prendere il potere: un plebiscito. Poi la doccia fredda: in pochi mesi la sua popolarità è crollata per la crisi. E già si parla di governo tecnico o di solidarietà

DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI



MADRID. Quattordici punti in percentuale in otto mesi. Gli ultimi sette, in un colpo solo, a luglio. Tanto - secondo i sondaggi - ha perso nel favore degli spagnoli Mariano Rajoy, dalla trionfale vittoria elettorale del 20 novembre 2011 ad oggi, nella tempesta di una crisi che fra banche (un buco da 100 miliardi di euro), aumento della disoccupazione (25 per cento), e spread (oltre i 550 punti), non accenna a placarsi.



Un crollo - dal 44,7 per cento della notte elettorale a poco più del 30 di queste settimane - che rischia non solo di polverizzare il ritorno al potere della destra spagnola otto anni dopo l'era di Aznar (1996-2004), ma ha già messo in crisi la leadership di Rajoy fra voci di governo tecnico o di patto nazionale se, alla fine, come tutti temono, la Spagna sarà costretta a consegnarsi alla Troika di Bruxelles e a chiedere el rescate, ossia il salvataggio, per evitare il default del suo debito e l'uscita dalla moneta unica con un prestito dal Fondo salva-Stati della Bce di oltre 300 miliardi di euro.



Otto mesi fa Rajoy, il Sopravvissuto (perché era riuscito a rimanere in sella alla testa del Partito popolare nonostante due sconfitte consecutive contro Zapatero, nel 2004 e nel 2008), non avrebbe potuto immaginare un'estate peggiore di quella che sta vivendo. Un agosto di fuoco nel quale dovrà rinunciare per la prima volta in trent'anni alle sue vacanze al mare - le fa sempre a Sanxenxo in Galizia - e ha ordinato ai ministri di "non allontanarsi troppo da Madrid" vietando loro di recarsi per turismo all'estero.



Un agosto in cui avrà tutto il tempo di rammaricarsi per aver vinto la Moncloa (la sede del governo) nella stagione più sventurata, adesso che tutte le sue caratteristiche, quelle che un anno fa sembravano qualità adatte all'epoca, si stanno trasformando in limiti, carenze, difetti.



L'attendismo, la moderazione, il pragmatismo e la resistenza del ciclista (il suo sport preferito) che lo hanno premiato quando doveva solo aver fiducia che l'avversario Zapatero prima o poi crollasse sotto il peso degli errori, oggi che il rivale non c'è più sono diventate lacune, perfino handicap.



L'immagine di Rajoy vacilla anche tra i suoi elettori perché, di fronte alla tormenta, ha preferito rifugiarsi nella strategia dello struzzo piuttosto che rivolgersi direttamente e con chiarezza al Paese. "Non aumenterò le tasse", ma poi ha dovuto aumentarle; "Non toccheremo l'Iva", ma poi ha dovuto farlo; "Non c'è alcuna necessità di salvare le nostre banche", ma invece c'era.



E così via in un crescendo secondo il quale oggi ogni spagnolo pensa che il governo farà il contrario di quel che dice pubblicamente. Tanto che quando qualche giorno fa la vicepresidente del governo, Soraya Sáenz de Santamaría, sfoggiando un luccicante paio di scarpe leopardate tacco dodici, ha detto in Parlamento che non c'era bisogno di alcun salvataggio anti spread, tutto il Paese ha tremato convinto che invece il default delle casse nazionali fosse ormai imminente.



Mariano Rajoy, galiziano di Santiago de Compostela, laureato in Giurisprudenza, 57 anni, due figli, in politica da quando aveva 24 anni, è un cattolico moderato con un progetto che gli ha permesso, nonostante i rovesci e gli avversari interni - nel Pp il suo grande antagonista è Esperanza Aguirre, la molto radicale governatrice della Comunidad (la regione) di Madrid - , di restare alla guida del partito: trascinarlo il più possibile verso il centro dello spettro politico.



Lui sta a destra, ma ricorda sempre che suo nonno, docente universitario, fu antifranchista e perse la cattedra per criticare la dittatura, e che quand'era il braccio destro di José María Aznar negli anni Novanta s'impegnò per allontanare dalle file dei Popolari i notabili più compromessi con il passato franchista.



L'asse del suo fare politico - che irrita tanto la Aguirre e non solo - è il basso profilo. Come spiega un marianista (da Mariano, sono i membri della sua corrente nel Pp), "Rajoy è convinto che in condizioni di eguaglianza, la sinistra vince in Spagna perché è sociologicamente maggioritaria". "Noi" aggiunge "possiamo vincere solo se l'altra parte smobilita e riusciamo ad attirarne un po' verso il centro.



Se l'elettorato di sinistra va alle urne compatto e in massa, come nel 2004 e nel 2008, perdiamo. Per questo Mariano non alza mai il tono, neppure quando vince. Non bisogna spaventare la sinistra". È la strategia che ha permesso a Rajoy di conquistare, vincendo le amministrative, 14 Comunidad su 17 (tranne la Catalogna, l'Andalusia e i Paesi Baschi) e poi una storica maggioranza assoluta (186 seggi) alle politiche generali dell'anno scorso.



Ma la crisi che dal Portogallo all'Italia, alla Grecia, alla Francia, ha cambiato i volti del potere in mezza Europa, in Spagna rischia di fare il bis: dopo i socialisti di Zapatero e Rubalcaba, anche i Popolari di Rajoy. Mariano è un uomo tranquillo, dai gusti classici, che tutta la settimana sogna la sua domenica pomeriggio in famiglia con il caffè, un bicchiere di liquore, un sigaro cubano (l'unico vizio conosciuto) e la partita del Real Madrid o della squadra della sua adolescenza, il Pontevedra.



Ascolta con piacere la radio, mangia la paella e la frittata di patate (la tortilla spagnola) ma rigorosamente senza cipolla. Un tipo che avrebbe voluto arrivare al potere senza che nessuno se ne accorgesse. Occultandosi. Soprattutto alla stampa con la quale ormai ha rotto ogni rapporto e sono mesi che non concede un'intervista o una conferenza stampa.



Quando è arrivato alla guida del governo, nei giorni di Natale dell'anno scorso, ha formato un esecutivo pieno di donne del suo staff e di ministri amici perché - dicono - è molto diffidente. Poi ha sperato nei vecchi rapporti del Pp con la Democrazia Cristiana tedesca per avere un trattamento privilegiato dalla Merkel, e soprattutto dalla Bundesbank. Tutto inutile.



Con Angela pare che ormai si scambi i saluti con difficoltà. Così ha regalato alla Spagna la manovra economica più dura che un governo abbia dovuto mai affrontare dal ritorno della democrazia, ed ha scelto l'unica agenda che conosce: "Resistere!". Come ha scritto Carlos Cué, uno dei migliori giornalisti politici spagnoli, "resistenza è la parola chiave di tutti quelli che gli stanno intorno.



Non azione, né vittoria, né ambizione, né decisione, né attacco. Resistenza. Quando uno chiede come sta il leader, la risposta è quasi sempre la stessa: tranquillo. E quando la pressione esplode nulla cambia: "Mariano è tranquillo, sopportando l'acquazzone, è esperto di queste circostanze, le conosce, sa bene che ogni cosa passa, lui sempre risorge dopo una tempesta".



© Riproduzione riservata (10 agosto 2012)