domenica 21 febbraio 2016

Un Referendum è per sempre (Il Venerdì di Repubblica, 19 febbraio 2016)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI


COCHABAMBA. "Molte luci ma altrettante ombre", dice Mabel Azcui quando le chiediamo un giudizio sui dieci anni al potere di Evo Morales, il primo presidente indio della Bolivia. Mabel è una veterana del giornalismo boliviano, per oltre trent'anni corrispondente del quotidiano spagnolo El País, è in rotta di collisione con il governo di Evo, "Evito" per i numerosissimi fan, da quando, tempo fa, pubblicò un articolo sarcastico nel quale prendeva in giro il presidente per le numerose Lauree honoris causa che gli sono state concesse nel decennio da ben ventitré Università, 17 straniere, compresi atenei russi, cinesi e italiani, e 6 locali. "Il giorno dopo la pubblicazione del pezzo - ricorda - chiamai un portavoce per verificare una informazione e  mi appesero il telefono. Nessuna fonte nel governo accettava più di parlare con me. Come giornalista ero fritta". Tra le delusioni di Mabel, che ricorda l'arrivo a Palazzo Quemado, la residenza presidenziale a La Paz, di Morales nel 2006, come una rivoluzione democratica che mise a soqquadro il Paese, travolgendo l'oligarchia bianca e filo americana a favore della maggioranza di indios e meticci, ci sono il culto della personalità promosso dalla propaganda e una concezione piuttosto muscolosa dei rapporti politici, "un autoritarismo arrogante", sottolinea, che non ammette critica o dissenso.

In queste settimane Morales è di nuovo in campagna elettorale. Dopo aver vinto le presidenziali per la terza volta consecutiva nell'ottobre del 2014 con il 61 percento dei suffragi l'ex sindacalista cocalero ha deciso di cambiare di nuovo la Costituzione - lo fece già nel 2009 - per potersi ricandidare all'infinito, nel 2019, e poi nel 2024. Per questo, domenica prossima, i boliviani saranno chiamati a rispondere a un plebiscito, "sì" o "no" alla perpetuità di Evo, che ha 57 anni, finché vita glielo consenta. 

Questa tentazione del presidente a vita, incapace di smettere di esserlo lasciando spazio a un successore, magari un allievo o un socio politico, è una prerogativa avvelenata del populismo latinoamericano dalla quale, aveva notato lo scrittore argentino Martin Caparrós, Morales sembrava immune. Tutto meno che un altro caudillo. Un dirigente di poveri cocaleros, i piantatori della coca, la foglia sacra che gli indios masticano da secoli per vincere fame e fatica, trascinato al potere da una rivolta nazionale in difesa delle risorse naturali - soprattutto il gas - e della Pachamama, la Madre Terra degli aymara, che le multinazionali volevano sventrare e saccheggiare ancora come durante la colonizzazione spagnola. E invece anche Evo adesso vuole diventare un imperatore delle Ande perché la nuova Bolivia non può fare a meno di lui. I sondaggi sbandano. Non si mettono d'accordo. Alcuni sostengono il 55 percento dei boliviani sono contrari a una nuova rielezione, altri il contrario. Lo storico Fernando Molina dice che dipende dalle zone rurali, gli altipiani andini, dove Evo, al contrario dei centri urbani delle pianure, è più forte ma che le ricerche dei sondaggisti raggiungono con difficoltà. "Secondo me alla fine vince", sentenzia Molina.

Morales ha già governato la Bolivia per più tempo di chiunque altro dall'indipendenza (1825). A gennaio ha battuto il maresciallo Andrés de Santa Cruz, uno dei fondatori della repubblica, che nell'800 governò per nove anni, otto mesi e ventiquattro giorni. In dote, per convincerli a votare "sì", Evo porta questo lungo periodo di stabilità e un decennio economico straordinario, nel quale, grazie all'alto prezzo delle materie prime - la Bolivia esporta gas, petrolio e minerali - il Pil è cresciuto a una media superiore al 5 percento annuo. Mabel riconosce che il governo ha fatto molto per redistribuire la ricchezza, programmi sociali per le comunità più povere, un salario ai più giovani, ma - dice - "hanno costruito più campetti di calcio (Evo è un tifoso sfegatato) che centri sanitari". E tante opere d'infrastruttura gigantesche e inutili che il presidente nel fervore della campagna elettorale continua a inaugurare in lungo e in largo. A Chimoré, tra i suoi cocaleros del Chapare, Morales ha fatto costruire un aeroporto internazionale con una pista d'atterraggio di 4 chilometri per i grandi Boeing al lato di un paesino di 21 mila abitanti. A Orinaca, altro paesotto non lontano da Cochabamba nella sua terra natale, è pronto un Museo di tre edifici che dovrà celebrare la rivoluzione democratica, l'opera del presidente, e la Bolivia dei sogni, quella pre-ispanica dove c'erano solo gli indios. "Gigantismo sfacciato dell'intervento statale per l'abbondanza delle esportazioni ma nessuna idea, né investimento per il futuro", dice Oscar Ortiz, 47 anni, uno dei leader dell'opposizione, che aggiunge: "Quando tra meno di dieci anni non avremo più gas da estrarre e esportare, di quale economia vivremo?".  Analisi che in parte condivide anche Molina quando sottolinea la "sindrome olandese" dell'economia boliviana di questi anni con l'accelerazione nello sfruttamento delle risorse naturali unito al declino degli altri settori dell'economia. Come il Venezuela chavista ubriaco di petrolio, la Bolivia di Evo oggi importa troppo grazie all'opulenza del suo bilancio statale ma produce troppo poco. E siccome la festa delle commodities è finita lo spettro della crisi del modello è dietro l'angolo. L'ennesimo decennio perduto dell'America Latina incapace di riconvertire le sue economie finché ne ha la possibilità e le sue risorse naturali hanno un valore nei mercati di Londra e New York.

Martin Sivak, il biografo ufficiale di Morales, dice che la relazione del presidente con il potere è quella del sacrificio. Evo non va mai in vacanza, non ha giorni liberi né vita familiare e lavora sempre al limite delle sue possibilità fisiche, dorme pochissimo e si nutre soltanto di zuppe di pesce. Divorziato e scapolo dice: "Sono sposato con la Bolivia". Alcuni critici lo attaccano perché, dicono, non delega nulla, concentra su di sé qualsiasi scelta. Altri per le sue contraddizioni segnalando che l'aspirazione al ritorno alla Bolivia pre-ispanica, il socialismo, l'impronta ecologista, è solo romanticismo per i creduloni. Nel Pantheon di Evo ci sono Che Guevara, Fidel Castro, Chávez e tutta la parafernalia bolivariana ma per governare ha stretto un patto di non belligeranza con gli industriali di Santa Cruz che con i loro soldi minacciavano la sua egemonia politica. Poi ci sono gli scandali che iniziano a emergere. Su tutti quello del "Fondo indigeno", un ente creato e finanziato per promuovere iniziative tra le comunità indios più disastrate, le cui risorse si sono disperse in mille rivoli nei conti correnti personali di funzionari vicini al governo. E l'ultimo, quello di una ex amante del presidente finita nel consiglio direttivo di un'impresa cinese che ha vinto miliardi in commesse pubbliche. Alla lunga la disillusione della base indigena e quella delle classi medie urbane può diventare fatale per il progetto di Evo, che per ricostruire la sua Bolivia pre-ispanica, dove tutti i funzionari dello Stato dovranno parlare almeno una lingua nativa, quechua o aymara soprattutto, e gli orologi girare al contrario,  vuole restare a Palazzo Quemado almeno fino al 2025, l'anno del bicentenario dell'indipendenza nazionale. Ma oggi, con i conti macroeconomici sostanzialmente in ordine, Morales sembra avere solo una spina nel fianco, l'agognato sbocco sovrano sul mare, quello perso nella Guerra del Pacifico del 1879, che i cileni si rifiutano di restituire. La rivendicazione marittima è diventata materia obbligatoria nelle scuole boliviane con un apposito libro di testo. Ma la riconquista, per la quale La Paz s'è rivolta ai tribunali internazionali, sembra ancora lontana.  


sabato 16 gennaio 2016

Un drappo nero sulla faccia del re (Repubblica 16-1-2016)



DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

BARCELLONA. Per nascondere la faccia del re di Spagna, c'era un drappo nero sul ritratto di Felipe VI nel Salone di Sant Jordi del palazzo della Generalitat catalana, dove il neo governatore, Carles Puigdemont, ha assunto l'incarico dimenticandosi di giurare fedeltà alla Costituzione e alla Corona spagnola. Da Madrid né la Casa reale, né il presidente in carica, Mariano Rajoy, hanno inviato i consueti messaggi d'augurio al nuovo capo della Catalogna e re Felipe non ha voluto ricevere, com'è invece prassi, la neo eletta presidente del parlamento regionale, Carme Forcadell . Barcellona e Madrid si fanno i dispetti mentre nella capitale la crisi politica post elettorale si trascina e nella regione ribelle nasce il primo esecutivo dichiaratamente secessionista che raccoglie, da destra all'estrema sinistra, tutto l'arco delle formazioni indipendentiste. Diciotto mesi per disconnettersi è la road map del nuovo governo, nato dalle elezioni del 27 settembre scorso, che per colmo di chiarezza ha nominato l'altro giorno anche un "ministro degli esteri", Raül Romeva, che dovrà occuparsi di spiegare le ambizioni catalane nel resto del mondo, ma soprattutto in Europa. Due, sulla carta, gli impegni da risolvere in fretta: scrivere una nuova Costituzione e creare le basi per un ministero delle Finanze catalano, il vecchio sogno di avere a Barcellona la gestione diretta del bilancio senza che le tasse pagate dai catalani passino, prima di tornare indietro decurtate, nelle casse di Madrid. 

Nel dolce inverno di Barcellona c'è mezza città euforica e l'altra metà perplessa, come del resto tutta la Catalogna. Ma entrambe hanno le vertigini per il processo che s'è messo in moto con l'arrivo di Puigdemont nel palazzo della Generalitat e le incognite dei prossimi mesi. "Vedrai che prenderanno tempo, faranno melina", dice Luis Bassets, vicedirettore di "El Pais" in Catalogna, convinto che finché non si saprà se Madrid avrà un governo, e quale governo, le gesta del nazionalismo catalano saranno soprattutto simboliche. Dalle elezioni del settembre scorso, convocate come un plebiscito sulla sovranità dall'ex governatore Artur Mas, è uscito un Paese spaccato in due. Tutti insieme i nazionalisti hanno avuto il 48,7 percento dei suffragi ma, grazie alla legge elettorale, hanno avuto anche quella decina di deputati di vantaggio che gli hanno alla fine consentito di formare il governo. Maggioranza istituzionale ma non maggioranza sociale. Realtà dove si svela, dice lo scrittore Javier Cercas, che "il vero disastro di questa storia sono state le mosse di Madrid". "Si fosse trovato il modo di fare un referendum sull'indipendenza, i nazionalisti lo avrebbero perso e ciao". Però anche Puigdemont, ex giornalista, 54 anni, catalanista da sempre - fondò l'associazione dei Comuni per l'indipendenza e ha esposto la "estelada", la bandiera ribelle, sul municipio di Gerona, dov'era sindaco - deve avere le vertigini. L'illusione delle èlite politiche catalane è una secessione leggerissima perché sarebbe dolorosissimo, se non impossibile, trasformarsi in uno Stato senza il consenso, anche se molto riluttante, del potere centrale.

La Catalogna è la regione più ricca della Spagna, vale 200 miliardi di euro all'anno, il 20 percento del Pil di tutta la Nazione iberica. Ma basta prendere l'Ave, il treno superveloce che in due ore e mezza attraversa i 620 chilometri che dividono Barcellona da Madrid, per capire quanto le due capitali siano interconnesse. Migliaia di persone, 10mila sul treno e altrettante con il ponte aereo, si muovono ogni giorno tra le due città. E più del 60 percento dell'economia catalana dipende dagli interscambi con il resto della Spagna. Gli economisti i calcoli li hanno già fatti. Una fuga in avanti senza un patto con Madrid potrebbe trascinare la Catalogna in una catastrofe economica con un crollo del 25% del suo prodotto interno lordo. Scenario ingestibile anche se tutti i suoi abitanti fossero esaltati dal miraggio del nuovo Stato. Motivo per il quale, mentre disconosce Costituzione e Corona, Puigdemont frena sui 18 mesi dall'addio alla Spagna, votati a maggioranza dal Parlamento, nella prima intervista che ha concesso l'altro ieri. La road map - ha detto - "non deve essere un obbligo. Se si può fare in meno tempo, tanto meglio, ma anche se si deve allungare un pò non succede nulla".


Due turisti su tre che visitano la Spagna preferiscono vedere Barcellona piuttosto che Madrid. Nel 2015 sono stati 7,6 milioni piazzando la metropoli catalana al terzo posto, dopo Londra e Parigi, fra le città europee più visitate. Barcellona va fiera della sua architettura modernista. Della sua squadra di calcio che vince tutto. Del suo primato economico. La rivalità con la vera capitale, Madrid, è insanabile. Ha scritto lo storico Jose Alvarez Junco: "In Spagna ci sono due città che hanno grandezza, peso economico e culturale comparabili. E le èlite politiche e culturali di Barcellona, che non possono più sopportare di dipendere da Madrid, sono riuscite a convincere gran parte della popolazione che loro sono differenti dal resto degli spagnoli  e che la cosa migliore che possono fare è non appartene più alla Spagna". Un punto di caduta ci sarebbe ma è indigeribile per la destra spagnola. Bisognerebbe dare a Barcellona lo status di seconda capitale, magari spostando alcune istituzioni, come per esempio il Senato. Accettare il catalano come lingua nazionale, genere Quebec in Canada, e approvare un nuovo Statuto dell'autonomia regionale con concessioni sulla gestione delle finanze. Altrimenti la capricciosa ambizione nazionalista, fortissima soprattutto in provincia, non farà che crescere tra i più giovani. Sono quarant'anni, con il ritorno della democrazia in Spagna, che la Catalogna prepara il suo distacco. Nelle scuole e in tutte le istituzioni regionali. Hanno perfino "ambasciate" della Generalitat a New York, Londra, Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma e Vienna. Il 6 ottobre del 1934, durante la seconda repubblica spagnola, Lluis Company proclamò dal balcone del palazzo della Generalitat l'indipendenza della Catalogna. Fu uno degli atti che accessero il fuoco di quella che sarà la Guerra civile del 1936. Allora si usavano le armi, oggi l'insurrezione è virtuale. Postmoderna. Simboli e social network. Ma sempre guerra è.

martedì 24 novembre 2015

Mauricio Macri, profilo, la repubblica 24 nov 2015



Se c’è un tratto inequivocabile nella vita di Mauricio Macri, neo presidente d'Argentina, è la sua relazione con il padre Franco. Sul piano personale, perché gli impose una carriera - ingegnere - che lui mai amò e quasi mai esercitò. E su quello pubblico, perché la vicenda del padre, un magnate - oggi 85enne - che si arricchì con le commesse pubbliche negli anni della dittatura militare, e fu sempre molto chiacchierato per i milionari affari delle sue aziende, che spaziano dall’immobiliare ai componenti per auto, dalla nettezza urbana all’industria alimentare, lo insegue ancora oggi come una irritante ombra nelle sue crociate anticorruzione. Padre esigente, Franco Macri. Scontroso e distante, che lo aveva scelto - Mauricio è il primo di cinque fratelli - come erede destinato a gestire il futuro delle fortune familiari ma che non perdeva mai l’occasione per umiliarlo. C’è una biografa di Macri, Gabriela Cerruti, che nel libro El pibe (Il ragazzino), narra un episodio dell’adolescenza. Tutte le domeniche, Macri e suo padre giocavano a scacchi e il piccolo Mauricio perdeva sempre inseguito dagli sberleffi di Franco che, a tavola davanti al resto della famiglia, lo prendeva in giro. Finché un giorno vinse. Suo padre non disse nulla, chiuse la scacchiera e non giocarono mai più. 

La famiglia paterna di Macri arrivò in Argentina poco dopo la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Suo nonno era un aristocratico calabrese, sua nonna era romana. Suo padre iniziò a lavorare come operaio ma nella ricca Argentina dell’epoca, granaio del mondo, costruì rapidamente un patrimonio. Così Mauricio crebbe nei migliori collegi, studiò alla Columbia negli Stati Uniti e si laureò all’Uca, la prestigiosa Università cattolica di Buenos Aires, iniziando poi a lavorare nelle aziende paterne. Nel 1991 venne rapito. Fu una banda formata da agenti della polizia. Lo tennero sequestrato due settimane finché la famiglia non pagò un riscatto da sei milioni di dollari. Dice Macri che quella drammatica esperienza cambiò la sua vita. Decise di rompere con il padre e iniziò a pensare alla politica. Il primo passo, nel 1995, fu il Boca Junior. Quando riuscì a diventarne presidente disse: «Mio padre non mi avrebbe mai concesso di svolgere un ruolo autonomo negli affari di famiglia, ma qui al Boca non può più dirmi cosa devo o non devo fare». 

Erano gli ultimi anni di Maradona, tornato a casa dopo Barcellona e Napoli. Macri e il pibe de oro non andarono mai d’accordo. Diego, che veniva dalle favelas, disprezzava quel figlio di ricchi che, secondo lui, non aveva dovuto combattere per niente. Una volta gli disse: «Tu il Boca lo hai ereditato, io l’ho conquistato». Macri gestì la squadra più importante di Buenos Aires per tredici anni, vincendo 17 titoli. Fu il trampolino che gli diede la possibilità di fare il salto in politica. Sospinto dai successi con il Boca jr. si presentò candidato a sindaco della capitale la prima volta nel 2003, ma venne sconfitto. Poi vinse, diventando sindaco prima nel 2007, e poi ancora nel 2011. Ma la relazione con il padre continuò a perseguitarlo: Franco Macri è amico di Cristina Kirchner e militante peronista. Non voleva che suo figlio si candidasse alla presidenza del Paese.

Adesso sarà il primo presidente dell’Argentina nato dopo la caduta di Perón (1955), il primo ad aver vissuto il dramma di un sequestro, il primo a vincere in un ballottaggio, il primo a non essere né peronista né radicale. Mauricio Macri si è sposato tre volte e ha quattro figli. Con l’ultima moglie, Juliana Awada, imprenditrice tessile, si conobbero in una palestra. Hanno una figlia, Antonia, di 4 anni, grazie alla quale - dice Macri - «sono metà nonno dei figli dei miei figli e metà padre». Il suo libro preferito è il cacciatore di aquiloni di Khaled Housseini, la musica: quella di Phil Collins. Quando iniziò l’ultima campagna elettorale, a giugno, Macri adottò un cagnolino. Gli mise il nome della strada che costeggia il palazzo presidenziale della Casa Rosada, “Balcarce”. Poi gli comprò una cuccia a forma di palazzo presidenziale tutta rosa. La sua mascote gli ha portato fortuna. Nonostante Cristina e Scioli abbiano utilizzato tutta la forza persuasiva della propaganda di Stato per convincere gli argentini che era "l’anticristo”, li ha battuti.

martedì 3 novembre 2015

Affari e Finanza 2 novembre 2015

Argentina, la sfida dell’autarchia peronista

IL CANDIDATO DELL’ OPPOSIZIONE MACRI E QUELLO DELLA PRESIDENTE USCENTE, SCIOLI, ARRIVANO AL BALLOTTAGGIO CON POSIZIONI SIMILI: PRUDENZA NELL’AUSTERITY E NEL RIGORE, NECESSARI INVECE PER UN PAESE IN CUI L’INFLAZIONE È AL 25%

Buenos Aires Il panorama economico di questa Argentina che in una fredda primavera australe s’avvia a scegliere il suo nuovo presidente, fra Daniel Scioli e Mauricio Macri, con il primo ballottaggio della sua recente storia democratica, assomiglia fatalmente a quello della fine degli anni Novanta. Come allora, dopo un altro decennio di sperperi peronisti, - nel 1999 era appena uscito di scena Carlos Memen- , chiunque entrerà alla Casa Rosada dovrà prima di ogni altra cosa affrontare l’emergenza economica. Oggi la crisi brasiliana, la riduzione della domanda cinese e il calo dei prezzi delle materie prime, hanno messo in stand by l’economia argentina che da due anni non cresce e nel 2016, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, entrerà in recessione (-0,7%). Un quadro complicato dalla contrazione dell’export (-17% previsto nel 2015 rispetto all’anno scorso), dall’esaurimento delle riserve valutarie, dall’inflazione (oggi al 26%), da un deficit di bilancio che s’avvia entro la fine dell’anno a sfiorare il 7% del Pil e infine dalla svalutazione “sommersa” della moneta. Il valore del peso sul mercato ufficiale dei cambi è bloccato a 10,50 sull’euro, ma sul mercato parallelo per comprare un euro ci vogliono più di 17 pesos (stessa simmetria sul dollaro, rispettivamente circa 9 e 15-16 euro per dollaro). Dopo il default del dicembre 2001, Nestor Kirchner prima e sua moglie Cristina poi (è entrata in carica nel 2007), hanno inseguito 
un modello economico statalista e protezionista, rompendo con gli organismi economici internazionali (Fmi in testa), cancellando unilateralmente il debito estero (misura che continua aprovocare guai legali a non finire), e promuovendo il contenimento delle importazioni. Una politica che è andata quasi incredibilmente bene, con tassi di crescita del Pil fra l’8 e il 9% annuo, finché però è durato il boom dei prezzi delle materie prime. Nel caso argentino: soia, grano, e petrolio. Ma che ormai è del tutto insostenibile soprattutto perché ha gonfiato a dismisura la spesa di uno Stato che non può più neppure finanziare il suo deficit ricorrendo a prestiti esteri proprio perché nessuno glieli fa più. Soltanto la Cina, un anno fa, ha accettato di aprire una linea di credito da 11 miliardi di dollari per coprire il nuovo debito argentino. Un credito già quasi completamente consumato e che ora Pechino si rifiuta di rifinanziare. Osservata da Buenos Aires, l’Argentina di queste settimane elettorali sembra immersa in una bolla mediatica dove i candidati a sostituire Cristina Kirchner evitano accuratamente di affrontare il tema della contingenza economica, e dove una classe media spensierata continua a far debiti grazie a programmi statali che finanziano il consumo a rate con zero interessi: scarpe, vestiti, elettrodomestici, auto nuove. Sospinta dall’ossessione di conservare una influenza egemonica nella politica argentina e, magari, anche dalla speranza di diventare indimenticabile e eterna come Evita Péron, la presidente Kirchner ha organizzato questo festival di primavera pompando pesos nel mercato interno che sono serviti soprattutto ad aumentare salari e pensioni frantumati dall’inflazione. Con l’effetto brutale di trasferire altri guai sui suoi successori. Così il dibattito ruota tutto intorno al “modello” della fragile autarchia argentina. Daniel Scioli, candidato peronista, promette di mantenerlo riformandolo, mentre Mauricio Macri di cambiarlo, (“Cambiemos” è il suo slogan), a tappe forzate. I mercati hanno festeggiato il risultato del primo turno elettorale del 25 ottobre quando è diventato evidente non solo che sarebbe stato necessario un ballottaggio il prossimo 22 novembre, ma che, soprattutto, i suffragi minoritari ottenuti dal “Frente para la victoria” di Scioli e Cristina lasciavano prefigurare una possibile svolta. A urne chiuse, fra i consensi ottenuti da Macri e dal peronista dissidente Sergio Massa, arrivato terzo, oltre il 60% degli argentini aveva votato contro il partito di Cristina Kirchner, rieletta con il 54% quattro anni fa. L’indice della Borsa è subito schizzato su del 3 percento, il costo dei dollari sul mercato nero è sceso e il valore dei bond è aumentato. Altro segnale: l’ultimo ministro dell’economia del governo in carica, Axel Kicillof, che si presentava per un seggio di deputato nel nuovo Parlamento è stato eletto ma con appena un 22% dei voti. Sia nel caso di una vittoria di Macri, che in quella di Scioli, i margini di manovra del prossimo presidente sono piuttosto ristretti. Sotto accusa adesso ci sono soprattutto i sussidi che lo Stato finanzia per contenere al ribasso le spese familiari dei servizi: luce, gas, elettricità e trasporti. Insieme ai piani sociali contro la povertà. Per ridurre il deficit statale i tagli sono indispensabili. Ma sono più facili nel caso di Macri che sostiene politiche liberiste piuttosto che in quello di Scioli che difende il “modello” sociale del kirchnerismo peronista. Riguardo agli holdouts, i fondi di investimento che possiedono una piccola parte dei bond del vecchio debito argentino e chehanno rifiutato la rinegoziavillaggio zione, entrambi i candidati difendono la necessità di un accordo. Se accetterà di pagare l’Argentina può chiudere le cause giudiziare aperte e sperare di ottenere nuovi crediti internazionali attraverso l’emissione di buoni del Tesoro post accordo. L’altro fronte aperto è la svalutazione del peso. Macri ha promesso di eliminare in fretta il blocco del mercato dei cambi lasciando fluttuare liberamente il peso e di diminuire il controllo sulle importazioni. Nel caso di Scioli invece la svalutazione sarebbe guidata e moderata conservando il regime del cambio bloccato. Inoltre con Macri è abbastanza probabile che tornerebbe in gioco il Fondo monetario internazionale al quale un suo esecutivo chiederebbe aiuto. Scenario invece del tutto improbabile nel caso di vittoria di Scioli. Secondo gli osservatori, infine, dovrebbe essere abbastanza simile la politica estera di entrambi i possibili vincitori con un chiaro riavvicinamento agli Stati Uniti e misure a favore degli investimenti internazionali. Ma nel backstage che nessuno vuole guardare ci sono tutti i fantasmi della fine del secolo scorso, quando una etereogenea coalizione antiperonista guidata da Fernando de la Rua sconfisse il continuismo rappresentato da Eduardo Duhalde per andare a infrangersi due anni dopo nel più tragico fallimento della storia recente. De la Rua, come Macri, era sindaco uscente di Buenos Aires. Duhalde, come Scioli, era governatore uscente della provincia di Buenos Aires.

sabato 31 ottobre 2015

Argentina, Daniel Scioli l'erede sgradito dei Kirchner (Repubblica, 20 ottobre 2015)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI


BUENOS AIRES 
DANIEL Scioli si concede tra un tackle e l'altro. Trotterella e risponde: "Amo l'Italia, è la mia seconda patria", dice mentre si riposa dalle fatiche di una partita di calcetto nel complesso sportivo che ha fatto costruire accanto alla sua villa nella periferia ricca della provincia di Buenos Aires. "Mi pare che Renzi stia facendo un ottimo lavoro", "Se divento presidente dell'Argentina voglio stringere nuovi rapporti politici e economici con l'Italia". Il suo bisnonno, Luigi, arrivò qui da Campobasso alla fine dell'800. Lui ha conosciuto bene l'Italia quando gareggiava con i motoscafi offshore . Andava sempre a Lecco da Fabio Buzzi, il famoso pilota e costruttore di barche da corsa. Oggi va tutti gli anni a Modena per il braccio ortopedico, il destro, che porta da quando nell'89 ebbe un gravissimo incidente mentre correva lungo il delta del fiume Paranà. Scioli, caso raro tra gli oriundi d'Argentina, parla bene l'italiano anche grazie alla moglie, Karina Rabolini, che da giovane era modella e sfilava a Milano.

Governatore peronista della provincia di Buenos Aires dal 2007, 58 anni, è il candidato alla presidenza nelle elezioni del 25 ottobre con maggiori possibilità di succedere a Cristina Kirchner. È, anche, l'erede sgradito di Cristina. La presidenta ha dovuto accettarlo e sostenerlo perché, tra i possibili successori, era largamente quello con più elettori potenziali. Non è stato un gran governatore ma gli vogliono bene. Ha l'aria da brava persona e, nonostante sia in politica da quasi un ventennio, lo cooptò Menem alla fine degli Anni '90, è riuscito a conservare l'immagine del politico per caso in un Paese devastato dalla corruzione dei politici. Un campione dello sport, ha vinto otto titoli mondiali con il suo motoscafo offshore , ricco e benestante  -  suo padre aveva l'unica concessione per vendere gli Electrolux svedesi  -  molto prima di scendere in politica. Come stasera mentre gioca a calcetto in una squadra di ragazzini che, evidentemente, lo sopportano solo perché, oltre a essere il proprietario del team, è una "vecchia gloria", molto intimo di Maradona e Carlos Tevez. Lo chiamano "Pichichi", come il trofeo per il capocannoniere del campionato di calcio in Spagna, veste una maglietta numero 9, e gli fanno anche segnare un gol.

Non si ricorda come un gran governatore ma c'è sempre, soprattutto quando accade qualche tragedia. Manda telegrammi di cordoglio a tutti e corre dai parenti quando, come succede spesso, sequestrano o ammazzano qualcuno per rapinarlo. La sua legge migliore, merito della moglie che non può avere figli, è stata quella che rende gratuita per tutti la procreazione assistita. Con il romanzo peronista dei Kirchner, la coppia che ha governato l'Argentina dopo il default del 2001 (prima Nestor, morto d'infarto nel 2010, poi per due mandati, sua moglie Cristina) Scioli non ha mai avuto grande feeling. Con Nestor, che all'inizio lo volle come vicepresidente, litigò per i sussidi statali alle tariffe dei servizi (acqua, luce, gas e telefono) e sui diritti umani per l'abolizione dell'amnistia ai militari della dittatura. "Un paese serio  -  diceva Scioli  -  non annulla le sue leggi". Nestor lo isolò e lo umiliò. Lasciando la vicepresidenza Scioli voleva candidarsi a sindaco di Buenos Aires ma Kirchner voleva allontanarlo e lo costrinse a optare per la provincia. Dalla Casa Rosada Cristina lo ha odiato e preso spesso in giro in pubblico mentre lo lasciava senza fondi per pagare gli stipendi dei funzionari locali. All'epoca, qualche anno fa, intervenne in difesa di Scioli addirittura Maradona: in tv, pregando Cristina di liberare i soldi dello Stato centrale.

Così il resiliente Scioli, capricorno testardo e determinato  -  è nato il 13 gennaio del '57  -  , capace di riemergere da qualsiasi sventura della vita come quando vinceva senza un braccio le gare in offshore ha avuto la sua rivincita, la candidatura presidenziale peronista. Il suo vero problema adesso è che rischia di essere arrivato tardi alla festa. La doppia tenaglia della crisi della Cina, che qui compra soia e minerali, e di quella del Brasile, che assorbe il 50% dell'export argentino, possono mettere al tappeto Buenos Aires. Cristina, nel suo fervore populista, ha già speso tutto quel che c'era e la Banca centrale ha prosciugato le riserve in dollari per non svalutare la moneta locale, il peso. Gli economisti disegnano scenari tragici per il prossimo governo: crescita zero, svalutazione e aumento della disoccupazione. Scioli non vuole parlarne ma neppure i suoi avversari. L'Argentina vive una stagione di grande polarizzazione. Meno della metà del Paese a qualsiasi prezzo con Cristina, gli altri tutti contro. Ma gli altri, gli "anti-kirchneristi", sono divisi e, per questo, Scioli potrebbe vincere già al primo turno domenica davanti a Mauricio Macri e a Sergio Massa, oriundi d'Italia anche loro. In Argentina si diventa presidente, evitando il ballottaggio, se si supera il 40% dei suffragi con un vantaggio di almeno dieci punti sul secondo. È lo scenario a scaletta degli ultimi sondaggi: Scioli 40, Macri 30, Massa 20.

Quando gli domandano se continuerà il "progetto Kirchner", quello dell'Argentina autarchica, nazionalista ma ideologicamente solidale e populista, Scioli risponde: "Governerò alla mia maniera, correggendo quel che non va". Ma Cristina Kirchner in realtà lo ha già blindato. Intorno a Scioli vigilerà "La Campora", l'associazione giovanile kirchnerista guidata dal figlio di Cristina, Massimo, che si presenta deputato. Lei, dice, che se ne andrà in Patagonia, a Santa Cruz. Ma tutti sono convinti che resterà dietro la porta della Casa Rosada in attesa che il suo erede fallisca. Per tornare fra due ali di folla come Perón il 17 ottobre di 70 anni fa. E ricominciare il romanzo peronista, Eva e Perón, lei e Nestor, che ora Scioli vuole, senza alcun diritto dinastico, occupare.

sabato 24 ottobre 2015

Crisi, scandali e colpi bassi. In Brasile è assedio a Dilma e anche Lula la sfiducia (Repubblica, 23 ottobre 2015)

DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI
   

BRASILIA                   
Il Parlamento del Brasile è uno dei luoghi più originali del mondo. Siccome può entrarci chiunque, basta presentare un documento, i suoi corridoi sono spesso attraversati da cortei interni di manifestanti che protestano. Ci sono gli indios dell'Amazzonia che hanno qualche problema da risolvere; femministe contro una nuova legge antiaborto; operai licenziati; ambientalisti: un putiferio di contestatori in cerca di ascolto e soluzioni come in una immensa agorà. Qui, l'opposizione al governo di Dilma Rousseff, cerca, da settimane, i numeri per ottenere l'avvio della procedura di impeachment della presidenta dopo gli scandali politici - Petrobras su tutti - e le grandi manifestazioni in tutte le principali città del Paese che hanno chiesto una svolta in una situazione che diventa ogni giorno di più ingovernabile. L'assedio a Dilma è ormai un'agonia quotidiana in un contesto che sembra davvero quello della tempesta perfetta: crisi economica, crisi politica (il governo non ha più maggioranza parlamentare), e crisi istituzionale (almeno un quinto dei 500 deputati del Congresso sono coinvolti nelle indagini di corruzione). L'altro ieri è stata presentata al presidente della Camera, Eduardo Cunha, una nuova richiesta per la procedura di impeachment che dovrà valutare nei prossimi giorni. Cunha è un leader degli evangelici, è diventato presidente della Camera perché il suo partito, il centrista Pmdb, è alleato di Dilma. Ma ora lui è un suo nemico. E nell'esecutivo si teme che possa fare qualsiasi cosa, anche per spostare l'attenzione da una inchiesta che lo vede coinvolto e accusato di possedere  fondi provenienti dalla corruzione in almeno quattro conti segreti in una banca svizzera. Nel parlamento brasiliano ci sono 28 partiti, molti piccoli e piccolissimi, che ballano da una parte all'altra intorno ai tre maggiori (PT -sinistra -, Psdb - opposizione -, Pmdb -centristi-)  e quello che ieri sembrava improbabile, la messa in stato d'accusa di Dilma, domani potrebbe diventare facilmente realtà.

I fronti della battaglia oggi sono almeno quattro. C'è il tribunale dei Conti che ha respinto il bilancio delle spese del governo per il 2014. E sulla base del quale, per "irresponsabilità istituzionale", è stata presentata l'ultima richiesta di impeachment. C'è il tribunale elettorale, che sta esaminando le denuncie sull'ultima campagna presidenziale (autunno 2014), nelle quali Dilma è accusata di uso di fondi illeciti. C'è il Parlamento. E c'è, infine, il tribunale del Parana, dove prosegue "Lava Jato" (lava auto), la madre di tutte le inchieste sulla corruzione politica. Gli scenari dell'accerchiamento alla presidenta sono due, ci spiega Carlos Zarattini, vice capogruppo alla Camera del Pt. Se l'impeachment inizia in Parlamento a cadere sarebbe solo lei e, particolare per nulla insignificante, a prenderne il posto fino alla fine del mandato (2018) sarebbe il vice presidente Michel Temer, esponente del Pmdb, stesso partito di Cunha,   alleato ma non troppo del Pt di Lula. "E sarebbe un golpe", ripete Dilma. Se invece l'impeachment inizia nel tribunale elettorale cascano tutti e si va a nuove elezioni entro 90 giorni. Insomma una classica sceneggiatura dove colpi bassi, ricatti, e prebende da basso impero in Parlamento la fanno da padroni. In realtà l'altro problema sul palco del teatro politico è che l'opposizione è divisa sulla strada da seguire per ottenere l'obiettivo della fine anticipata della presidenta. Aecio Neves, il candidato dell'opposizione Psdb sconfitto da Dilma nell'ottobre scorso per una manciata di voti, punta dritto alla messa in Stato d'accusa mentre il padre nobile dello stesso partito, l'ex presidente Fernando Henrique Cardoso, invita alla calma, a evitare una rottura costituzionale e preferirebbe, forzando il tormento, le dimissioni di Dilma.


Isolata nella sua torre d'avorio presidenziale, l'elegante palazzo dell'Alvorada disegnato da Niemeyer all'estremità di Brasilia sulle sponde del lago Paranoà, Dilma Rousseff sa benissimo che, se anche riuscirà a sopravvivere alla baraonda parlamentare, il suo destino lo deciderà l'economia. Dopo un fantastico decennio di crescita il Brasile è entrato in una recessione che, per gli esperti, durerà almeno due anni. La disoccupazione cresce e è previsto che entro febbraio 2016 superi la soglia psicologica del 10 percento. Il real, la moneta brasiliana, si è già svalutato di oltre il 30% in pochi mesi. Le maggiori agenzie internazionali di rating hanno derubricato il debito del Brasile al limite dei bond spazzatura nonostante il governo continui a contenere il deficit tagliando la spesa sociale. E qui scoppia l'ultima disgrazia di Dilma. Ormai è isolata soprattutto nel Pt, il suo partito. "Tagli, tagli e ancora tagli. Non può continuare così - dice Carlos Zarattini -. Bisogna cambiare la politica economica, scegliere misure anticicliche, lo Stato deve riprendere a investire".  Lula, leader indiscusso della sinistra brasiliana, ha chiesto la testa di Joaquim Levy, il ministro dell'economia liberista, scelto anche con il suo appoggio da Dilma l'anno scorso per rimettere a posto i conti del bilancio statale e calmare il nervosismo dei mercati. Ma lei, per ora, resiste. Convinta che solo risanando si potrà poi ricominciare a crescere. Lula, invece, che non nasconde il suo desiderio di ripresentarsi candidato alla presidenza non può rinunciare a quel che ha costruito: i 30 milioni di brasiliani usciti dalla miseria, parte dei quali, senza i programmi sociali dello Stato, rischiano di tornarci. Lo scontro è duro. E Lula, inseguito anche lui dai giudici del "Lava Jato", soprattutto per colpa di figli e cognate che avrebbero approfittato della parentela per arricchirsi, viene ormai a Brasilia tutte le settimane per assediare, perfino lui, la presidenta che scelse come erede. Cercò di convincerla già l'anno scorso a non ripresentarsi per un secondo mandato lasciandogli subito campo aperto. Ora, con l'appoggio del partito, vuole commissariarla. Almeno sulla politica economica. Intanto, stasera, estradato dall'Italia, torna per scontare la condanna a dodici anni di carcere, Henrique Pizzolato, il banchiere del Mensaläo, il primo scandalo del partito dei lavoratori, al potere dal 2002. E un altro caos è servito. Un'altra spina per Dilma. L'opposizione festeggia convinta che ora Pizzolato parlerà ingrossando accuse, vere e presunte. L'agonia continua.