Juan Carlos va a caccia di elefanti fratture e polemiche per il re di Spagna
OMERO CIAI
UNA caduta accidentale, tre fratture all'anca destra, rientro d'urgenza dal Botswana, intervento chirurgico, protesi e tante polemiche. L'ultima battuta di caccia all'elefante in Africa è costata cara, anche in termini d'immagine, al sovrano spagnolo da sempre grande appassionato del genere.
Non fosse stato per l'incidente, con ogni probabilità la visita privata nel paese africano sarebbe anche rimasta segreta perché la Casa reale spagnola ha l'abitudine di non rendere noti, soprattutto per ragioni di sicurezza, gli spostamenti dei membri della famiglia reale quando non sono impegni ufficiali.
Per il sovrano, che ha compiuto 74 anni lo scorso 5 gennaio, si tratta della quarta operazione negli ultimi due anni. Nel maggio del 2010 venne operato di un tumore benigno ai polmoni, un mese dopo gli è stato applicato un ginocchio artificiale e, a settembre dell'anno scorso, è stato curato per una lesione al tendine d'Achille. La caduta non è avvenuta durante la caccia ma all'accampamento. Juan Carlos è stato rimpatriato d'urgenza con un volo di dieci ore in un aereo privato e operato all'alba di ieri nell'ospedale San José a Madrid. La degenza in ospedale dovrebbe durare al massimo una settimana. La regina Sofia non si trova in Spagna ma in Grecia, in vacanza con i suoi fratelli.
Il Botswana, un paese dove Juan Carlos si è recato altre volte per partecipare ai safari, non gli porta fortuna. Nell'agosto del 2005 fu sorpreso lì quando in Afghanistan venne abbattuto un elicottero spagnolo e 17 militari rimasero uccisi in uno dei più gravi incidenti delle missioni all'estero dell'esercito di Madrid.
Questa volta il viaggio è coinciso con l'incidente al nipote tredicenne Froilan, il figlio dell'infanta Elena, che si è sparato accidentalmente ad un piede con un fucile a pallettoni.
L'incidente al re e il contesto nel quale è avvenuto hanno provocato in Spagna molte polemiche. Per una ragione contingente: il paese sta attraversando la più grave crisi economica della sua storia recente. E per una etica: oltre ad essere animali amati dai bambini, dolci e mansueti, gli elefanti sono considerati una specie che presto potrebbe essere in via d'estinzione per l'avidità di coloro che commerciano con le loro pregiatissime zanne. Il Botswana è uno dei pochissimi paesi africani che ancora permette la caccia a questi mammiferi in cambio di versamento allo Stato che va da un minino di 10mila ad un massimo di 30 mila euro. L'imbarazzo è grande. La pagina web di "Rann Safari", azienda che organizza battute di caccia all'elefante in Botswana (45mila euro per due settimane) e che usava come pubblicità vecchie foto del re, è scomparsa da Internet. Mentre sulla rete si sono scatenati gli ambientalisti. Secondo il Wwf gli elefanti potrebbero estinguersi in molte zone dell'Africa nel corso dei prossimi 50 anni. Il caso più recente di caccia illegale è stato documentato a febbraio in Camerun: in una settimana guerriglieri sudanesi hanno sterminato 450 animali.
lunedì 16 aprile 2012
domenica 15 aprile 2012
il Viagra naturale ferisce l'amazzonia (IL VENERDI' 13 aprile 2012)
IL VIAGRA NATURALE FERISCE L'AMAZZONIA
di Omero Ciai
Tra i vecchietti che affollano le vie di Copacabana, il lungomare modernista di Rio de Janeiro, spopola da anni. Si trova a qualsiasi ora nei tanti locali all'aperto che offrono frullati di frutta naturale ed è un bibita densa, color della porpora. Da qualche tempo queste gemme dell'Amazzonia, le bacche di açai, sono diventate molto popolari e richieste non solo in Brasile ma anche negli Stati Uniti e in Giappone. Tanto che gli ambientalisti hanno iniziato a lanciare l'allarme sulla possibilità che questo nuovo agrobusiness possa avere effetti particolarmente dannosi, aumentando i ritmi del disboscamento della foresta. L'açai è una palma che cresce spontaneamente in Amazzonia e produce un frutto, le bacche, poco più grande di un acino d'uva, al quale negli ultimi tempi sono state attribuite proprietà miracolose. Alcune vere - ha un'alta concentrazione di antiossidanti -, altre inventate dalla pubblicità - virtù dietetiche - che hanno contribuito a uno straordinario aumento della produzione e delle vendite. A Copacabana si beve il frullato, nel resto del mondo la polpa congelata, liofilizzata, oppure in compresse. La lista dei suoi benefici, veri o presunti, è molto ampia. Insieme agli antiossidanti che rallentano l'invecchiamento, il frutto dell'Açai contiene vitamine, acidi grassi (omega 6 e 9) e fibre che lo hanno reso popolare tra gli sportivi, perché avrebbe effetti sull'energia e sulle capacità di resistenza alla fatica. Ma più in generale è consigliato come prevenzione per le malattie cardiache, il diabete, il colesterolo, il sistema digestivo e per il rafforzamento del sistema immunitario. Avrebbe infine anche effetti sulla libido, tanto che è stato pubblicizzato come un possibile "viagra naturale". Insomma, una preziosissima medicina naturale da bere in grandi quantità.
All'inizio la sua commercializzazione è stata vista come una forma di protezione e di sviluppo naturale della foresta amazzonica, ma con l'aumento vertiginoso della richiesta sono iniziati i problemi. La produzione finora è concentrata nello Stato del Parà, dove è raddoppiata in pochi anni e rappresenta oggi il 90 percento dell'offerta di bacche di açai. Ma si va espandendo rapidamente in tutta la fascia amazzonica dall'Acre a Rondonia, al Maranhao all'Amapa. Da quando nel 2000 i brasiliani hanno iniziato a vendere la polpa congelata verso gli Stati Uniti, l'Europa e il Giappone, l'esportazione è aumentata a un ritmo del 20 percento l'anno. E da frutto naturale la bacca di açai s'è andata trasformando in prodotto industriale che da qualche tempo si vende anche in tetrapack nei supermercati di Rio de Janeiro. Un'espansione che fino ad oggi non conosce freni, ma che, insieme agli effetti positivi, potrebbe averne alla lunga di molto negativi per l'equilibrio dell'Amazzonia.
venerdì 13 aprile 2012
Yoani e Camila, ragazze contro (Repubblica 13/04/012)
Apriti cielo: le due cover girl della politica latinoamericana litigano. Su Twitter, in Tv, sui giornali. Una è Yoani, la blogger, divenuta in pochi anni la dissidente per eccellenza, la voce più cercata e ascoltata dell'opposizione cubana (tanto che un giornale molto autorevole come El Paìs ha pensato perfino di nominarla "corrispondente" dall'isola); l'altra è Camila, cilena, laureanda in Geografia, leader delle proteste per l'istruzione pubblica, cui il New York Times Magazine ha appena dedicato uno sterminato reportage festeggiando quel suo volto hollywoodiano che più glamour non si può, e i lettori del britannico Guardian hanno eletto "personaggio dell'anno".
Due star ribelli, amatissime dai mass media internazionali, che avrebbero potuto perfino fraternizzare. Invece sulla loro strada hanno trovato il controverso mito di Fidel Castro. Tutto è cominciato quando Camila Vallejo è arrivata in visita ufficiale a L'Avana per un appuntamento di regime - il 50° della gioventù comunista - e Yoani Sanchez ha chiesto di incontrarla riassumendo poi i suoi tentativi falliti in un articolo per il quotidiano cileno La Tercera.
Mentre Yoani la cercava, Camila si lasciava andare a considerazioni del tipo «in Cile c'è più repressione che a Cuba» oppure «Fidel è un gran visionario, una luce, e le sue riflessioni sono indicazioni preziose per il nostro futuro». Veniva ricevuta dal líder máximo in pensione e partecipava ad una blindatissima assemblea universitaria nel corso della quale solo pochi fedelissimi avevano accesso ai microfoni per le domande.
Intanto la Sanchez incalzava: «A Cuba si afferma che l'Università è per i rivoluzionari. Ma i rivoluzionari di qui sarebbero reazionari in qualsiasi altra parte del mondo». E ancora «Come mi piacerebbe parlare con Camila ma la cerchia governativa che la circonda è inespugnabile. Se potessi parlare con lei, cercherei di raccontarle di quest'altra Cuba che la propaganda ufficiale nasconde». Ma Camila diventava anche un po' sprezzante. Interrogata dalla Cnn sul mancato incontro con Yoani, o con qualche altro rappresentante della dissidenza, rispondeva: «Non era necessario e con quale legittimità voleva impormi la sua situazione particolare.
Noi vogliamo conoscere la realtà del popolo cubano ma non attraverso la testimonianza di una solo persona, piuttosto attraverso quella di migliaia di persone e questo è quel che abbiamo fatto». Insomma il déjà vu era servito. «La vera sofferenza dei cubani - dice Camila - è l'embargo americano». E in suo soccorso chiama Oliver Stone e il documentario, "Comandante", che qualche anno fa ha dedicato a Fidel. «Se ancora c'è gente che pensa che io non abbia la capacità di vedere da sola la verità che si nasconde dietro l'ufficialità del protocollo (che per altro - sottolinea - è di un machismo impresentabile) spero non cadano nella paranoia di credere che un cineasta del livello di Oliver Stone sia disposto a prestarsi ad un balordo montaggio». Contestata anche in Cile (da destra: «non dovrebbe far politica ma concorsi di bellezza», e da sinistra: «i diritti umani vanno difesi ovunque, soprattutto a Cuba») la reginetta degli studenti latino americani ha salutato l'isola con un articolo per il sito web di regime dove spiegava: «Quella di Fidel Castro è una delle leadership più importanti del mondo. È un punto di riferimento universalee non solo i comunisti lo appoggiano. Di fatto anche grandi imprenditori capitalisti vogliono incontrarlo per sapere cosa accadrà nel mondo. Ha una capacità, una lucidità, una intelligenza, un livello di cultura e di uso delle informazioni impressionante». Sconsolata Yoani Sanchez: «Curioso paradosso. Dalle posizioni ribelli nel suo paese Camila è passata a condividere parole e sorrisi con il regime cubano». La giovane Camila, che in Cile milita nel partito comunista cileno (tre deputati in parlamento), non è nuova a prese di posizione particolarmente ortodosse. Mesi fa si oppose - ma poi in parte ritrattò - ad una eventuale nuova candidatura dell'ex presidente socialista Michelle Bachelet. Ma quel che è peggio sembra che - ad oltre quarant'anni dal giorno in cui Fidel Castro regalò il suo kalashnikov a Salvador Allende, il presidente cileno eletto che, più tardi, lo utilizzò per suicidarsi nel palazzo della Moneda bombardato dall'esercito golpista- la sinistra latino americana si dibatta ancora con i suoi vecchi demoni.
giovedì 29 marzo 2012
andalusia
SABATO, 24 MARZO 2012
Pagina 18 - Esteri
Andalusia, nella roccaforte socialista dove la destra tenta l´ultimo assalto
I Popolari favoriti al voto per il Parlamento autonomo
Domani alle urne anche per scegliere il governatore. La regione da 30 anni feudo della sinistra
OMERO CIAI
DAL NOSTRO INVIATO
SIVIGLIA - Fa un certo effetto vedere Alfonso Guerra, settantadue anni, ex vice presidente del Felipe nazionale e dei governi socialisti che trascinarono la Spagna uscita dal franchismo nella modernità e in Europa, quel Guerra che i giornali chiamavano il "viceré" dell´Andalusia, davanti ad una platea di un centinaio di pensionati e qualche giovanotto nei giardini della Buhaira a ridosso del centro vecchio di Siviglia. Lui e Gonzàlez, la vecchia guardia del partito socialista, sono tornati in campo per difendere la loro storia e quest´ultima frontiera: l´Andalusia che domani vota per eleggere governatore e parlamento autonomo regionale. La posta in gioco è altissima e il risultato oscilla, secondo i sondaggi, fra una molto probabile maggioranza assoluta dei popolari di Mariano Rajoy - che vincendo in Andalusia estenderebbe su tutta la Spagna la "marea blu" del 20 novembre scorso - e un molto meno probabile governo di coalizione fra i socialisti e la Izquierda Unida.
Ultima roccaforte socialista a cadere o primo baluardo della resistenza alla nuova egemonia conservatrice: è per questo che il voto di domani nella regione più popolata di Spagna, patria di tori e prosciutto, terra di braccianti e culla della sinistra iberica, ha assunto un rilievo nazionale.
Peccato che il Psoe - che governa questa regione da sempre, da trent´anni, dalle prime elezioni regionali - arrivi all´appuntamento nel momento peggiore. «C´è un senso di esaurimento del modello, di incapacità di proporre nuove leadership e di stanchezza verso una classe politica corrotta», dice Francisco Garrido, socialista e docente di filosofia. «Anche qui - aggiunge - non saranno i popolari a vincere ma i socialisti a perdere per quelle migliaia di ex elettori di sinistra che si asterranno stufi di ingoiare scelte politiche sbagliate». C´è di più: né Guerra, né Gonzàlez, né Rubalcaba, il segretario nazionale socialista che è sceso a sud a difendere il bastione, amano Griñan, il loro candidato in corsa quaggiù. Scelto in un compromesso tra dirigenti locali e imbrattato dagli scandali dell´amministrazione. Il più importante dei quali è quello dei fondi per la cassa integrazione dei contadini stagionali stornati come finanziamento illecito al partito. Non solo. Contro il Psoe c´è rabbia per il numero di disoccupati più alto del paese (30%) e dalle amministrative del maggio 2011 i popolari già hanno i sindaci di tutte le otto maggiori città andaluse. Hanno conquistato le classi urbane più attive sfruttandone la stanchezza verso un potere clientelare e usurato.
L´unica incognita sull´esito di domani è quello che qui chiamano "il voto della paura". Ossia l´effetto dei primi cento giorni di Rajoy, dell´aumento delle tasse, della riforma del lavoro (molto più drastica di quella proposta in Italia). E di ciò che si minaccia: le centinaia di funzionari regionali che rischiano di perdere il posto per il deficit delle amministrazioni locali; la sanità e l´istruzione - due gioielli dei socialisti andalusi - che rischiano l´asfissia per mancanza di investimenti. La paura, sperano i socialisti, potrebbe fermare la macchina elettorale del Pp lanciata verso la maggioranza assoluta orientando la scelta degli indecisi e riportando alle urne migliaia di elettori che a novembre si sono astenuti per punire gli errori di Zapatero. L´altro tema, quello vero e ideologico del programma dei Popolari, che spinge verso una nuova centralizzazione contro lo Stato federale creato con il ritorno della democrazia, resta ai margini. Incompreso, per ora. L´obiettivo finale di Rajoy è una secolare ossessione della destra spagnola a favore del centralismo di Madrid e della Castiglia contro tutte le autonomie e le culture diverse di questo paese. Se domenica vince, svuotare di contenuti uno Stato federalista che con la crisi diventa sempre più insostenibile economicamente, sarà molto più facile.
Pagina 18 - Esteri
Andalusia, nella roccaforte socialista dove la destra tenta l´ultimo assalto
I Popolari favoriti al voto per il Parlamento autonomo
Domani alle urne anche per scegliere il governatore. La regione da 30 anni feudo della sinistra
OMERO CIAI
DAL NOSTRO INVIATO
SIVIGLIA - Fa un certo effetto vedere Alfonso Guerra, settantadue anni, ex vice presidente del Felipe nazionale e dei governi socialisti che trascinarono la Spagna uscita dal franchismo nella modernità e in Europa, quel Guerra che i giornali chiamavano il "viceré" dell´Andalusia, davanti ad una platea di un centinaio di pensionati e qualche giovanotto nei giardini della Buhaira a ridosso del centro vecchio di Siviglia. Lui e Gonzàlez, la vecchia guardia del partito socialista, sono tornati in campo per difendere la loro storia e quest´ultima frontiera: l´Andalusia che domani vota per eleggere governatore e parlamento autonomo regionale. La posta in gioco è altissima e il risultato oscilla, secondo i sondaggi, fra una molto probabile maggioranza assoluta dei popolari di Mariano Rajoy - che vincendo in Andalusia estenderebbe su tutta la Spagna la "marea blu" del 20 novembre scorso - e un molto meno probabile governo di coalizione fra i socialisti e la Izquierda Unida.
Ultima roccaforte socialista a cadere o primo baluardo della resistenza alla nuova egemonia conservatrice: è per questo che il voto di domani nella regione più popolata di Spagna, patria di tori e prosciutto, terra di braccianti e culla della sinistra iberica, ha assunto un rilievo nazionale.
Peccato che il Psoe - che governa questa regione da sempre, da trent´anni, dalle prime elezioni regionali - arrivi all´appuntamento nel momento peggiore. «C´è un senso di esaurimento del modello, di incapacità di proporre nuove leadership e di stanchezza verso una classe politica corrotta», dice Francisco Garrido, socialista e docente di filosofia. «Anche qui - aggiunge - non saranno i popolari a vincere ma i socialisti a perdere per quelle migliaia di ex elettori di sinistra che si asterranno stufi di ingoiare scelte politiche sbagliate». C´è di più: né Guerra, né Gonzàlez, né Rubalcaba, il segretario nazionale socialista che è sceso a sud a difendere il bastione, amano Griñan, il loro candidato in corsa quaggiù. Scelto in un compromesso tra dirigenti locali e imbrattato dagli scandali dell´amministrazione. Il più importante dei quali è quello dei fondi per la cassa integrazione dei contadini stagionali stornati come finanziamento illecito al partito. Non solo. Contro il Psoe c´è rabbia per il numero di disoccupati più alto del paese (30%) e dalle amministrative del maggio 2011 i popolari già hanno i sindaci di tutte le otto maggiori città andaluse. Hanno conquistato le classi urbane più attive sfruttandone la stanchezza verso un potere clientelare e usurato.
L´unica incognita sull´esito di domani è quello che qui chiamano "il voto della paura". Ossia l´effetto dei primi cento giorni di Rajoy, dell´aumento delle tasse, della riforma del lavoro (molto più drastica di quella proposta in Italia). E di ciò che si minaccia: le centinaia di funzionari regionali che rischiano di perdere il posto per il deficit delle amministrazioni locali; la sanità e l´istruzione - due gioielli dei socialisti andalusi - che rischiano l´asfissia per mancanza di investimenti. La paura, sperano i socialisti, potrebbe fermare la macchina elettorale del Pp lanciata verso la maggioranza assoluta orientando la scelta degli indecisi e riportando alle urne migliaia di elettori che a novembre si sono astenuti per punire gli errori di Zapatero. L´altro tema, quello vero e ideologico del programma dei Popolari, che spinge verso una nuova centralizzazione contro lo Stato federale creato con il ritorno della democrazia, resta ai margini. Incompreso, per ora. L´obiettivo finale di Rajoy è una secolare ossessione della destra spagnola a favore del centralismo di Madrid e della Castiglia contro tutte le autonomie e le culture diverse di questo paese. Se domenica vince, svuotare di contenuti uno Stato federalista che con la crisi diventa sempre più insostenibile economicamente, sarà molto più facile.
mercoledì 28 marzo 2012
Il Papa a Cuba, una Chiesa sorda e governativa (Rep 27 marzo 012)
Il regime cubano ha accolto il Papa, arrivato ieri sera a Santiago de Cuba (la seconda città dell´isola), con una retata che non si vedeva dai tempi di Fidel presidente. Una «pulizia ideologica» ha denunciato Yoani Sanchez nel suo blog: più di 150 oppositori sono stati fermati in varie provincie mentre ad un altro centinaio è stato ordinato, sotto la minaccia dell´arresto, di non uscire di casa nel corso dei tre giorni della visita. Bertha Soler, leader delle Damas de Blanco, l´organizzazione dissidente nata dopo i processi e le condanne della "primavera nera" nel 2003, afferma che alcune di loro saranno in piazza all´Avana per la Messa vestite di bianco e con un fiore bianco in mano. Ma che nel corso della visita di Papa Ratzinger la debole opposizione cubana avrebbe avuto vita difficile per manifestare e protestare è evidente da settimane. Alla loro richiesta di un incontro - «un minuto, solo un minuto» - con Benedetto XVI, le Damas non hanno ricevuto neppure risposta e lo stretto controllo dei servizi, della polizia e dei Cdr (i comitati di quartiere d´appoggio al regime) riuscirà molto probabilmente ad evitare anche il più piccolo segnale di dissenso.
Dietro a questa sordità della Chiesa nei confronti di qualsiasi posizione non allineata con la dittatura dei fratelli Castro c´è un patto di ferro fra l´arcivescovo dell´Avana, il cardinale Jaime Ortega, e Raul Castro. E´ un patto che non ammette sbavature ma che garantisce alla Chiesa locale un maggiore spazio politico crescente nella stagione delle riforme economiche che sta vivendo l´isola. La posizione di Raul verso la Chiesa cattolica è molto diversa da quella del fratello Fidel. Ai tempi della visita di Wojtyla nel 1996 l´allora Comandante en Jefe concesse il minimo. Liberò un po´ di carcerati (non tutti oppositori), ripristinò la possibilità di festeggiare il Natale, e concesse ai sacerdoti di poter svolgere qualche processione. Raul invece cerca nella Chiesa un alleato politico per affrontare i cambiamenti ed è disposto a concedergli un ruolo nella società molto più ampio. Ortega ha colto il ramoscello d´olivo ma sa benissimo che il prezzo da pagare per espandere l´influenza della Chiesa nell´isola è quello di abbandonare al suo destino, almeno per ora, l´opposizione civica minoritaria. Dalle Damas a Yoani Sanchez, dal cattolicissimo Osvaldo Payà ai piccoli movimenti del dissenso. Oggi per la Chiesa a Cuba c´è una missione superiore da compiere: accompagnare il regime verso nuovi approdi.
Così Papa Ratzinger riuscirà ad incontrare un malaticcio e ormai quasi 86enne Fidel - li compirà il 13 agosto - e forse addirittura Hugo Chávez, il presidente venezuelano che si trova all´Avana per curare un tumore, ma nessun dissidente. Lo spettacolo è perfettamente organizzato. A tutti i cubani Raul ha concesso tre giorni di ferie e le cellule del partito comunista hanno "invitato" i militanti a partecipare numerosi agli incontri che sua Santità avrà con la popolazione dell´isola. Insomma nulla dovrà turbare l´atmosfera di festa religiosa anche se qualcuno ancora spera che un breve faccia a faccia fra il Papa e le Damas possa ancora succedere. L´obiettivo principale del cardinale Ortega resta quello di ottenere da Raul, in cambio dell´alleanza, la soddisfazione di alcune richieste fondamentali: la concessioni di visti d´ingresso a sacerdoti e suore stranieri, l´autorizzazione a costruire nuove chiese (Raul ha già concesso l´apertura di un seminario all´Avana) e, soprattutto, educazione e mass media. Ossia la possibilità per i preti di insegnare religione nelle scuole e di accedere alla tv e ai giornali. Questo è il pacchetto che Benedetto XVI viene a promuovere. Oggi la prima Messa a Santiago de Cuba per festeggiare i 400 anni dal ritrovamento dell´immagine della Virgen del Cobre, patrona cristiana dell´isola.
giovedì 22 marzo 2012
Repubblica 20 marzo 2012
Cuba
Commercio e turismo così l' isola di Fidel scopre i nuovi ricchi
OMERO CIAI
Il ceto medio emerge, ormai senza barriere, nell' isola dell' egualitarismo forzato. Lo ammette perfino un noto giornalista economico vicino al regime come Ariel Terrero, caporedattore a Bohemia e blogger tollerato, che ha descritto apertamente la nuova società cubana divisa in quattro diverse classi sulla base del potere d' acquisto: basso, medio, alto e molto alto. Parlare di un' alba di nuovi ricchi a Cuba è forse esagerato ma dopo mezzo secolo di persecuzione dell' iniziativa privata, di abolizione della proprietà e di massificazione della povertà uguale per tutti, le riforme economiche di Raul Castro stanno modificando la società caparbiamente imposta dal fratello e creando nuove figure consumistiche. Dai proprietari dei ristoranti privati agli affittacamere, dai medici che svolgono missioni all' estero (Venezuela, Nicaragua, Bolivia) a chi lavora nelle costruzioni, fino agli oligarchi in nuce dell' industria di Stato. Tutte situazioni già affiorate negli anni Novanta, dopo la grande carestia per la fine dell' Urss, ma che per molto tempo sono state clandestine e illegali; mentre oggi, con le licenze di Stato per chi svolge attività in proprio, sono promosse a modello per la società del futuro. Venditori di Cd o di libri, caffetterie, ristoranti, paninerie, piccole agenzie di viaggio, guide turistiche ma anche contadini liberi di commerciare i loro prodotti o famiglie con parenti negli Stati Uniti che ricevono rimesse. Un magma ancora informe che guadagna e consuma. Notava la France Press dall' Avana come nei nuovi negozi di grandi catene internazionali (Mango, Adidas, Benetton, Victorinox), che non vendono in pesos ma in valuta (i Cuc che equivalgono ai dollari), i clienti non siano più solo stranieri di passaggio ma anche moltissimi cubani. Oppure come alcuni dei ristoranti più alla moda della capitale siano frequentati per la prima volta soprattutto dai cubani. La possibilità di vendere le case, le auto usate, di intraprendere una piccola attività economica e di avere credito dalle banche hanno messo in moto il mercato in un contesto molto favorevole. Le presenze turistiche (ora arrivano anche cinesi, russi, venezuelani e messicani) hanno sfiorato l' anno scorso la cifra record dei 2,5 milioni mentre l' abolizione delle restrizioni volute da Bush sull' invio di dollari dagli Stati Uniti ha raddoppiato il budget delle rimesse: 2 miliardi di dollari nel 2011. Quanto possa essere effimera questa formazione di una nuova classe media che si regge soprattutto sul turismo e le rimesse è presto per saperlo ma l' anno scorso per la prima volta si sono viste famiglie cubane comprare pacchetti turistici per una villeggiatura nelle spiagge chic, come Varadero, o negli alberghi a cinque stelle. Altri ristrutturano l' abitazione, altri ancora la comprano nuova. La prima vittima della scommessa di Raul, la via cinese del partito unico nel mercato, sta dall' altra parte dello Stretto della Florida ed è quella parte dell' esilio cubano che impone ancora oggi la linea politica della Casa Bianca verso l' isola. L' America - dicono ormai i commentatori meno ideologici - dovrebbe accompagnare i cambiamenti in corso a Cuba piuttosto che inibirli con un embargo logoro e obsoleto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Commercio e turismo così l' isola di Fidel scopre i nuovi ricchi
OMERO CIAI
Il ceto medio emerge, ormai senza barriere, nell' isola dell' egualitarismo forzato. Lo ammette perfino un noto giornalista economico vicino al regime come Ariel Terrero, caporedattore a Bohemia e blogger tollerato, che ha descritto apertamente la nuova società cubana divisa in quattro diverse classi sulla base del potere d' acquisto: basso, medio, alto e molto alto. Parlare di un' alba di nuovi ricchi a Cuba è forse esagerato ma dopo mezzo secolo di persecuzione dell' iniziativa privata, di abolizione della proprietà e di massificazione della povertà uguale per tutti, le riforme economiche di Raul Castro stanno modificando la società caparbiamente imposta dal fratello e creando nuove figure consumistiche. Dai proprietari dei ristoranti privati agli affittacamere, dai medici che svolgono missioni all' estero (Venezuela, Nicaragua, Bolivia) a chi lavora nelle costruzioni, fino agli oligarchi in nuce dell' industria di Stato. Tutte situazioni già affiorate negli anni Novanta, dopo la grande carestia per la fine dell' Urss, ma che per molto tempo sono state clandestine e illegali; mentre oggi, con le licenze di Stato per chi svolge attività in proprio, sono promosse a modello per la società del futuro. Venditori di Cd o di libri, caffetterie, ristoranti, paninerie, piccole agenzie di viaggio, guide turistiche ma anche contadini liberi di commerciare i loro prodotti o famiglie con parenti negli Stati Uniti che ricevono rimesse. Un magma ancora informe che guadagna e consuma. Notava la France Press dall' Avana come nei nuovi negozi di grandi catene internazionali (Mango, Adidas, Benetton, Victorinox), che non vendono in pesos ma in valuta (i Cuc che equivalgono ai dollari), i clienti non siano più solo stranieri di passaggio ma anche moltissimi cubani. Oppure come alcuni dei ristoranti più alla moda della capitale siano frequentati per la prima volta soprattutto dai cubani. La possibilità di vendere le case, le auto usate, di intraprendere una piccola attività economica e di avere credito dalle banche hanno messo in moto il mercato in un contesto molto favorevole. Le presenze turistiche (ora arrivano anche cinesi, russi, venezuelani e messicani) hanno sfiorato l' anno scorso la cifra record dei 2,5 milioni mentre l' abolizione delle restrizioni volute da Bush sull' invio di dollari dagli Stati Uniti ha raddoppiato il budget delle rimesse: 2 miliardi di dollari nel 2011. Quanto possa essere effimera questa formazione di una nuova classe media che si regge soprattutto sul turismo e le rimesse è presto per saperlo ma l' anno scorso per la prima volta si sono viste famiglie cubane comprare pacchetti turistici per una villeggiatura nelle spiagge chic, come Varadero, o negli alberghi a cinque stelle. Altri ristrutturano l' abitazione, altri ancora la comprano nuova. La prima vittima della scommessa di Raul, la via cinese del partito unico nel mercato, sta dall' altra parte dello Stretto della Florida ed è quella parte dell' esilio cubano che impone ancora oggi la linea politica della Casa Bianca verso l' isola. L' America - dicono ormai i commentatori meno ideologici - dovrebbe accompagnare i cambiamenti in corso a Cuba piuttosto che inibirli con un embargo logoro e obsoleto.
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sabato 10 marzo 2012
Nelson, un segugio per Chavez (venerdì 09/03/012)
Le vere condizioni di salute del presidente venezuelano Hugo Chávez sono un segreto di Stato a Caracas da quando, a giugno dell’anno scorso, è stato operato per la prima volta all’Avana. Dopo alcune sessioni di chemioterapia, a ottobre, Chávez annunciò in diretta tv a reti unificate di essere completamente guarito e di essere pronto per
sconfiggere un’altra volta los escualidos (gli «squallidi», come li chiama lui) dell’opposizione alle presidenziali del prossimo 7 ottobre. L’istrionico capo del regno dell’oro nero sudamericano però non aveva fatto i conti con Nelson Bocaranda, il più famoso giornalista venezuelano. Autore di una rubrica settimanale di gossip politici su uno dei maggiori quotidiani di Caracas, El Universal, e di un blog, Bocaranda è anche il giornalista del Paese più seguito su Twitter. Di origine italiana, 66 anni,
niziò a lanciare i suoi Runrunes (è il nome della rubrica) all’inizio degli anni Ottanta ma solo con l’avvento al potere di Chávez le sue anticipazioni sono diventate per i
venezuelani un punto di riferimento imperdibile. Non solo per l’opposizione ma anche per gli elettori dell’ex militare. «Non credo» ha scritto «che i fedelissimi del presidente avranno mai l’onestà di riconoscere che ne so molto più di loro su quello che accade a palazzo Miraflores (la residenza presidenziale), ma con piacere continuerò ad informarli».
Così è successo anche l’ultima volta. È stato Bocaranda infatti a svelare la ricaduta di Chávez e la necessità di ricorrere di nuovo ai chirurghi gettando il Paese nell’incertezza. Con la campagna elettorale contro il nuovo avversario Henrique Capriles già avviata, il presidente sperava di operarsi ancora una volta senza dare troppe spiegazioni, ma lo scoop di Bocaranda lo ha costretto a rendere pubblico che la sua salute è di nuovo in pericolo. La scelta di Cuba per l’operazione fa parte di questa strategia della censura. All’Avana Chávez è sicuro che nessun medico dirà una parola di troppo sulla sua cartella clinica. Certezza che non avrebbe avuto né in Venezuela, dove ha rifiutato di operarsi; né in Brasile, nella clinica sirio-libanese di San Paolo che ha curato il tumore alla laringe dell’ex presidente Lula. La malattia di Chávez tiene con il fiato sospeso il Paese. Metà del Venezuela è con lui e spera di rieleggerlo a ottobre, l’altra metà è fortemente contro. Soprattutto, il caudillo rosso della «rivoluzione bolivariana» è un leader senza eredi. Nessuno, tra le persone che hanno condiviso con lui il potere negli ultimi dodici anni, ha un briciolo del suo carisma, della sua capacità di persuasione, della sua popolarità.
Il futuro del «chavismo» senza Chávez oggi è un mistero.
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