martedì 17 luglio 2012

La memoria perduta di Gabo (Repubblica 09/07/2012)




OMERO CIAI

Non se la merita «Gabito» questa inconsueta pantomima sul suo stato di salute. Sulla memoria che se ne va. Sull' Alzheimer che avanza implacabile come accadde per sua madre Luisa, la straordinaria Ursula dei "Cent' anni di solitudine", e come accadde - dice suo fratello Jaime - per tutta la famiglia Márquez, avvezza al calvario della demenza senile. Ieri, due frasi su twitter, hanno trasformato in un piccolo giallo le condizioni di salute del maestro Gabriel García Márquez, 85 anni il 6 marzo scorso, uno degli scrittori più letti ed amati nel mondo. Il direttore della Fondazione Nuevo Periodismo, la scuola di giornalismo creata da Márquez a Cartagena, in Colombia, nel 1994, ha smentito le parole di Jaime García Márquez, l' ottavo degli undici figli di Gabriel Eligio, il telegrafista, e Luisa, sua moglie, tredici anni più piccolo di Gabo. Parole che avevano già fatto il giro del mondo perché, per la prima volta, un membro della famiglia aveva rivelato un triste «segreto» già noto fra gli amici più intimi dello scrittore. Jaime Abello, il direttore della scuola, ha scritto: «Non voglio polemizzare, né commentare interpretazioni sull' intimitàe la salute di Gabo, ma ribadisco che non esiste nessuna diagnosi medica di "demenza senile". È soltanto anziano e si dimentica alcune cose ma tuttavia posso godere della sua amicizia». Un missile sparato contro Jaime che qualche ora prima, davanti ad una platea di duecento ragazzi a Cartagena, aveva detto che suo fratello «non può più scrivere», che «non finirà mai la seconda parte della sua autobiografia» (Vivere per raccontarla) e che «a volte quando parliamo per telefono m i v i e n e d a piangere perché sento che se ne sta andando». I due Jaime, Abello e García Márq u e z , h a n n o l' ufficio sullo stesso pianerottolo, uno di fronte all' altro, nella calle San Juan de Dios, nel quadrilatero del vecchio e maestoso centro coloniale di Cartagena de Indias. Ma evidentemente non si sono mai amati. Anzi, Abello è il fiduciario di Mercedes Barcha, l' inflessibile moglie di Gabo, custode assoluta della sua privacy; mentre Jaime fratello, che con Mercedes non ha mai avuto «affinità elettive», (lui e Gabo scappavano di nascosto per andarsi ad ubriacare di pregiati whisky di malto in qualche bettola di Cartagena), rivendica il suo ruolo privilegiato di familiare (e di studioso dell' opera di Márquez) con diritto ad esprimersi liberamente. «A volte vorrei non essere suo fratello e poter parlare con un po' più di libertà»- ha detto Jaime - «Ho una informazione che mi intristisce ma adesso devo raccontarla perché non posso più controllarmi». Jaime e «Gabito» non si vedono da oltre due anni perché Márquez non va più a Cartagena quando arriva la primavera come faceva tutti gli anni, a marzo, per trascorrere in Colombia la settimana del suo compleanno. Rimane a Città del Messico ed esce pochissimo. Ma si sentono quasi tutti i pomeriggi, racconta Jaime. «Chiama perché vuole che gli rinfreschi la memoria». «A meè toccata questa missione - aggiunge -, fortunata ma allo stesso tempo molto dolorosa. Ma penso che se ho il privilegio di poter parlare con lui debbo anche pagarlo in qualche modo.E lo pago con il dolore che provo, un dolore che alla fine mi lascia comunque una soddisfazione molto grande». A questo punto molti dei ragazzi si sono commossi ed anche sul volto di Jaime è scesa qualche lacrima. Dopo aver rivelato che l' Alzheimer di Márquez è rapidamente peggiorato anche per le sessioni di chemioterapia alle quali siè dovuto sottoporre dieci anni fa per un tumore linfatico, Jaime ha concluso la sua conferenza-confessione parlando di due racconti inediti che, alla fine, lo scrittore ha deciso di non pubblicare: «La tigra» e «Ci vediamo ad agosto». «Li ha riscritti molte volte in questi anni ma non è più riuscito a raggiungere la perfezione che ha sempre cercato nelle sue opere». Così mentre Mercedes e Abello smentiscono, Jaime conferma. D' altra parte il primoa parlare dell' Alzheimer era stato all' inizio di giugno un altro grande amico di Márquez, un po' reietto per ragioni ideologiche dalla moglie Mercedes: Plinio Apuleyo Mendoza. Plinio ha raccontato di aver telefonato a Gabo nel giorno del suo compleanno per fargli, come sempre, gli auguri. «Ma Mercedes non me lo ha passato, perché spesso non riconosce più neppure gli amici più cari. In seguito suo figlio Rodrigo mi ha detto che dalla voce non riconosce più nessuno. Se invece vede il volto qualcosa rammenta». Un altro testimone è lo scrittore peruviano Alfredo Bryce Echenique: «Che tristezza e che angoscia vederlo così - ha confessato - . Ci sono giorni in cui sta benissimo ma altri nei quali perde completamente la memoria. È capitato che non mi riconoscesse neppure e mi chiamasse "Carlos", chissà perché».


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martedì 26 giugno 2012

Messico, repubblica 25 giugno 2012


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

CULIACÀN (Sinaloa)
LA MORTE di centinaia di narcotrafficanti negli ultimi sei anni per la guerra ai cartelli dichiarata dal presidente messicano Calderón ha un primo risultato: le loro mogli, sorelle o figlie, assumono sempre maggiori responsabilità all’interno dei gruppi narcos. «Prima erano le miss», dice Javier Valdez, giornalista di Riodoce che nel libro Miss Narco ha raccontato l’attrazione fatale tra i narcos e i concorsi di bellezza, «ma adesso le donne stanno prendendo sempre di più posizioni di comando ». Lo conferma Arturo Santamaría, sociologo dell’Università di Sinaloa, e pensa che questo fatto «rafforzerà il narcotraffico e lo renderà più difficile da combattere perché le donne sono più intelligenti e furbe nel dirigere le operazioni». Santamaría ha appena pubblicato un libro,
Las Jefas del narco,
nel quale raccoglie testimonianze di questa rivoluzione. Così se l’ultima vicenda nel gossip di Culiacán è la storia d’amore fra Emma Coronel,
una “miss Sinaloa” e il capo supremo del cartello, Joaquin Guzman, che prima le ha fatto vincere il concorso e poi l’ha sposata; è in corso un fenomeno molto più profondo che può cambiare la storia dei cartelli «perché — ha scritto Santamaría — non c’è nessun altro paese dove le donne giocano un ruolo così importante nel narcotraffico come in Messico».
L’inizio di questo viaggio è una croce piantata nell’asfalto vicino ad un centro commerciale. Ricorda l’ultima grande guerra dei narcos nello Stato di Sinaloa e la morte di Arturo Beltrán Leyva, il 19 dicembre 2009. «I sicari entravano nella case e ammazzavano i
chavos
(i giovani peones) nelle camere da letto. Chiedevano solo “da che parte stai?” e siccome le vittime non sapevano chi fossero, rispondere era come partecipare a una roulette russa: c’era il cinquanta per cento di possibilità di evitare la morte», racconta Javier Valdez. Quella guerra fra i cinque fratelli Beltrán Leyva e Joaquin Guzman “el Chapo”, il narcos più ricco e potente del Messico, non è mai finita.
E ancora oggi nello Stato di Sinaloa — poco meno di tre milioni di abitanti — ci sono, per vendette e scontri legati al narcotraffico, più di duemila morti l’anno. Sono già settecento nei primi cinque mesi del 2012. Molti sono la conseguenza delle scorribande degli “Zetas”, il cartello con il quale si sono alleati i Beltrán Leyva, che entrano a Sinaloa per ammazzare la gente del “Chapo”. Ma altri hanno a che fare con le regole interne del cartello (“una azienda” che fattura oltre tre miliardi di dollari l’anno e ha interessi ovunque, n’drangheta compresa): uccidono i ladri, i violentatori, o semplicemente chi parla troppo. «Abbiamo trovato — racconta Valdez — macchinette di plastica accanto
cadaveri». Voleva dire che il giustiziato rubava auto. «Oggi a Culiacán puoi morire per aver guardato male qualcuno. Qui tutto è narcos. Il mio vicino di casa è narcos. I compagni di scuola di mio figlio sono figli di narcos». Lo Stato di Sinaloa, una striscia di terra fra la Sierra Madre e il Pacifico, è da oltre trent’anni la patria del narcotraffico messicano. I grandi capi sono cresciuti tutti qui. Da Amado Carrillo Fuentes, nato nel ‘56 e morto nel ‘97, socio di Pablo Escobar, fondatore del cartello di Juarez, e famoso come
il signore dei cieli
per la quantità di cocaina che riusciva ad esportare grazie a piccoli Fokker negli Stati Uniti; ai fratelli Arellano Felix, fondatori del cartello di Tijuana. Fino al “Chapo” Guzman. E anche Jesús Malverde, il brigante dell’inizio del secolo scorso diventato “santo dei narcos”, era di Sinaloa. Ancora oggi nelle gole delle montagne della Sierra Madre si coltivano la marijuana e l’oppio che poi si vendono in Ca-
lifornia. E, come spiega Javier Valdez, Guzman è un mafioso vecchio stile. Fa beneficenza, costruisce scuole e chiese, e mantiene un esercito di piccoli trafficanti che dominano il territorio, strada per strada. «A Culiacán il narcos seduce, soggioga», dice
Valdez, «è onnipresente e promette la vita facile e dolce dei soldi e del potere. Gli adolescenti del cartello — prosegue — sono quelli che hanno le auto e le ragazze più belle. Imparano a sparare e a portare le armi ed è come se ti dicessero ‘scemo, non vedi che sei circondato? Arrenditi, tanto nessuno ti può salvare’».
Riodoce
è un piccolo settimanale,
diecimila copie. Che l’anno scorso ha vinto il premio “Maria Cabot” della Columbia University per il giornalismo investigativo. Lo hanno fondato nel 2003 quattro giornalisti stufi della censura e dell’autocensura dei quotidiani locali. «Loro contano i decapitati, noi facciamo inchieste», dice fiero Valdez. Che aggiunge: «All’inizio non volevamo fare un giornale sul narcotraffico. Poi questo è il compito che ci è toccato, se non scrivessi di narcos mi sentirei un vigliacco». Nella redazione di
Riodoce
hanno messo una bomba, tempo fa. E da allora i quattro amici, dopo aver cambiato sede (fuori non c’è scritto nulla, solo il nome del giornale piccolo piccolo sul citofono), con collaboratori e amministrativi, s’incontrano solo una volta alla settimana, quando chiudono il numero. «L’unica cosa di cui siamo assolutamente sicuri — dice Valdez — è di non essere infiltrati. Né dai boss della politica locale, né dai narcos. Sul resto è difficile parlare. Sulla bomba non abbiamo detto nulla. Qui se accusi qualcuno di volerti uccidere offri l’alibi a qualcun altro per farlo».
I giornalisti uccisi negli ultimi anni sono oltre settanta, più che nel corso di tutta la Seconda guerra mondiale. Javier Sicilia, il poeta che ha perduto il giovane figlio e ha commosso il paese annunciando che non avrebbe più scritto un verso, sostiene che il Messico è uno Stato in default, fallito. O quasi. Perché il connubio fra narcos e potere politico è «ormai tale che il cittadino è completamente indifeso di fronte alla violenza». «La polizia — dice Sicilia — è corrotta. L’esercito è corrotto. È di fronte alla criminalità organizzata il potere politico preferisce negare l’evidenza, nascondere, occultare, dissimulare. Per loro non c’è alcun attacco alla società civile, al massimo i morti sono narcos che si ammazzano tra di loro». «Ci sono città in Messico — aggiunge Sicilia — dove le amministrazioni locali negano la pubblicità isti-
tuzionale ai giornali che parlano troppo della violenza. Non si deve sapere dei morti ammazzati. È dannoso per il turismo».
Il panorama è completamente cambiato con la nascita degli “Zetas”. Tutti ex militari addestrati nelle scuole antiguerriglia
dell’esercito degli Stati Uniti. All’inizio erano il braccio armato del cartello del Golfo, quello che controlla i porti sul Mar dei Caraibi. Finché non si sono messi in proprio e siccome non gestivano alcun traffico di droga si sono trasformati in una mafia tout court. Hanno cominciato a chiedere il pizzo, a sequestrare persone, a fare affari con la prostituzione.
«Gli Zetas — dice Valdez — non hanno principi. Rapiscono gli emigranti illegali del Sudamerica che attraversano il Messico. Lo fanno per chiedere un riscatto ai parenti che li aspettano dall’altra parte, negli Stati Uniti. Se non hanno parenti li ammazzano».
Un parente negli Stati Uniti lo ha da qualche mese anche “El Chapo”. Sua moglie Emma Coronel che ha la nazionalità americana ha beffato gli agenti dell’antidroga Usa ed è riuscita a partorire un bambino a Los Angeles. Così l’ultimo figlio del più grande capo narcos messicano è statunitense. Invece Sandra Avila Beltran, la “narca” più famosa del Messico e la prima della generazione delle nuove “jefas” (cape), rischia di passarci il resto della sua vita dall’altra parte della frontiera. Ma in un carcere. La “regina del Pacifico” verrà presto estradata e processata negli Usa per essere riuscita a vendere cento chili di cocaina a Chicago.
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domenica 10 giugno 2012

Chàvez si ricandida. Repubblica 10-06-12





DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

CARACAS — Dal palazzo presidenziale di Miraflores alla sede del Consiglio nazionale elettorale in avenida Bolivar c’è poco più di un chilometro. È la prova suprema, la distanza che Hugo Chávez, gravemente malato, dovrà percorrere domani per iscriversi come candidato alle elezioni del 7 ottobre (per la sua quarta rielezione dopo il 1998-2000-2006). E lo farà a modo suo, sicuramente in auto, attraversando due ali di sostenitori festanti, per dimostrare a tutti che è ancora lui il candidato imbattibile, astuto e istrione come sempre. Da mesi le sue condizioni di salute sono un segreto di Stato e l’incertezza sul futuro dilania un paese spaccato in due — e palesemente irriconciliabile — con filo chavisti da una parte, impegnati a rendere irrevocabile la «rivoluzione bolivariana »; e anti chavisti dall’altra, determinati ad evitarlo.
Hugo Chávez, presidente-padrone del Venezuela da tredici anni, è malato per un tumore nella zona pelvica dal giugno dell’anno scorso. Si è operato due volte all’Avana e si è sottoposto a vari cicli di chemio e di radioterapia che lo hanno tenuto lontano dal paese — governava via twitter — per diversi mesi. Le ipotesi sulle
sue possibilità di recupero sono tutte negative e le diagnosi, comunque «al buio» e sui sintomi, visto che dall’ospedale di Cuba non è mai filtrato nulla, gli concedono da un minimo di sei ad un massimo di dodici mesi di vita. Lo riconosce anche Juan, un operaio chavista, che milita nella «Mission Milagro» (missione miracolo), il programma in joint venture con Cuba grazie al quale ogni mese un centinaio di venezuelani, poveri e senza mutua, vanno ad operarsi all’Avana a spese del governo dell’isola castrista che, in cambio di questo e altri piani di solidarietà, riceve 130mila barili di greggio al giorno, circa il 5% della produzione venezuelana. Oggi è giorno di partenza e mentre gli ammalati sottoscrivono l’impegno a garantire ognuno almeno dieci voti per Chávez alle elezioni, Juan scuote la testa. «Che fine faremo senza il presidente?». Ha quattro by-pass al cuore («Senza Chávez e Fidel sarei morto perché non avrei potuto pagare l’intervento », dice) e descrive scenari scoraggianti convinto che il malato, nelle stanze di Miraflores, sia più grave di quello che vogliono fargli credere. «Questa rivoluzione finirà con lui», conclude.
Per la coalizione antichavista, la Mud, il presidente è «un irresponsabile », che dovrebbe curarsi e candidare un successore, evitando di gettare il paese nei rischi di un vuoto di potere presentandosi per un nuovo mandato
che nessuno sa se riuscirà neppure ad iniziare. Ma Chávez è fatto così. Prendere o lasciare.
D’altra parte non ha costretto i funzionari del ministero degli Esteri a sloggiare diversi piani del palazzo quando si è trattato di trovare rifugio agli sfollati di un alluvione? E non ha versato attraverso l’holding statale dell’oro nero, Pdvsa, 51 milioni di euro alla scuderia di Formula 1 della Williams per far correre Pastor Maldonado, il suo pilota preferito? Gestire senza intermediari il bilancio dello Stato è il sigillo del suo modo di governare. Anzi, di più, il suo obiettivo principale è sempre stato quello, usando il petrolio, unica ma fenomenale
fonte d’ingresso del paese, di costruirsi portafogli praticamente personali. Iniziò nel 2002 con l’assalto alla cassaforte di Pdvsa, ma l’operazione più riuscita è il «Fondo Chino». Due tranche da 4 miliardi di dollari di prestiti da Pechino — la prima nel 2007, la seconda in queste settimane — a cambio di 400mila barili di petrolio al giorno a prezzo scontato per la Cina. Il Fondo è amministrato personalmente da Chávez che in questo modo inizia la costruzione di case popolari mai terminate e lancia nuovi programmi di assistenza per il suo popolo: quasi la metà, povera e indigente, dei venezuelani. E la «rivoluzione» avanza anche se nelle farmacie
manca l’acqua ossigenata mentre il controllo sui cambi e l’incertezza giuridica allontana qualsiasi investimento internazionale.
L’inflazione al 30 percento, il doppio regime cambiario (quello ufficiale e quello «in nero»), l’esplosione della criminalità e la diffusa corruzione nelle pieghe del regime, avevano restituito spazio all’opposizione che, due anni fa, era riuscita per la prima volta a vincere le elezioni parlamentari.
Più voti (52 a 48 percento) ma non più seggi. Quanto bastava però per prefigurare la possibilità di una svolta anche alle presidenziali. Dalle primarie — tre milioni di votanti — è uscito un quarantenne
moderato, Henrique Capriles, che sembrava in grado di strappare all’altro fronte gli elettori meno radicali, quei pezzi di classe media bassa infastiditi dall’indottrinamento martellante della propaganda ideologica e spaventati dalla criminalità. Ma la malattia sembra aver giocato a favore di Chávez che a quattro mesi dal voto è in netto vantaggio nei sondaggi. Alternative nello schieramento bolivariano d’altra parte non ce ne sono. Nessuno dei tre possibili delfini del caudillo ha speranze di raccogliere tutta la sua eredità nelle urne. Né il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, il più vicino ai cubani; né il presidente del Parlamento,
Diosdado Cabello, preferito dai militari; né, infine, il fratello governatore di Chávez, Adan. Così l’unica soluzione è rimasta quella del leader ammalato. «Vogliono conservare il potere salendo sul carro funebre del presidente», denunciano i giornali dell’opposizione convinti che Chávez non riuscirà neppure a farla la campagna elettorale.
Anche Caracas, come il resto del paese, è divisa in due fazioni: a nord aristocrazia e classe media; a sud e sulle colline, le favelas. I primi temono che alle elezioni neppure ci si arrivi, i secondi — come l’operaio Juan — scrutano le apparizioni del presidente e soffrono per la sua malattia. «Qui succederà quel che decideranno le Forze Armate», dice preoccupata Milagros Socorro, editorialista de
El Nacional.
È la «soluzione egiziana» che molti analisti dipingono come probabile. L’esercito è quello che ha più da perdere sia nel caso di sconfitta che di scomparsa di Chávez. Generali accusati per narcotraffico dalla Dea americana, ufficiali corrotti, forte ridimensionamento dell’influenza dei militari nella politica e nella società se dovesse cambiare scenario. Dunque, si specula, in caso di inabilità di Chávez è l’esercito che potrebbe assumere il potere con un «governo provvisorio» con la scusa di mantenere la pace e l’ordine fra due fazioni politiche inconciliabili.
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venerdì 25 maggio 2012

La solitudine di Rajoy (Repubblica 22/05/12)


 
Pagina 26 - Economia
 
Mentre il premier Rajoy continua il tentativo di risanamento dei conti, c´è chi adombra un esito "argentino" per la recessione della Spagna
 
Prestiti facili delle banche e deficit delle autonomie le due mine vaganti che possono affondare Madrid
 
 
 
Nei bilanci degli istituti finanziari ci sono 200 miliardi di prestiti che sono carta straccia
 
OMERO CIAI

DAL NOSTRO INVIATO
BARCELLONA - In questi giorni, con lo spread oscillante fra i 480 e i 500 punti, il capo del governo spagnolo si domanda perché i mercati mostrino pochissima fiducia sulla tenuta della Spagna quando, dice Rajoy, «abbiamo fatto bene i compiti che ci ha chiesto Bruxelles». Dal suo arrivo alla Moncloa, con la trionfale vittoria del partito popolare nelle elezioni del 20 novembre 2011, il leader del centrodestra ha mantenuto una linea diretta con Angela Merkel e ha sposato in pieno le direttive sul rigore e il risanamento dei conti pubblici. Ha varato una riforma del mercato del lavoro che rende facilissimo e molto economico per le imprese i licenziamenti; tagliato i bilanci di Sanità e Istruzione; e promesso una riduzione del rapporto deficit/Pil: dall´8,9% del 2011, al 6,4% nel 2012, al 3% entro la fine del 2013. Mariano Rajoy immagina uno Stato leggerissimo e prevede di tagliare le spese per l´Amministrazione pubblica dal 43,6% del Pil (2011) al 37,7% entro il 2015 con un risparmio di 32 miliardi. Un´operazione massiccia che riporterebbe la spesa dello Stato ai livelli precedenti all´ingresso della Spagna in Europa. Il suo problema però sembra essere proprio quello della credibilità del progetto. Intanto perché la Spagna è ancora in recessione (-0,3% ad aprile) e i disoccupati aumentano (5,4 milioni, 25% della forza lavoro) e aumenteranno ancora. Poi per altre due questioni centrali che sono alla base della crisi: i prestiti allegri diventati crediti non esigibili (o "attivi tossici") delle banche e la difficoltà del governo centrale di tenere a freno i bilanci delle autonomie regionali che in Spagna hanno competenze molto ampie. Su quest´ultimo fronte potrebbe apparire paradossale il fatto che tre regioni abbiano nel 2011 camuffato i loro deficit comunicando al governo centrale dati aggiustati in positivo. E´ successo nella Comunità autonoma di Madrid dove comanda Esperanza Aguirre, grande "baronessa" della destra spagnola; in Castilla-Leon, altra regione in mano ai Popolari; e a Valenzia. Venerdì sera, a mercati chiusi, Madrid ha rivelato che il suo deficit 2011 era il doppio (non 1,3% ma 2,2%). E il ricalcolo delle tre regioni ha elevato quello della Spagna dall´8,5 all´8,9% sul Pil nel 2011.
Difficoltà di affidamento oltre che di bilancio hanno anche le banche. Qual è infatti il vero volume dei cosiddetti "attivi tossici"? Quando Hollande, dopo il picco dello spread spagnolo a 507 punti mercoledì scorso e prima del G8 di Camp David, s´è detto favorevole ad un piano di salvataggio europeo per le banche iberiche è stato aggredito da Rajoy: «Non abbiamo bisogno di nulla, ce la facciamo da soli». Peccato che il reale stato delle finanze bancarie non si conosca tanto che il governo ha affidato a due istituti di controllo indipendenti, uno americano e l´altro tedesco, una verifica. I calcoli noti sono questi: nei bilanci degli istituti spagnoli ci sono almeno 188 miliardi di prestiti a società di costruzione o promozione immobiliare che sono carta straccia. Non torneranno mai indietro semplicemente perché i costruttori non sono riusciti a vendere le case che oggi in meno di due anni hanno perso almeno due terzi del loro valore. Poi ci sono altri 128 miliardi di prestiti al mattone considerati "sani". Con molti dubbi. Ma quello che veramente spaventa e viene segnalato come «un formidabile fattore di rischio» sono i 656 miliardi di euro in ipoteche sui mutui concessi ai privati. Possibile, ci si chiede, che con recessione e disoccupazione, tutti paghino il mutuo per la casa? Per ora le banche ammettono un coefficiente di morosità irrisorio, il 2,8%. Sono tutti questi "fattori di rischio" che convincono un osservatore della crisi come il premio Nobel dell´Economia Paul Krugman a vaticinare il rischio "Argentina", il blocco dei conti correnti. «Impossibile», risponde il ministro delle Finanze Cristobàl Montoro. Infine il debito. Negli ultimi cinque mesi gli investitori stranieri hanno venduto 60 miliardi di bonos del debito spagnolo, il 10% del totale, finito alle banche spagnole grazie ai fondi Bce. Anche questo è un elemento di rischio. Le banche aiutano lo Stato sperando che poi lo Stato aiuterà le banche: ma è come se due persone che stanno affogando sperassero di galleggiare legandosi insieme.

I guai della Catalogna (Repubblica 20/05/12)


DOMENICA, 20 MAGGIO 2012
 
Pagina 14 - Economia
 
Tagli e disoccupazione al 23% anche la locomotiva catalana è arrivata sull´orlo del crac
 
A rischio l´autonomia dal governo di Madrid
 
 
 
Il presidente Artur Mas ha varato tre piani di austerità, l´ultimo da 4,7 miliardi: c´è anche la "tassa iPhone"
 
OMERO CIAI

DAL NOSTRO INVIATO
BARCELLONA - L´hanno chiamata "tassa iPhone" e sono i 360 euro che dovranno versare tutti gli studenti degli istituti professionali per contribuire a ripianare il deficit della Generalitat della Catalogna. Irene Rigau, assessore all´Istruzione del governo autonomo, l´ha varata basandosi sulla cifra media che spende un ragazzo di sedici anni per usare uno smartphone. Ed è uno dei tanti balzelli a cui si dovranno abituare i catalani per difendere la loro storica autonomia dal governo centrale di Madrid. In un anno, il presidente catalano, Artur Mas ha varato tre piani di austerità: l´ultimo in questi giorni prevede tagli al bilancio per 4,7 miliardi, circa il 20% del totale, e colpirà ospedali, scuole, impiegati pubblici, tv locale, treni. Così dopo aver perso il campionato di calcio, la Champions, e Pep Guardiola, Barcellona è costretta a mettere in discussione una volta per tutte anche i simboli più cari della sua orgogliosa diversità dal resto della Spagna. «Altrimenti rischiamo di finire come la Grecia», ha detto un preoccupato Artur Mas mentre Moody´s tagliava al livello di "titoli spazzatura" i bonus sul debito emessi dalla regione.
Come la Grecia o anche peggio perché ciò che hanno veramente temuto i leader politici locali nelle ultime settimane era di essere messi sotto tutela da Mariano Rajoy, il presidente del governo nazionale, e di dover rinunciare alle numerose competenze che il sistema dello Stato Federale concede alle autonomie. E, in particolare, a quella del governo catalano che, a differenze di altre regioni, ha sviluppato tutte quelle che la legge consente. Le forme sono un po´ cambiate ma tutti ricordano quando Jordi Pujol, storico leader dell´autonomismo e presidente della Generalitat per 23 anni dal 1980 al 2003, se ne andava in giro per il mondo come se fosse un capo di Stato, con la sua bandiera e una politica estera a sua misura. Oggi però la casa barcolla e Barcellona è costretta ad accettare il peso dei tagli, i più sostanziosi fra tutti quelli delle regioni di Spagna. Cinquemila insegnanti in meno, il ticket sulle ricette mediche e sui ricoveri in ospedale, meno 5% nelle buste paga degli impiegati pubblici (già colpiti da altri tagli), la sforbiciata dei contributi agli asili nido e al bilancio di radio e tv regionali in lingua catalana, riduzione dei trasporti e privatizzazioni di imprese pubbliche. Una sferzata inevitabile – secondo Artur Mas – che avrà l´effetto di ridimensionare alcune velleità autonomistiche ma farà senz´altro crescere il rancore locale verso l´odiata Madrid.
D´altra parte la crisi si assomiglia in tutto il paese e neppure la ricca Catalogna, terra di banchieri, industria e turismo, che da sola vale quasi il 20% di tutto il Pil spagnolo, ne è esente. Basta un dato: sei anni fa i disoccupati in Catalogna erano il 6,6%, oggi sono quasi il 23%, poco meno che nel resto del paese. Lo scontro con Madrid gira intorno alle tasse. A differenza di altre autonomie storiche, come Navarra o i Paesi Baschi, la Catalogna non ha una sovranità fiscale. Le tasse vanno allo Stato centrale e poi ritornano sotto forma di contributi del governo nazionale alla comunità autonoma. Contributi che variano di anno in anno a seconda della capacità "di ricatto" delle forze politiche locali. E oggi sono al minimo anche perché Barcellona per finanziare nei prossimi mesi il suo debito ha bisogno degli "Hispabond", buoni avallati dalla copertura dello Stato centrale. Un meccanismo che aumenta le tensioni e rafforza il sentimento indipendentista. "Catalonia is not Spain" è uno slogan che si può leggere facilmente sui muri da queste parti: ormai il 45% dei catalani è favorevole all´indipendenza. Erano solo il 25% vent´anni fa.

Ecco perché la Spagna affonda (Rep 18 maggio 12)


VENERDÌ, 18 MAGGIO 2012
Pagina 6 - Esteri
I punti
Nella città deserta dei palazzinari "Banche piegate dalla bolla edilizia"
Crolla in Borsa Bankia, è corsa al ritiro dei conti correnti
La Spagna
Ieri l´agenzia Moody´s ha tagliato il rating di 16 istituti di credito iberici
OMERO CIAI

DAL NOSTRO INVIATO
SESEÑA (TOLEDO) - Il crollo in Borsa della quarta banca spagnola, Bankia (meno 29%), la corsa al ritiro dei conti correnti nelle sue agenzie (pubblicata da El Mundo, ma smentita dal governo), e il declassamento da parte di Moody´s del rating di 16 banche spagnole, praticamente di tutto il sistema finanziario iberico, cominciano in queste assolate e polverose vie deserte a metà strada fra Toledo e Madrid. Cinque o sei anni fa, quando l´edilizia tirava, Francisco Hernando, detto Paco "el pocero" (nella foto), il più famoso, furbo e avventuroso, "palazzinaro" del paese, riuscì a raccogliere milioni di euro in prestito per il suo progetto. Una urbanizzazione da 60mila abitanti non troppo lontano dalla capitale per risultare appetibile ad una giovane classe media in fuga dai costi esorbitanti degli appartamenti in città. Angelica, la benzinaia, ride ancora. Se li ricorda quando arrivarono Paco e i suoi operai, quei poveracci a cui il "palazzinaro" non ha mai pagato neppure i contributi pensione e malattia, per trasformare i campi della Sierra dietro al suo distributore in una nuova città.
Era terreno agricolo ma bastò ungere un po´ il sindaco dell´epoca per costruirci giardini, piscine condominiali, qualche campetto da tennis, il rettangolo della pallacanestro e un piccolo stadio. Il tutto in mezzo a numerosi casermoni stile edilizia popolare, ma appena un po´ più chic, lungo i quali oggi non passeggia proprio nessuno. Le finestre, con le persiane di plastica rosse, sono tutte chiuse dal primo al settimo piano. La guardiola del portiere abbandonata, perfino l´ufficio vendite all´angolo del primo edificio è chiuso. Così per tutte le strade, a destra e a sinistra, un edificio dietro l´altro. Alcuni lavori sono stati lasciati a metà, quando s´è chiuso il rubinetto dei prestiti. Dopo gli ultimi due edifici e prima del laghetto ci sono le fondamenta già pronte per altri palazzi mai costruiti e molte strade non portano da nessuna parte, finiscono all´improvviso nei campi. Ai prezzi del 2007 un appartamento di 65mq da queste parti costava più di 200mila euro, oggi le banche che hanno messo i soldi e poi hanno espropriato "el pocero", finito nel frattempo in bancarotta, cercano di venderli a 60mila euro, o di affittarli per 400 al mese. Ma non c´è niente da fare. "El residencial Francisco Hernano", come recita la scritta all´ingresso dell´urbanizzazione, è spaventosamente vuoto. «In cinque anni avranno venduto forse un migliaio di appartamenti», dice Angelica, «e gli unici residenti che vedo io sono quelli che vengono qui a lamentarsi perché gli hanno rubato qualcosa».
In tutta la cintura intorno a Madrid ci sono villaggi nuovi e abbandonati come a Seseña. Adesso li chiamano "low cost" perché pur di vendere qualcosa le agenzie immobiliari delle banche fanno prezzi stracciati. Dopo la sbornia dei soldi facili per la speculazione edilizia, la crisi ha trascinato tutti nel baratro e in rosso per i prestiti ormai a fondo perduto ci sono i maggiori istituti di credito del paese. Nessuno escluso. In tutta la Spagna ci sono più di un milione di nuovi appartamenti invenduti e, sui bilanci delle banche, pesa ogni giorno di più la perdita di valore degli immobili senza proprietario. È il prossimo crac che genera gli incubi nei sonni del presidente del governo conservatore, Mariano Rajoy, e nel quale sono coinvolti tutti: Comuni, Regioni, politici di destra e di sinistra, a cominciare da Aznar, l´ex leader dei Popolari, che negli anni Novanta liberalizzò l´uso del suolo per lanciare l´ultima cementificazione delle coste spagnole. Anche nelle zone di villeggiatura il valore degli immobili crolla. È un segno dei tempi. Anche il turismo si contrae e d´altra parte da mesi la Spagna registra un calo nel totale della sua popolazione: le giovani coppie di diplomati e laureati senza lavoro lasciano il paese per cercare fortuna dall´altra parte dell´Atlantico.
La catastrofe del "ladrillo", il mattone, è la vera spina nel fianco dell´economia che rischia di rendere quasi automatico il contagio delle peste mediterranea, quella malattia che già soffia violenta fra Atene e Lisbona. La Spagna è in recessione da mesi e Rajoy non ha i soldi per salvare le banche. Finora il primo e unico intervento del governo, la nazionalizzazione di Bankia, è stato un disastro. Nell´incertezza generale ieri le azioni di Bankia hanno perso in Borsa il 29 per cento. Il governo nega che sia una conseguenza di un ritiro massiccio dei depositi ma il panico è in agguato e sorvola come un nugolo di corvi i segreti palazzi dei banchieri. L´altro fronte dell´emergenza sono i debiti contratti dalle Comunità autonome. Ieri l´agenzia americana Moody´s ha declassato anche i bonos sul debito emessi dalla Catalogna e da Murcia al livello dei titoli spazzatura, Junk bond. E tagliato il rating anche dell´Andalusia e dell´Estremadura. L´agenzia ritiene che nessuna di queste quattro grandi regioni spagnole riuscirà a raggiungere gli obiettivi di riduzione del deficit nel 2013 e che tutte, senza un intervento del governo centrale, rischiano di non poter onorare i loro debiti.

Goodbye Spain (Repsera 24/05/12)


“Goodbye Spain”, ce ne saranno tanti di cartelli con questo slogan (in inglese per le tv internazionali) venerdì sera a Madrid per la finale della Copa del Rey di calcio. Quest’anno infatti se la contendono il Barça di Pep Guardiola (è la sua ultima partita con la squadra catalana) e l’Athletic Bilbao. Insomma le rappresentative calcistiche di due delle tre autonomie storiche – l’altra è la Galizia – di Spagna. Alla fine degli anni Trenta quando il generale Franco condusse l’esercito golpista alla riconquista dell’unità nazionale, abbatté la Repubblica, e impose la dittatura sostenuto da Hitler e Mussolini, i Paesi Baschi e la Catalogna erano le “regioni maledette”, le patrie del tradimento verso la monarchia deposta e il cattolicesimo calpestato, e come tali vennero punite per decenni. Due lingue, due culture, e anche due potenti borghesie (bancarie e industriali)  che hanno sempre fatto molta fatica a sentirsi “spagnole”, centraliste, monarchiche e castigliane.


Già tre anni fa, nel 2009, la finale della Coppa del Re (torneo che equivale alla nostra Coppa Italia) si giocò fra il Barcellona e l’Athletic. E fu un caos. Le due tifoserie andarono alla stadio con le bandiere nazionali, basca e catalana, fischiarono sonoramente l’inno spagnolo e re Juan Carlos, che restò impassibile. L’incidente costò la poltrona al direttore dei servizi sportivi della tv pubblica perché censurò i fischi, e un processo ai promotori dell’iniziativa archiviato in tribunale perché la protesta era libertà d’espressione. Ma questa volta è diverso. Intanto perché ad incendiare gli animi alla vigilia dell’incontro ci ha pensato la governatrice di Madrid Esperanza Aguirre. Esponente della destra dura all’interno del Partito Popolare di Mariano Rajoy che ha vinto le elezioni nel novembre scorso, Esperanza detta “Espe”, descritta dai giornali come la “piromane”, ha chiesto a polizia e Federazione calcio di annullare l’incontro e rinviarlo “a porte chiuse” senza la presenza del pubblico, se prima della partita verrà fischiato l’inno nazionale. “Sarebbe un oltraggio ai nostri simboli”, ha detto la Aguirre, “e l’oltraggio è punito dal codice penale”. Poi c’è una ragione più seria che fa crescere la tensione e si riverbera anche sulla partita di calcio. La crisi che attraversa il paese rende molto più complicati i rapporti fra il governo nazionale e le autonomie regionali, baschi e catalani in testa. L’austerity di Rajoy, che ha promesso alla Merkel di ridurre il rapporto deficit/pil dall’8,9% del 2011 al 3% entro la fine del 2013, ha costretto la Catalogna ad affrontare una stangata storica, con tagli – a Sanità e Istruzione – pari a quasi il 20% del suo attuale bilancio. Una situazione che rende incontrollabili i rancori separatisti.  

Due dati: i cittadini favorevoli all’indipendenza della Catalogna crescono. Oggi superano il 45% dei 7,5 milioni di abitanti della regione che fa capo a Barcellona ed ha anche nel Barça di Xavi, Pujol e Fabregas (tutti catalani mentre Messi è argentino) una sorta di punto di riferimento nazional simbolico. E il progetto di Artur Mas, presidente della Generalitat di Catalogna dalla fine del 2010, è quello di ottenere “il patto fiscale” con Madrid. Ossia di dare l’ultimo passo verso l’autonomia totale creando un proprio ministero delle Finanze e incassando direttamente le tasse. Se si considera che il governo della Catalogna ha già competenze molto ampie, dalla Sanità all’Istruzione fino alla polizia, le Finanze proprie sarebbero l’anticamera della secessione e dell’indipendenza dalla monarchia spagnola.
E visto che siamo alla vigilia dei Campionati europei di calcio è tornata d’attualità la rivendicazione di tutti i partiti nazionalisti di Galizia, Paesi Baschi e Catalogna, di avere una propria nazionale di calcio, come il Galles e la Scozia che stanno in Gran Bretagna ma vanno agli europei con la propria squadra di pallone. L’altra mattina erano tutti sulla scalinata delle Cortes, il Parlamento, con uno striscione in tre lingue (catalano, basco e gallego) che recitava: “Ogni nazione la sua selezione”.

Da questo punto di vista all’Athletic sono intransigenti e fanatici. L’unico “straniero” è l’allenatore, quel Marcelo Bielsa, argentino, detto “el loco” (il pazzo), che Moratti vorrebbe all’Inter. I calciatori sono tutti baschi di nascita o di formazione calcistica nella “cantera” (le giovanili) del club. Dunque nella finale si fischierà l’inno per ragioni sportive, politiche ed economiche. E a prendere i fischi dei tifosi baschi e catalani non ci sarà Juan Carlos, ancora zoppicante per la caduta durante il polemico Safari in Botswana. Ma suo figlio Felipe, l’erede al trono.