sabato 19 marzo 2016

La primavera di Cuba aspettando Santo Obama (la Repubblica 19 marzo 2016)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

L'AVANA. Dalla terrazza dell'hotel Saratoga si domina, a perdita d'occhio, tutta la capitale di Cuba. Fra la spuma bianca di una piña colada e il profumo della hierba buena di un mojito, avvocati e consulenti finanziari americani, si riposano sulle sdraio di tela chiara osservando lo spettacolo del Sole che tramonta dietro la cupola bianca del Capitolio. Confusi tra qualche ricco pensionato canadese in gita primaverile e quattro giovanotti newyorchesi in vacanza, sono loro i nuovi procacciatori d'affari sbarcati sull'isola proibita per avviare la nuova era delle relazioni fra Washington e l'Avana che il presidente Barack Obama s'appresta a sigillare con la storica visita che inizierà domani. Affari, per ora, pochi, cocktail caraibici numerosi. Ma da quando vi hanno alloggiato il segretario di Stato John Kerry, Paris Hilton e Beyoncé, questo vecchio e fastoso albergo, completamente ristrutturato dieci anni fa, è diventato uno dei luoghi preferiti dagli americani. Stanze da 400 dollari minimo e proprietà Habaguanex, una delle aziende turistiche del governo cubano, ai margini dello spettacolare centro coloniale dell'Havana Vieja.  Lo stesso che assaltano come stormi d'uccelli curiosi centinaia di turisti che in questi giorni si spintonano fra le pietre della piazza della Cattedrale e la struggente bellezza dei portici della Plaza Vieja. L'Avana è di moda. E' al centro del mondo con i suoi alberghi che da mesi non hanno più una stanza disponibile e i nuovi visitatori costretti a saggiare gli standard delle "casas particulares", i bed and breakfast privati, che sorgono ovunque  per soddisfare le richieste di alloggio. E la città si offre ai suoi nuovi amanti con i suoi storici gioielli da Luna Park. La "Bodeguita del Medio", dove s'ubriacava Hemingway; il Floridita, altro bar dello scrittore; "l'Ambos Mundo", il suo primo albergo che conserva religiosamente una stanza dove visse. E i ritratti di Che Guevara, le magliette, gli adesivi, le cartoline postali, le borse. Il guerrigliero eroico in ogni dove. E i sigari. E il rum. E il Museo della rivoluzione.

Il nuclueo antico dell'Avana splende di lavori in corso e attende nuovi padroni per riconquistare colori. Sugli edifici sbrecciati e polverosi tanti cartelli bianchi e rossi scritti a mano: "Se vende" (in vendita). Ma la procedura resta complessa: gli stranieri non possono investire negli immobili, l'eventuale compravendita è privilegio dei cubani. Così chi investe non appare, si fida di un prestanome locale. L'affare adesso sono i piccoli alberghi, molto trendy per clienti ricchi ed esclusivi.  Un impreditore italiano che vive qui da anni ci porta in una stradina chiusa dietro la cattedrale e ci mostra quello che sta succedendo. In fondo alla via c'è Doña Eutimia, un ristorante privato specializzato in cucina criolla che già da tempo s'è conquistato un posto sulle guide turistiche. Sei mesi fa non c'era altro. Oggi ci sono altri cinque ristoranti che fanno concorrenza al più famoso, con tanto di buttadentro. L'esplosione del turismo e le timide aperture all'iniziativa privata stanno cambiando il paesaggio cittadino. Promuovendo quel che sperava Obama quando ha accettato la riconciliazione senza chiedere nulla in cambio al regime castrista. La nascita di quella classe media che, dopo quasi sessant'anni d'uniformità socialista, prima o poi reclamerà diritti.

Perfino gli "almendrones" ( i "mandorloni") sembrano risorti. Si chiamano popolarmente così a Cuba le vecchie macchine ancora in vita di prima della rivoluzione, Buick e Chevrolet.  Rimetterli su strada per la gioia dei turisti è un altro degli affari di questi mesi. I dollari per l'operazione arrivano dai parenti di Miami, quelli della diaspora cubana dall'altra parte dello Stretto della Florida.  E' il flusso delle rimesse che aumenta e i cubano americani che iniziano a investire timidamente sui piccoli commerci dei loro familiari sull'isola, scommettendo sul cambiamento. La settimana che si apre con l'arrivo di Obama, si chiuderà con il primo concerto, gratuito, dei Rolling Stones. Ma non tutti guardano senza timori alla pace con gli Stati Uniti. Per esempio, Rey. Un ragazzo che ricorda come a scuola gli abbiano spiegato che l'ultimo americano visto a Cuba prima di Barack e Michelle Obama si chiamava Meyer Lansky, era un luogotenente di Lucky Luciano, e insieme a Batista voleva trasformare Cuba nel resort della mafia. Mambo, prostitute e casinò.  Marta invece è piena di speranze. In fila da Coppelia, la gelateria voluta da Fidel Castro nei giardini del Vedado, dove la incontriamo, ricorda i suoi anni da "Gloria dello sport". Era ginnasta e grazie al suo talento ha avuto una vita agevolata. Nessun doganiere, racconta, si permetteva di ficcare il naso nelle valige di uno sportivo quando andava a gareggiare all'estero. Così lei le riempiva di sigari e rum che rivendeva e tornava a casa con leccornie occidentali per tutta la famiglia. Oggi, a 62 anni, pulisce le stanze di una "casa particular" e il suo fragile benessere dipende dal turismo. Alla vigilia dell'evento - Obama è il primo presidente degli Stati Uniti che visita l'Avana dopo quasi un secolo - i cubani si divertono a scoprire dove andrà seguendo gli operai che asfaltano le strade e riverniciano i palazzi. Il percorso, rimesso a nuovo, l'hanno già battezzato "via Obama".  E lui, il presidente a stelle e strisce, è diventato "Santo Obama" perché il suo arrivo ha fatto scomparire le buche nelle strade.


Subito dopo c'è un altro appuntamento che potrebbe avere conseguenze sul futuro di Cuba. Il 15 aprile si apre il VII Congresso del Pcc, il partito comunista cubano. E sarà anche l'ultima assise con Raúl Castro al potere. Il fratello minore di Fidel, che compirà 85 anni a giugno, ha promesso che si ritirerà nel febbraio del 2018. Le manovre per la successione inizieranno al Congresso dove si dovrà decidere anche in che forme avverrà. L'attuale vicepresidente, per la prima volta, non è un Castro. Si chiama Miguel Diaz-Canel, 55 anni, designato da Raúl nel 2013. Ma i due veri "uomini forti" della leadership di regime sono suoi parenti. Il generale Luis Alberto Rodriguez Lopez-Callejas è suo genero e controlla Gaesa, l'holding delle Forze Armate. Alejandro Castro Espin è suo figlio, e guida l'intelligence. C'è chi spera che la successione a Raúl possa avvenire attraverso una consultazione più larga che coinvolga in qualche modo anche i cittadini e non solo i 14 membri - otto sono militari - del Burò politico del partito. Ma, per ora, sembrano illusioni, visto che il governo cubano ripete che non ha concessioni da fare alla pax americana né sul piano dei diritti civili, né su quello dei diritti umani. Chi non ci sta, oggi emigra più facilmente. Qualcuno, ed è un fenomeno nuovo, perfino torna nella speranza che le aperture vadano lentamente consolidandosi con una nuova politica economica. Ma i più smaliziati fanno notare che, fatte le debite proporzioni, a Cuba stanno nascendo dei mini oligarchi come nei mesi burrascosi della fine dell'Urss.  La maggior parte degli affari del turismo sono in mano alle aziende di Stato e per aprire un bar o un ristorante in una zona privilegiata bisogna essere molto vicini alla nomenclatura.

sabato 27 febbraio 2016

Il sub Marcos non è più un ricercato (Repubblica, 26 febbraio 2016)


Marcos può togliersi il passamontagna, non è più un ricercato. Per la giustizia messicana i reati di cui venne incriminato all'inizio del 1994, durante la rivolta degli indios del Chiapas, sono prescritti e lui è libero da ogni accusa. Ma forse non se lo toglierà il famoso passamontagna nero. Marcos ha sempre spiegato che lui e i militanti zapatisti non lo indossarono per non essere riconoscibili ma per l'esatto contrario: occultando il volto, nella società delle immagini, diventavano visibili. E fu quello che accadde, l'uomo del passamontagna diventò una star internazionale, il nuovo Che Guevara che aveva lasciato un tranquillo incarico di professore di filosofia all'Università di Città del Messico per confondersi con i più poveri, con gli indios del Chiapas, nell'estremo sud del Paese, nella foresta al confine con il Guatemala. Ad elevarlo nel ruolo di eroe della sinistra ci pensò subito un'eretica appassionata come Danielle Mitterrand, la vedova dell'ex Presidente francese, che per prima aprì il pellegrinaggio degli intellettuali europei alla corte del nuovo messia. Quando nel '96, di ritorno a Parigi, chiesero a Danielle cosa c'era sotto il passamontagna rispose: "Il mistero deve restare intatto, e essere rispettato. L'identità dell'uomo sotto la maschera chiamato Marcos non ha importanza: qualunque cosa accada resterà sempre vivo". E la moda scoppiò, tutti s'interessavano del Chiapas. Ci andò persino Fausto Bertinotti, ribattezzato "subcomandante Fausto", quand'era presidente della Camera. Ci andarono Gabriel García Márquez, Eduardo Galeano e Noam Chomsky.

Il governo messicano, invece, s'impegnò fin dall'inizio a svelare l'enigma, nella convinzione che se fosse riuscito a dare una faccia al cavaliere errante che dava voce agli esclusi, avrebbe ridotto l'impatto mediatico delle sue idee fino a renderlo prosaico. Si mosse l'intelligence e si pagarono spie e traditori, finché, nella primavera del 2001, il segreto sulla sua identità cadde. Marcos, che si faceva chiamare "sub", cioé "sotto", perché il vero potere risiede nel popolo e non nel comandante, era un ex studente, e poi professore associato di filosofia, dell'Università più famosa della capitale messicana, la Unam, quella pubblica. Si chiamava Rafael Sebastian Guillén, era nato, quarto di otto figli, a Tampico, nello Stato di Tamaulipas, il 10 luglio del 1957. Proveniva da una famiglia di media borghesia, i suoi genitori possedevano alcuni negozi di mobili, e aveva anche due sorelle molto impegnate in politica. Ma dalla parte sbagliata, nel Pri, il partito del governo. Poi si scoprì che aveva vissuto in Europa e che aveva lavorato al Corte Inglés, la catena di grandi magazzini spagnoli, dai quali era stato licenziato perché vendeva i prodotti ad un prezzo inferiore a quello riportato dall'etichetta. Robin Hood fin da giovanissimo prima di incontrare il suo destino nella difesa degli ultimi indigeni messicani.
Lo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, che viaggiò diverse volte in Messico per incontrarlo, raccontava che Marcos era ghiotto di salame catalano e gli chiedeva sempre di portargliene un po'.


A quei tempi Marcos interveniva su tutto e aveva relazioni epistolari con gli intellettuali di sinistra d'America e d'Europa, iniziando sempre le sue lettere con una data molto evocativa che faceva sognare: "dalle montagne del sud est messicano". Pubblicava libri di favole per bambini e un romanzo poliziesco, scritto a quattro mani con Paco Taibo II, Morti scomodi. Poi cominciò a svanire tra l'ombra e l'oscurità della selva. Le sue dichiarazioni si diradarono e nel 2007 annunciò che avrebbe smesso di parlare per un po'. I rumors dicevano che era gravemente malato, che aveva un cancro ai polmoni, che forse era anche già morto. In realtà, ma questo si seppe dopo, aveva contratto una malattia dell'apparato respiratorio tipica di chi vive a lungo nella selva ed era peggiorata la sua asma. Per molti anni non si seppe più nulla del subcomandante, fino al 2014, quando riapparve in pubblico per annunciare che Marcos non esisteva più, che lui non era più il portavoce degli zapatisti e che aveva cambiato nickname in onore di un compagno morto e adesso si chiamava Galeano. Del personaggio di Marcos disse che era una "marionetta grottesca" e che non era più necessario. Confessò che la conquista di San Cristobal de las Casas nel 1994 fu frutto di una improvvisazione, così come l'idea del passamontagna, e che non aveva mai pensato di diventare quel che diventò. Poi scomparve di nuovo. La sua ultima apparizione pubblica risale al maggio dell'anno scorso quando partecipò ad una cerimonia in ricordo di Luis Villoro, filosofo messicano suo amico morto qualche mese prima. Le uniche cose certe che si sanno di lui è che ha una figlia, Mariana, che vive a Parigi, e una compagna, Silvia Fernandez, militante zapatista. In fondo, come voleva Danielle Mitterrand, il segreto è ancora intatto. Lo possiedono gli indios del Chiapas che in questi vent'anni hanno conquistato molta autonomia anche se qualcuno dubita che fosse la strada giusta contro l'emarginazione.

domenica 21 febbraio 2016

Un Referendum è per sempre (Il Venerdì di Repubblica, 19 febbraio 2016)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI


COCHABAMBA. "Molte luci ma altrettante ombre", dice Mabel Azcui quando le chiediamo un giudizio sui dieci anni al potere di Evo Morales, il primo presidente indio della Bolivia. Mabel è una veterana del giornalismo boliviano, per oltre trent'anni corrispondente del quotidiano spagnolo El País, è in rotta di collisione con il governo di Evo, "Evito" per i numerosissimi fan, da quando, tempo fa, pubblicò un articolo sarcastico nel quale prendeva in giro il presidente per le numerose Lauree honoris causa che gli sono state concesse nel decennio da ben ventitré Università, 17 straniere, compresi atenei russi, cinesi e italiani, e 6 locali. "Il giorno dopo la pubblicazione del pezzo - ricorda - chiamai un portavoce per verificare una informazione e  mi appesero il telefono. Nessuna fonte nel governo accettava più di parlare con me. Come giornalista ero fritta". Tra le delusioni di Mabel, che ricorda l'arrivo a Palazzo Quemado, la residenza presidenziale a La Paz, di Morales nel 2006, come una rivoluzione democratica che mise a soqquadro il Paese, travolgendo l'oligarchia bianca e filo americana a favore della maggioranza di indios e meticci, ci sono il culto della personalità promosso dalla propaganda e una concezione piuttosto muscolosa dei rapporti politici, "un autoritarismo arrogante", sottolinea, che non ammette critica o dissenso.

In queste settimane Morales è di nuovo in campagna elettorale. Dopo aver vinto le presidenziali per la terza volta consecutiva nell'ottobre del 2014 con il 61 percento dei suffragi l'ex sindacalista cocalero ha deciso di cambiare di nuovo la Costituzione - lo fece già nel 2009 - per potersi ricandidare all'infinito, nel 2019, e poi nel 2024. Per questo, domenica prossima, i boliviani saranno chiamati a rispondere a un plebiscito, "sì" o "no" alla perpetuità di Evo, che ha 57 anni, finché vita glielo consenta. 

Questa tentazione del presidente a vita, incapace di smettere di esserlo lasciando spazio a un successore, magari un allievo o un socio politico, è una prerogativa avvelenata del populismo latinoamericano dalla quale, aveva notato lo scrittore argentino Martin Caparrós, Morales sembrava immune. Tutto meno che un altro caudillo. Un dirigente di poveri cocaleros, i piantatori della coca, la foglia sacra che gli indios masticano da secoli per vincere fame e fatica, trascinato al potere da una rivolta nazionale in difesa delle risorse naturali - soprattutto il gas - e della Pachamama, la Madre Terra degli aymara, che le multinazionali volevano sventrare e saccheggiare ancora come durante la colonizzazione spagnola. E invece anche Evo adesso vuole diventare un imperatore delle Ande perché la nuova Bolivia non può fare a meno di lui. I sondaggi sbandano. Non si mettono d'accordo. Alcuni sostengono il 55 percento dei boliviani sono contrari a una nuova rielezione, altri il contrario. Lo storico Fernando Molina dice che dipende dalle zone rurali, gli altipiani andini, dove Evo, al contrario dei centri urbani delle pianure, è più forte ma che le ricerche dei sondaggisti raggiungono con difficoltà. "Secondo me alla fine vince", sentenzia Molina.

Morales ha già governato la Bolivia per più tempo di chiunque altro dall'indipendenza (1825). A gennaio ha battuto il maresciallo Andrés de Santa Cruz, uno dei fondatori della repubblica, che nell'800 governò per nove anni, otto mesi e ventiquattro giorni. In dote, per convincerli a votare "sì", Evo porta questo lungo periodo di stabilità e un decennio economico straordinario, nel quale, grazie all'alto prezzo delle materie prime - la Bolivia esporta gas, petrolio e minerali - il Pil è cresciuto a una media superiore al 5 percento annuo. Mabel riconosce che il governo ha fatto molto per redistribuire la ricchezza, programmi sociali per le comunità più povere, un salario ai più giovani, ma - dice - "hanno costruito più campetti di calcio (Evo è un tifoso sfegatato) che centri sanitari". E tante opere d'infrastruttura gigantesche e inutili che il presidente nel fervore della campagna elettorale continua a inaugurare in lungo e in largo. A Chimoré, tra i suoi cocaleros del Chapare, Morales ha fatto costruire un aeroporto internazionale con una pista d'atterraggio di 4 chilometri per i grandi Boeing al lato di un paesino di 21 mila abitanti. A Orinaca, altro paesotto non lontano da Cochabamba nella sua terra natale, è pronto un Museo di tre edifici che dovrà celebrare la rivoluzione democratica, l'opera del presidente, e la Bolivia dei sogni, quella pre-ispanica dove c'erano solo gli indios. "Gigantismo sfacciato dell'intervento statale per l'abbondanza delle esportazioni ma nessuna idea, né investimento per il futuro", dice Oscar Ortiz, 47 anni, uno dei leader dell'opposizione, che aggiunge: "Quando tra meno di dieci anni non avremo più gas da estrarre e esportare, di quale economia vivremo?".  Analisi che in parte condivide anche Molina quando sottolinea la "sindrome olandese" dell'economia boliviana di questi anni con l'accelerazione nello sfruttamento delle risorse naturali unito al declino degli altri settori dell'economia. Come il Venezuela chavista ubriaco di petrolio, la Bolivia di Evo oggi importa troppo grazie all'opulenza del suo bilancio statale ma produce troppo poco. E siccome la festa delle commodities è finita lo spettro della crisi del modello è dietro l'angolo. L'ennesimo decennio perduto dell'America Latina incapace di riconvertire le sue economie finché ne ha la possibilità e le sue risorse naturali hanno un valore nei mercati di Londra e New York.

Martin Sivak, il biografo ufficiale di Morales, dice che la relazione del presidente con il potere è quella del sacrificio. Evo non va mai in vacanza, non ha giorni liberi né vita familiare e lavora sempre al limite delle sue possibilità fisiche, dorme pochissimo e si nutre soltanto di zuppe di pesce. Divorziato e scapolo dice: "Sono sposato con la Bolivia". Alcuni critici lo attaccano perché, dicono, non delega nulla, concentra su di sé qualsiasi scelta. Altri per le sue contraddizioni segnalando che l'aspirazione al ritorno alla Bolivia pre-ispanica, il socialismo, l'impronta ecologista, è solo romanticismo per i creduloni. Nel Pantheon di Evo ci sono Che Guevara, Fidel Castro, Chávez e tutta la parafernalia bolivariana ma per governare ha stretto un patto di non belligeranza con gli industriali di Santa Cruz che con i loro soldi minacciavano la sua egemonia politica. Poi ci sono gli scandali che iniziano a emergere. Su tutti quello del "Fondo indigeno", un ente creato e finanziato per promuovere iniziative tra le comunità indios più disastrate, le cui risorse si sono disperse in mille rivoli nei conti correnti personali di funzionari vicini al governo. E l'ultimo, quello di una ex amante del presidente finita nel consiglio direttivo di un'impresa cinese che ha vinto miliardi in commesse pubbliche. Alla lunga la disillusione della base indigena e quella delle classi medie urbane può diventare fatale per il progetto di Evo, che per ricostruire la sua Bolivia pre-ispanica, dove tutti i funzionari dello Stato dovranno parlare almeno una lingua nativa, quechua o aymara soprattutto, e gli orologi girare al contrario,  vuole restare a Palazzo Quemado almeno fino al 2025, l'anno del bicentenario dell'indipendenza nazionale. Ma oggi, con i conti macroeconomici sostanzialmente in ordine, Morales sembra avere solo una spina nel fianco, l'agognato sbocco sovrano sul mare, quello perso nella Guerra del Pacifico del 1879, che i cileni si rifiutano di restituire. La rivendicazione marittima è diventata materia obbligatoria nelle scuole boliviane con un apposito libro di testo. Ma la riconquista, per la quale La Paz s'è rivolta ai tribunali internazionali, sembra ancora lontana.  


sabato 16 gennaio 2016

Un drappo nero sulla faccia del re (Repubblica 16-1-2016)



DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

BARCELLONA. Per nascondere la faccia del re di Spagna, c'era un drappo nero sul ritratto di Felipe VI nel Salone di Sant Jordi del palazzo della Generalitat catalana, dove il neo governatore, Carles Puigdemont, ha assunto l'incarico dimenticandosi di giurare fedeltà alla Costituzione e alla Corona spagnola. Da Madrid né la Casa reale, né il presidente in carica, Mariano Rajoy, hanno inviato i consueti messaggi d'augurio al nuovo capo della Catalogna e re Felipe non ha voluto ricevere, com'è invece prassi, la neo eletta presidente del parlamento regionale, Carme Forcadell . Barcellona e Madrid si fanno i dispetti mentre nella capitale la crisi politica post elettorale si trascina e nella regione ribelle nasce il primo esecutivo dichiaratamente secessionista che raccoglie, da destra all'estrema sinistra, tutto l'arco delle formazioni indipendentiste. Diciotto mesi per disconnettersi è la road map del nuovo governo, nato dalle elezioni del 27 settembre scorso, che per colmo di chiarezza ha nominato l'altro giorno anche un "ministro degli esteri", Raül Romeva, che dovrà occuparsi di spiegare le ambizioni catalane nel resto del mondo, ma soprattutto in Europa. Due, sulla carta, gli impegni da risolvere in fretta: scrivere una nuova Costituzione e creare le basi per un ministero delle Finanze catalano, il vecchio sogno di avere a Barcellona la gestione diretta del bilancio senza che le tasse pagate dai catalani passino, prima di tornare indietro decurtate, nelle casse di Madrid. 

Nel dolce inverno di Barcellona c'è mezza città euforica e l'altra metà perplessa, come del resto tutta la Catalogna. Ma entrambe hanno le vertigini per il processo che s'è messo in moto con l'arrivo di Puigdemont nel palazzo della Generalitat e le incognite dei prossimi mesi. "Vedrai che prenderanno tempo, faranno melina", dice Luis Bassets, vicedirettore di "El Pais" in Catalogna, convinto che finché non si saprà se Madrid avrà un governo, e quale governo, le gesta del nazionalismo catalano saranno soprattutto simboliche. Dalle elezioni del settembre scorso, convocate come un plebiscito sulla sovranità dall'ex governatore Artur Mas, è uscito un Paese spaccato in due. Tutti insieme i nazionalisti hanno avuto il 48,7 percento dei suffragi ma, grazie alla legge elettorale, hanno avuto anche quella decina di deputati di vantaggio che gli hanno alla fine consentito di formare il governo. Maggioranza istituzionale ma non maggioranza sociale. Realtà dove si svela, dice lo scrittore Javier Cercas, che "il vero disastro di questa storia sono state le mosse di Madrid". "Si fosse trovato il modo di fare un referendum sull'indipendenza, i nazionalisti lo avrebbero perso e ciao". Però anche Puigdemont, ex giornalista, 54 anni, catalanista da sempre - fondò l'associazione dei Comuni per l'indipendenza e ha esposto la "estelada", la bandiera ribelle, sul municipio di Gerona, dov'era sindaco - deve avere le vertigini. L'illusione delle èlite politiche catalane è una secessione leggerissima perché sarebbe dolorosissimo, se non impossibile, trasformarsi in uno Stato senza il consenso, anche se molto riluttante, del potere centrale.

La Catalogna è la regione più ricca della Spagna, vale 200 miliardi di euro all'anno, il 20 percento del Pil di tutta la Nazione iberica. Ma basta prendere l'Ave, il treno superveloce che in due ore e mezza attraversa i 620 chilometri che dividono Barcellona da Madrid, per capire quanto le due capitali siano interconnesse. Migliaia di persone, 10mila sul treno e altrettante con il ponte aereo, si muovono ogni giorno tra le due città. E più del 60 percento dell'economia catalana dipende dagli interscambi con il resto della Spagna. Gli economisti i calcoli li hanno già fatti. Una fuga in avanti senza un patto con Madrid potrebbe trascinare la Catalogna in una catastrofe economica con un crollo del 25% del suo prodotto interno lordo. Scenario ingestibile anche se tutti i suoi abitanti fossero esaltati dal miraggio del nuovo Stato. Motivo per il quale, mentre disconosce Costituzione e Corona, Puigdemont frena sui 18 mesi dall'addio alla Spagna, votati a maggioranza dal Parlamento, nella prima intervista che ha concesso l'altro ieri. La road map - ha detto - "non deve essere un obbligo. Se si può fare in meno tempo, tanto meglio, ma anche se si deve allungare un pò non succede nulla".


Due turisti su tre che visitano la Spagna preferiscono vedere Barcellona piuttosto che Madrid. Nel 2015 sono stati 7,6 milioni piazzando la metropoli catalana al terzo posto, dopo Londra e Parigi, fra le città europee più visitate. Barcellona va fiera della sua architettura modernista. Della sua squadra di calcio che vince tutto. Del suo primato economico. La rivalità con la vera capitale, Madrid, è insanabile. Ha scritto lo storico Jose Alvarez Junco: "In Spagna ci sono due città che hanno grandezza, peso economico e culturale comparabili. E le èlite politiche e culturali di Barcellona, che non possono più sopportare di dipendere da Madrid, sono riuscite a convincere gran parte della popolazione che loro sono differenti dal resto degli spagnoli  e che la cosa migliore che possono fare è non appartene più alla Spagna". Un punto di caduta ci sarebbe ma è indigeribile per la destra spagnola. Bisognerebbe dare a Barcellona lo status di seconda capitale, magari spostando alcune istituzioni, come per esempio il Senato. Accettare il catalano come lingua nazionale, genere Quebec in Canada, e approvare un nuovo Statuto dell'autonomia regionale con concessioni sulla gestione delle finanze. Altrimenti la capricciosa ambizione nazionalista, fortissima soprattutto in provincia, non farà che crescere tra i più giovani. Sono quarant'anni, con il ritorno della democrazia in Spagna, che la Catalogna prepara il suo distacco. Nelle scuole e in tutte le istituzioni regionali. Hanno perfino "ambasciate" della Generalitat a New York, Londra, Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma e Vienna. Il 6 ottobre del 1934, durante la seconda repubblica spagnola, Lluis Company proclamò dal balcone del palazzo della Generalitat l'indipendenza della Catalogna. Fu uno degli atti che accessero il fuoco di quella che sarà la Guerra civile del 1936. Allora si usavano le armi, oggi l'insurrezione è virtuale. Postmoderna. Simboli e social network. Ma sempre guerra è.