domenica 30 dicembre 2012

Chavez, l'autunno del Comandante (Rep. 4/10/2012)

L' autunno del Comandante / Dove nasce (e muore) il mito di Chavez

DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI

CARACAS - NEL 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 per cento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 per cento. Nel 2006 con il 26. Una marcia trionfale.
In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c'è il logorio del potere. Capriles ha quarant'anni (diciotto di meno del presidente), un'immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica. E aspira a rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l'handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell'opposizione, da destra a sinistra. Damas ha poco meno di cinquanta anni e fa il contabile per lo Stato. È cresciuto nel "23 de enero", il quartiere più chavista della capitale nel profondo sud di Caracas. Il "bastione ribelle", dicono qui, perché questa fila di casermoni paralleli da dieci e più piani è stata sempre piena di comunisti, anarchici e socialisti. Il sobborgo venne costruito alla fine degli anni Cinquanta quando un dittatore visionario e "di sinistra", Perez Jimenez, intraprese un ampio programma di edificazione popolare per cancellare dalla città i "ranchos", le favelas che ancora oggi s' arrampicano sulle colline. In realtà doveva servire per alloggiare militari di basso rango ma venne occupato da migliaia di famiglie di poveri e poverissimi. Da allora, e per più di quarant' anni, fino all' arrivo di Chávez - racconta Damas - due settimane prima del voto il "23 de enero" veniva occupato dall' esercito che imponeva il coprifuoco. Le urne con i voti di solito riemergevano da qualche burrone dov' erano state gettate qualche giorno dopo le elezioni. «Quarant' anni d' imbrogli elettorali contro di noi», dice Damas.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.

domenica 4 novembre 2012

"Così feci nascere Gabo", rep cultura 5 marzo 2007



L' anno magico di Gabriel Garcia Marquez si apre domani con il suo ottantesimo compleanno, prosegue con il quarantesimo anniversario della pubblicazione, a Buenos Aires nel maggio 1967, dei Cent' anni di solitudine, e si chiude a ottobre con i venticinque anni dall' assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1982. Un "anno breve" - soltanto sette mesi - che con sincronismo fatale contiene e riassume l' avventura di un mito vivente della letteratura. «Un genio verbale», come lo ricorda Francisco Porrua, il papà dei Cent' anni, direttore della casa editrice "Sudamericana" che lo mandò in stampa dopo aver letto le prime cinque righe del nuovo romanzo.


Nel 1967 lei conosceva Garcia Marquez? 

«Assolutamente no. In quell' epoca eravamo a caccia di romanzi latino americani originali. Che non fossero repliche o opere simili né ai classici, né all' avanguardia europea. Cercavamo una letteratura con caratteri propri, indigeni. E incontrammo Garcia Marquez. All' inizio del 1967 un amico mi diede da leggere una novella breve, Nessuno scrive al colonnello, e siccome mi piacque mandai una lettera all' autore per chiedere se potevo pubblicarla in Argentina. Qualche settimana dopo egli mi scrisse che aveva già venduto i diritti ma che, se volevo, avrei potuto pubblicare una cosa nuova che stava finendo di scrivere. Così arrivarono i Cent' anni a Buenos Aires». 

S' immaginò il successo che avrebbero avuto? 

«Mentirei se rispondessi di sì. Quello che ricordo è che decisi che l' avremmo pubblicato dopo aver letto soltanto le prime righe, la prima pagina. Però ricordo anche che Marquez aveva accettato di stamparne anche solo tremila copie mentre noi ne stampammo subito ottomila. Andarono esaurite in meno di quindici giorni». 

Quanto fu importante per il successo del libro pubblicare a Buenos Aires piuttosto che in un' altra capitale di lingua spagnola?

 «Sul finire degli anni Sessanta Buenos Aires era già una metropoli piuttosto vivace con un grande numero di lettori, di appassionati molto attenti alle novità editoriali. C' era molto teatro, molto cinema e c' erano anche delle riviste letterarie importanti che apprezzarono e promossero subito il libro di Garcia Marquez. Fra i Cent' anni e il pubblico di Buenos Aires si produsse un cortocircuito straordinario e raro come un' eclissi. Dopo qualche settimana tutta la città lo stava leggendo. Non ho idea di cosa sarebbe potuto succedere se fosse stato pubblicato da un' altra parte ma senza alcun dubbio fu Buenos Aires a decretarne il successo e a lanciare il romanzo in tutto il mondo. Furono, quelli, anni molto speciali e durarono anche molto poco. Già all' inizio del decennio successivo il clima culturale cambiò in fretta: terrorismo, lotta politica, golpe militare. Un' altra epoca geologica. Ma alla fine dei Sessanta Buenos Aires era la città che meglio poteva accogliere un libro come quello».

 A un certo punto finì la carta per stamparne nuove copie... 

«Sì, finimmo le riserve di carta e non sapevamo dove trovarne altra. Ci toccò chiederla in prestito ad altre case editrici e acquistarne fuori dall' Argentina per continuare a stampare nuove edizioni del libro con quei ritmi. Durante tutto l' inverno australe e poi fino a metà dell' anno successivo dei Cent' anni se ne vendevano mille copie ogni giorno». 

Garcia Marquez è un uomo molto riservato. Molto raramente concede interviste, non si mostra in pubblico neanche quando escono i suoi libri e sembra piuttosto infastidito dalle attenzioni che la fama gli riserva. Era così anche allora? 

«È timido e sospettoso. Ricordo che quando venne a Buenos Aires quell' anno e ci conoscemmo si sentiva sinceramente oppresso dalle attenzioni del pubblico. La gente lo fermava per la strada e lui non sapeva cosa fare. Una sera andammo in un teatro e durante l' intervallo qualcuno che l' aveva riconosciuto salì sul palco e disse che in sala c' era l' autore dei Cent' anni di solitudine. Venne letteralmente giù il teatro: tutti si alzarono in piedi per applaudirlo. Erano tutti suoi lettori e lui era la cosa più alla moda che c' era in città. Se poi vuol sapere quanto il successo lo abbia cambiato, non saprei. La mia impressione è sempre stata che il Garcia Marquez uomo comune e il Garcia Marquez scrittore siano identici. Coincidono. Anche l' uomo comune è un genio verbale che comunica attraverso metafore».

 Da quella volta in cui lei lo invitò nel 1967 egli non è mai più tornato a Buenos Aires. Come neppure è mai tornato - almeno pubblicamente - nei luoghi dell' infanzia, quelli che ispirarono le atmosfere dei Cent' anni come Aracataca e la Sierra di Santa Marta. Ne conosce la ragione?

 «Una volta gliel' ho domandato. C' è sicuramente un po' di superstizione ma soprattutto c' è il timore di rivedere un luogo nel quale sono accadute cose straordinarie e scoprirlo diverso da come si ricorda. È un modo per proteggersi. Per lui vedere Buenos Aires diversa dalla città che lo trasformò in un mito letterario non avrebbe senso».

 Borges disse che il libro non gli piaceva perché c' erano almeno cinquanta pagine di troppo. Era invidioso? 

«Non credo. Io ero anche il suo editore e non ne parlammo mai. Però è vero che Borges odiava i romanzi e che, in molti casi, i suoi giudizi sui contemporanei erano conseguenza dei suoi capricci. Borges non era capace di scrivere romanzi e probabilmente neppure di leggerli. Lui amava Kafka perché aveva scritto racconti brevi».

 Lei ha pubblicato, per primo in spagnolo, almeno tre dei libri più venduti nel ventesimo secolo. Le Cronache marziane di Bradbury, i Cent' anni e Il Signore degli anelli. Solo fortuna? 

«Non lo so, erano altri tempi. Non ho mai scelto un libro pensando al suo valore commerciale. Pubblicavo soltanto se mi piaceva e ho sempre pensato che il valore commerciale di un libro si può valutare solo nel tempo. È meglio un romanzo che vende centomila copie subito o un altro che vende per cinquant' anni? Ovviamente il secondo. E allora bisogna guardare al suo valore letterario. Se c' è quello, qualsiasi investimento vale la pena. Oggi l' industria editoriale ha altri principi e altri obiettivi che io non condivido più. Ma ho sempre lavorato pensando che l' editore è un "signor Nessuno" rispetto all' autore e tale deve rimanere. Ancora oggi, quando mi invitano da qualche parte scrivono: "Francisco Porrua, l' editore dei Cent' anni di solitudine". Per me è diventato come un secondo nome. Quando pubblicai Gabo ero un impiegato e prendevo uno stipendio come direttore editoriale. Quindi non ci guadagni una lira ed è stato giusto così». 

Si dice che i Cent' anni siano il Don Chisciotte del ventesimo secolo. È d' accordo? 

«Non amo i paragoni. Penso che il capolavoro esista quando l' autore costruisce un universo proprio, tale che non possa essere paragonato con quello di nessun altro. Poi bisogna aggiungere che l' opera di Marquez ebbe una importanza straordinaria perché fece nascere il famoso boom dei latino-americani e quindi fece conoscere in tutto il mondo una letteratura nuova e assolutamente originale».

giovedì 27 settembre 2012

"Re" Artur sfida Madrid, repubblica sera 18 settembre 2012




L’uomo che guida la sfida secessionista di Barcellona è un economista di 56 anni cresciuto all’ombra del padre-padrone del nazionalismo catalano, Jordi Pujol, governatore della regione per 23 anni consecutivi (1980-2003), dalla rinascita della Generalitat – il governo autonomo – con il ritorno della democrazia in Spagna. Tenace, equilibrato, bello, onesto, lavoratore, austero: sono alcuni degli aggettivi utilizzati per definirlo dai suoi colleghi di partito, quelli di Convergéncia i Uniò, la coalizione del centro destra catalano che Artur Mas presiede dal 2004. Mentre i suoi avversari, soprattutto quelli del Psc, il partito socialista regionale, preferiscono connotarlo come “presuntuoso, superbo e prepotente”, “un candidato robot”, “rigido, insicuro e anche un po’ anonimo”. Artur Mas ha impiegato sette anni per riportare CiU ai livelli di popolarità degli anni di Pujol, e dopo due solenni sconfitte, nel 2010 ha vinto le elezioni. Tre figli, educato nei migliori collegi di Barcellona, una laurea in economia, gran tifoso del Barça di Iniesta e Messi, amante della letteratura francese (il suo libro preferito è “il piccolo principe” di Saint Exupéry), sportivo appassionato (tennis, vela e sci), è soprattutto un tecnocrata che deve la sua fortuna politica a Marta Ferrusola, la moglie di Jordi Pujol, che lo accolse nel circolo intimo della famiglia più potente del nazionalismo catalano e lo indicò come “hereu”, il lingua catalana “l’erede”. Il delfino scelto per la sua fedeltà al capo e per un aspetto – si disse – kennedyano, più che per le sue idee.
Ma dalla vittoria elettorale del 2010, Artur Mas ha messo il piede sull’acceleratore avviando con il resto della Spagna un duello dall’esito piuttosto incerto. Messa da parte la famosa moderazione di Pujol – che anche quando ebbe il 60% dei suffragi in Catalogna, era solito rispondere ai più radicali nel suo partito: “Abbiate pazienza, prima o poi saremo indipendenti” – Mas ha innalzato la bandiera dell’autosufficienza e dello Stato sovrano, fuori dalla Spagna. Un salto in avanti che preoccupa (moltissimo) gli industriali catalani ma che piace (moltissimo) a tutti gli altri.
Fino all’avvento di Mas le rivendicazioni nazionaliste erano sempre state usate dai governi di Barcellona come una forma di ricatto per ottenere a Madrid condizioni migliori: più fondi, più autonomia, più autogoverno.  Oggi lo scenario è cambiato almeno per un paio di motivi. Il primo colpo al precario matrimonio d’interessi fra Barcellona e Madrid arrivò con il boicottaggio dei prodotti catalani – il famosa Cava, lo spumante, su tutti – promosso dalla destra iberica mentre si negoziava il nuovo Statuto d’autonomia. Il secondo fu, due anni fa, la sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo contro il nuovo Statuto e, soprattutto, contro quella norma che voleva il riconoscimento dell’uso del catalano come prima lingua nelle scuole e nell’amministrazione pubblica. Uno schiaffo che ha deluso e indignato Barcellona. L’ultima botta è la crisi, il deficit regionale, i tagli al bilancio. Tutti guai che i politici locali attribuiscono al nemico, lo Stato spagnolo che non restituisce alla Catalogna tutto quello che i catalani versano in tasse.
Così è nata la rivendicazione del patto fiscale, uno strappo che Madrid non può accettare e che, nell’idea di Artur Mas, sarebbe il completamento dell’autonomia regionale con la nascita di un ministero delle Finanze catalano per riscuotere direttamente le tasse. E’ per questo che lo scorso 11 settembre oltre un milione di persone hanno sfilato per le vie di Barcellona sotto le bandiere rosso e oro del nazionalismo e, proprio durante la manifestazione, l’ex tecnico del Barça, Pep Guardiola, amatissimo dal popolo catalano, è apparso in collegamento video da New York con in mano il libretto verde della Catalogna libera. Un anno fa, nello stesso giorno, quello della Diada, la festa nazionale, erano meno di diecimila. “Se Rajoy – il presidente del governo spagnolo – non dovesse accogliere le nostre richieste, intraprendere il nostro cammino verso la libertà – leggi indipendenza – sarebbe inevitabile”, ha detto Mas. E se, per caso, acconsentisse? Chissà. A nessuno è chiaro se la sfida di Mas è solo l’ennesima prova di forza o se invece prelude scelte irrimediabili come l’avvio di una secessione. La tensione a Madrid è forte. Perfino re Juan Carlos ha lanciato un forte appello all’unità del paese. Nel suo primo messaggio politico sul nuovo sito web della Casa Reale, il re ha esortato gli spagnoli “a lavorare insieme per affrontare la crisi economica” invece di perseguire delle “illusioni”.  “Questo è un momento decisivo in cui possiamo salvare o rovinare il nostro benessere – ha detto il re -. La cosa peggiore che possiamo fare è dividere le forze, perseguire illusioni, riaprire ferite”.
L’eventuale marcia verso un divorzio – “pacifico e consensuale”, dice Mas – è irta di spine. Anni fa il Tribunale Costituzionale bocciò la convocazione di un referendum sull’indipendenza nei Paesi Baschi che non si tenne perché avrebbe violato la Costituzione (articolo 149). Oggi il panorama potrebbe essere diverso: secondo un sondaggio la maggioranza degli spagnoli non sarebbe contraria all’indipendenza della Catalogna anche se essi sono – sempre a maggioranza – convinti che sarebbe un errore e una disgrazia per la Spagna e per la Catalogna. I più contrari sono gli imprenditori che vendono i loro prodotti nel resto del paese e temono boicottaggi e sanzioni.
“Esportate di più nel resto del mondo, non in Spagna”, li incita il governatore. Artur Mas ama definirsi “austero e risparmiatore”, un calvinista. Avrà bisogno di queste qualità. Lui e i suoi elettori. Con i debiti da pagare e i titoli catalani ridotti a junk bond, i prossimi mesi non saranno facili per chi sogna di diventare finalmente nazione. 

sabato 11 agosto 2012

Mariano Rajoy, la tragedia di un uomo in pericolo


Dopo due sconfitte consecutive contro Zapatero, era riuscito a prendere il potere: un plebiscito. Poi la doccia fredda: in pochi mesi la sua popolarità è crollata per la crisi. E già si parla di governo tecnico o di solidarietà

DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI



MADRID. Quattordici punti in percentuale in otto mesi. Gli ultimi sette, in un colpo solo, a luglio. Tanto - secondo i sondaggi - ha perso nel favore degli spagnoli Mariano Rajoy, dalla trionfale vittoria elettorale del 20 novembre 2011 ad oggi, nella tempesta di una crisi che fra banche (un buco da 100 miliardi di euro), aumento della disoccupazione (25 per cento), e spread (oltre i 550 punti), non accenna a placarsi.



Un crollo - dal 44,7 per cento della notte elettorale a poco più del 30 di queste settimane - che rischia non solo di polverizzare il ritorno al potere della destra spagnola otto anni dopo l'era di Aznar (1996-2004), ma ha già messo in crisi la leadership di Rajoy fra voci di governo tecnico o di patto nazionale se, alla fine, come tutti temono, la Spagna sarà costretta a consegnarsi alla Troika di Bruxelles e a chiedere el rescate, ossia il salvataggio, per evitare il default del suo debito e l'uscita dalla moneta unica con un prestito dal Fondo salva-Stati della Bce di oltre 300 miliardi di euro.



Otto mesi fa Rajoy, il Sopravvissuto (perché era riuscito a rimanere in sella alla testa del Partito popolare nonostante due sconfitte consecutive contro Zapatero, nel 2004 e nel 2008), non avrebbe potuto immaginare un'estate peggiore di quella che sta vivendo. Un agosto di fuoco nel quale dovrà rinunciare per la prima volta in trent'anni alle sue vacanze al mare - le fa sempre a Sanxenxo in Galizia - e ha ordinato ai ministri di "non allontanarsi troppo da Madrid" vietando loro di recarsi per turismo all'estero.



Un agosto in cui avrà tutto il tempo di rammaricarsi per aver vinto la Moncloa (la sede del governo) nella stagione più sventurata, adesso che tutte le sue caratteristiche, quelle che un anno fa sembravano qualità adatte all'epoca, si stanno trasformando in limiti, carenze, difetti.



L'attendismo, la moderazione, il pragmatismo e la resistenza del ciclista (il suo sport preferito) che lo hanno premiato quando doveva solo aver fiducia che l'avversario Zapatero prima o poi crollasse sotto il peso degli errori, oggi che il rivale non c'è più sono diventate lacune, perfino handicap.



L'immagine di Rajoy vacilla anche tra i suoi elettori perché, di fronte alla tormenta, ha preferito rifugiarsi nella strategia dello struzzo piuttosto che rivolgersi direttamente e con chiarezza al Paese. "Non aumenterò le tasse", ma poi ha dovuto aumentarle; "Non toccheremo l'Iva", ma poi ha dovuto farlo; "Non c'è alcuna necessità di salvare le nostre banche", ma invece c'era.



E così via in un crescendo secondo il quale oggi ogni spagnolo pensa che il governo farà il contrario di quel che dice pubblicamente. Tanto che quando qualche giorno fa la vicepresidente del governo, Soraya Sáenz de Santamaría, sfoggiando un luccicante paio di scarpe leopardate tacco dodici, ha detto in Parlamento che non c'era bisogno di alcun salvataggio anti spread, tutto il Paese ha tremato convinto che invece il default delle casse nazionali fosse ormai imminente.



Mariano Rajoy, galiziano di Santiago de Compostela, laureato in Giurisprudenza, 57 anni, due figli, in politica da quando aveva 24 anni, è un cattolico moderato con un progetto che gli ha permesso, nonostante i rovesci e gli avversari interni - nel Pp il suo grande antagonista è Esperanza Aguirre, la molto radicale governatrice della Comunidad (la regione) di Madrid - , di restare alla guida del partito: trascinarlo il più possibile verso il centro dello spettro politico.



Lui sta a destra, ma ricorda sempre che suo nonno, docente universitario, fu antifranchista e perse la cattedra per criticare la dittatura, e che quand'era il braccio destro di José María Aznar negli anni Novanta s'impegnò per allontanare dalle file dei Popolari i notabili più compromessi con il passato franchista.



L'asse del suo fare politico - che irrita tanto la Aguirre e non solo - è il basso profilo. Come spiega un marianista (da Mariano, sono i membri della sua corrente nel Pp), "Rajoy è convinto che in condizioni di eguaglianza, la sinistra vince in Spagna perché è sociologicamente maggioritaria". "Noi" aggiunge "possiamo vincere solo se l'altra parte smobilita e riusciamo ad attirarne un po' verso il centro.



Se l'elettorato di sinistra va alle urne compatto e in massa, come nel 2004 e nel 2008, perdiamo. Per questo Mariano non alza mai il tono, neppure quando vince. Non bisogna spaventare la sinistra". È la strategia che ha permesso a Rajoy di conquistare, vincendo le amministrative, 14 Comunidad su 17 (tranne la Catalogna, l'Andalusia e i Paesi Baschi) e poi una storica maggioranza assoluta (186 seggi) alle politiche generali dell'anno scorso.



Ma la crisi che dal Portogallo all'Italia, alla Grecia, alla Francia, ha cambiato i volti del potere in mezza Europa, in Spagna rischia di fare il bis: dopo i socialisti di Zapatero e Rubalcaba, anche i Popolari di Rajoy. Mariano è un uomo tranquillo, dai gusti classici, che tutta la settimana sogna la sua domenica pomeriggio in famiglia con il caffè, un bicchiere di liquore, un sigaro cubano (l'unico vizio conosciuto) e la partita del Real Madrid o della squadra della sua adolescenza, il Pontevedra.



Ascolta con piacere la radio, mangia la paella e la frittata di patate (la tortilla spagnola) ma rigorosamente senza cipolla. Un tipo che avrebbe voluto arrivare al potere senza che nessuno se ne accorgesse. Occultandosi. Soprattutto alla stampa con la quale ormai ha rotto ogni rapporto e sono mesi che non concede un'intervista o una conferenza stampa.



Quando è arrivato alla guida del governo, nei giorni di Natale dell'anno scorso, ha formato un esecutivo pieno di donne del suo staff e di ministri amici perché - dicono - è molto diffidente. Poi ha sperato nei vecchi rapporti del Pp con la Democrazia Cristiana tedesca per avere un trattamento privilegiato dalla Merkel, e soprattutto dalla Bundesbank. Tutto inutile.



Con Angela pare che ormai si scambi i saluti con difficoltà. Così ha regalato alla Spagna la manovra economica più dura che un governo abbia dovuto mai affrontare dal ritorno della democrazia, ed ha scelto l'unica agenda che conosce: "Resistere!". Come ha scritto Carlos Cué, uno dei migliori giornalisti politici spagnoli, "resistenza è la parola chiave di tutti quelli che gli stanno intorno.



Non azione, né vittoria, né ambizione, né decisione, né attacco. Resistenza. Quando uno chiede come sta il leader, la risposta è quasi sempre la stessa: tranquillo. E quando la pressione esplode nulla cambia: "Mariano è tranquillo, sopportando l'acquazzone, è esperto di queste circostanze, le conosce, sa bene che ogni cosa passa, lui sempre risorge dopo una tempesta".



© Riproduzione riservata (10 agosto 2012)

martedì 17 luglio 2012

La memoria perduta di Gabo (Repubblica 09/07/2012)




OMERO CIAI

Non se la merita «Gabito» questa inconsueta pantomima sul suo stato di salute. Sulla memoria che se ne va. Sull' Alzheimer che avanza implacabile come accadde per sua madre Luisa, la straordinaria Ursula dei "Cent' anni di solitudine", e come accadde - dice suo fratello Jaime - per tutta la famiglia Márquez, avvezza al calvario della demenza senile. Ieri, due frasi su twitter, hanno trasformato in un piccolo giallo le condizioni di salute del maestro Gabriel García Márquez, 85 anni il 6 marzo scorso, uno degli scrittori più letti ed amati nel mondo. Il direttore della Fondazione Nuevo Periodismo, la scuola di giornalismo creata da Márquez a Cartagena, in Colombia, nel 1994, ha smentito le parole di Jaime García Márquez, l' ottavo degli undici figli di Gabriel Eligio, il telegrafista, e Luisa, sua moglie, tredici anni più piccolo di Gabo. Parole che avevano già fatto il giro del mondo perché, per la prima volta, un membro della famiglia aveva rivelato un triste «segreto» già noto fra gli amici più intimi dello scrittore. Jaime Abello, il direttore della scuola, ha scritto: «Non voglio polemizzare, né commentare interpretazioni sull' intimitàe la salute di Gabo, ma ribadisco che non esiste nessuna diagnosi medica di "demenza senile". È soltanto anziano e si dimentica alcune cose ma tuttavia posso godere della sua amicizia». Un missile sparato contro Jaime che qualche ora prima, davanti ad una platea di duecento ragazzi a Cartagena, aveva detto che suo fratello «non può più scrivere», che «non finirà mai la seconda parte della sua autobiografia» (Vivere per raccontarla) e che «a volte quando parliamo per telefono m i v i e n e d a piangere perché sento che se ne sta andando». I due Jaime, Abello e García Márq u e z , h a n n o l' ufficio sullo stesso pianerottolo, uno di fronte all' altro, nella calle San Juan de Dios, nel quadrilatero del vecchio e maestoso centro coloniale di Cartagena de Indias. Ma evidentemente non si sono mai amati. Anzi, Abello è il fiduciario di Mercedes Barcha, l' inflessibile moglie di Gabo, custode assoluta della sua privacy; mentre Jaime fratello, che con Mercedes non ha mai avuto «affinità elettive», (lui e Gabo scappavano di nascosto per andarsi ad ubriacare di pregiati whisky di malto in qualche bettola di Cartagena), rivendica il suo ruolo privilegiato di familiare (e di studioso dell' opera di Márquez) con diritto ad esprimersi liberamente. «A volte vorrei non essere suo fratello e poter parlare con un po' più di libertà»- ha detto Jaime - «Ho una informazione che mi intristisce ma adesso devo raccontarla perché non posso più controllarmi». Jaime e «Gabito» non si vedono da oltre due anni perché Márquez non va più a Cartagena quando arriva la primavera come faceva tutti gli anni, a marzo, per trascorrere in Colombia la settimana del suo compleanno. Rimane a Città del Messico ed esce pochissimo. Ma si sentono quasi tutti i pomeriggi, racconta Jaime. «Chiama perché vuole che gli rinfreschi la memoria». «A meè toccata questa missione - aggiunge -, fortunata ma allo stesso tempo molto dolorosa. Ma penso che se ho il privilegio di poter parlare con lui debbo anche pagarlo in qualche modo.E lo pago con il dolore che provo, un dolore che alla fine mi lascia comunque una soddisfazione molto grande». A questo punto molti dei ragazzi si sono commossi ed anche sul volto di Jaime è scesa qualche lacrima. Dopo aver rivelato che l' Alzheimer di Márquez è rapidamente peggiorato anche per le sessioni di chemioterapia alle quali siè dovuto sottoporre dieci anni fa per un tumore linfatico, Jaime ha concluso la sua conferenza-confessione parlando di due racconti inediti che, alla fine, lo scrittore ha deciso di non pubblicare: «La tigra» e «Ci vediamo ad agosto». «Li ha riscritti molte volte in questi anni ma non è più riuscito a raggiungere la perfezione che ha sempre cercato nelle sue opere». Così mentre Mercedes e Abello smentiscono, Jaime conferma. D' altra parte il primoa parlare dell' Alzheimer era stato all' inizio di giugno un altro grande amico di Márquez, un po' reietto per ragioni ideologiche dalla moglie Mercedes: Plinio Apuleyo Mendoza. Plinio ha raccontato di aver telefonato a Gabo nel giorno del suo compleanno per fargli, come sempre, gli auguri. «Ma Mercedes non me lo ha passato, perché spesso non riconosce più neppure gli amici più cari. In seguito suo figlio Rodrigo mi ha detto che dalla voce non riconosce più nessuno. Se invece vede il volto qualcosa rammenta». Un altro testimone è lo scrittore peruviano Alfredo Bryce Echenique: «Che tristezza e che angoscia vederlo così - ha confessato - . Ci sono giorni in cui sta benissimo ma altri nei quali perde completamente la memoria. È capitato che non mi riconoscesse neppure e mi chiamasse "Carlos", chissà perché».


  Torna ai risultati della ricerca

Stampa questo articolo  

martedì 26 giugno 2012

Messico, repubblica 25 giugno 2012


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

CULIACÀN (Sinaloa)
LA MORTE di centinaia di narcotrafficanti negli ultimi sei anni per la guerra ai cartelli dichiarata dal presidente messicano Calderón ha un primo risultato: le loro mogli, sorelle o figlie, assumono sempre maggiori responsabilità all’interno dei gruppi narcos. «Prima erano le miss», dice Javier Valdez, giornalista di Riodoce che nel libro Miss Narco ha raccontato l’attrazione fatale tra i narcos e i concorsi di bellezza, «ma adesso le donne stanno prendendo sempre di più posizioni di comando ». Lo conferma Arturo Santamaría, sociologo dell’Università di Sinaloa, e pensa che questo fatto «rafforzerà il narcotraffico e lo renderà più difficile da combattere perché le donne sono più intelligenti e furbe nel dirigere le operazioni». Santamaría ha appena pubblicato un libro,
Las Jefas del narco,
nel quale raccoglie testimonianze di questa rivoluzione. Così se l’ultima vicenda nel gossip di Culiacán è la storia d’amore fra Emma Coronel,
una “miss Sinaloa” e il capo supremo del cartello, Joaquin Guzman, che prima le ha fatto vincere il concorso e poi l’ha sposata; è in corso un fenomeno molto più profondo che può cambiare la storia dei cartelli «perché — ha scritto Santamaría — non c’è nessun altro paese dove le donne giocano un ruolo così importante nel narcotraffico come in Messico».
L’inizio di questo viaggio è una croce piantata nell’asfalto vicino ad un centro commerciale. Ricorda l’ultima grande guerra dei narcos nello Stato di Sinaloa e la morte di Arturo Beltrán Leyva, il 19 dicembre 2009. «I sicari entravano nella case e ammazzavano i
chavos
(i giovani peones) nelle camere da letto. Chiedevano solo “da che parte stai?” e siccome le vittime non sapevano chi fossero, rispondere era come partecipare a una roulette russa: c’era il cinquanta per cento di possibilità di evitare la morte», racconta Javier Valdez. Quella guerra fra i cinque fratelli Beltrán Leyva e Joaquin Guzman “el Chapo”, il narcos più ricco e potente del Messico, non è mai finita.
E ancora oggi nello Stato di Sinaloa — poco meno di tre milioni di abitanti — ci sono, per vendette e scontri legati al narcotraffico, più di duemila morti l’anno. Sono già settecento nei primi cinque mesi del 2012. Molti sono la conseguenza delle scorribande degli “Zetas”, il cartello con il quale si sono alleati i Beltrán Leyva, che entrano a Sinaloa per ammazzare la gente del “Chapo”. Ma altri hanno a che fare con le regole interne del cartello (“una azienda” che fattura oltre tre miliardi di dollari l’anno e ha interessi ovunque, n’drangheta compresa): uccidono i ladri, i violentatori, o semplicemente chi parla troppo. «Abbiamo trovato — racconta Valdez — macchinette di plastica accanto
cadaveri». Voleva dire che il giustiziato rubava auto. «Oggi a Culiacán puoi morire per aver guardato male qualcuno. Qui tutto è narcos. Il mio vicino di casa è narcos. I compagni di scuola di mio figlio sono figli di narcos». Lo Stato di Sinaloa, una striscia di terra fra la Sierra Madre e il Pacifico, è da oltre trent’anni la patria del narcotraffico messicano. I grandi capi sono cresciuti tutti qui. Da Amado Carrillo Fuentes, nato nel ‘56 e morto nel ‘97, socio di Pablo Escobar, fondatore del cartello di Juarez, e famoso come
il signore dei cieli
per la quantità di cocaina che riusciva ad esportare grazie a piccoli Fokker negli Stati Uniti; ai fratelli Arellano Felix, fondatori del cartello di Tijuana. Fino al “Chapo” Guzman. E anche Jesús Malverde, il brigante dell’inizio del secolo scorso diventato “santo dei narcos”, era di Sinaloa. Ancora oggi nelle gole delle montagne della Sierra Madre si coltivano la marijuana e l’oppio che poi si vendono in Ca-
lifornia. E, come spiega Javier Valdez, Guzman è un mafioso vecchio stile. Fa beneficenza, costruisce scuole e chiese, e mantiene un esercito di piccoli trafficanti che dominano il territorio, strada per strada. «A Culiacán il narcos seduce, soggioga», dice
Valdez, «è onnipresente e promette la vita facile e dolce dei soldi e del potere. Gli adolescenti del cartello — prosegue — sono quelli che hanno le auto e le ragazze più belle. Imparano a sparare e a portare le armi ed è come se ti dicessero ‘scemo, non vedi che sei circondato? Arrenditi, tanto nessuno ti può salvare’».
Riodoce
è un piccolo settimanale,
diecimila copie. Che l’anno scorso ha vinto il premio “Maria Cabot” della Columbia University per il giornalismo investigativo. Lo hanno fondato nel 2003 quattro giornalisti stufi della censura e dell’autocensura dei quotidiani locali. «Loro contano i decapitati, noi facciamo inchieste», dice fiero Valdez. Che aggiunge: «All’inizio non volevamo fare un giornale sul narcotraffico. Poi questo è il compito che ci è toccato, se non scrivessi di narcos mi sentirei un vigliacco». Nella redazione di
Riodoce
hanno messo una bomba, tempo fa. E da allora i quattro amici, dopo aver cambiato sede (fuori non c’è scritto nulla, solo il nome del giornale piccolo piccolo sul citofono), con collaboratori e amministrativi, s’incontrano solo una volta alla settimana, quando chiudono il numero. «L’unica cosa di cui siamo assolutamente sicuri — dice Valdez — è di non essere infiltrati. Né dai boss della politica locale, né dai narcos. Sul resto è difficile parlare. Sulla bomba non abbiamo detto nulla. Qui se accusi qualcuno di volerti uccidere offri l’alibi a qualcun altro per farlo».
I giornalisti uccisi negli ultimi anni sono oltre settanta, più che nel corso di tutta la Seconda guerra mondiale. Javier Sicilia, il poeta che ha perduto il giovane figlio e ha commosso il paese annunciando che non avrebbe più scritto un verso, sostiene che il Messico è uno Stato in default, fallito. O quasi. Perché il connubio fra narcos e potere politico è «ormai tale che il cittadino è completamente indifeso di fronte alla violenza». «La polizia — dice Sicilia — è corrotta. L’esercito è corrotto. È di fronte alla criminalità organizzata il potere politico preferisce negare l’evidenza, nascondere, occultare, dissimulare. Per loro non c’è alcun attacco alla società civile, al massimo i morti sono narcos che si ammazzano tra di loro». «Ci sono città in Messico — aggiunge Sicilia — dove le amministrazioni locali negano la pubblicità isti-
tuzionale ai giornali che parlano troppo della violenza. Non si deve sapere dei morti ammazzati. È dannoso per il turismo».
Il panorama è completamente cambiato con la nascita degli “Zetas”. Tutti ex militari addestrati nelle scuole antiguerriglia
dell’esercito degli Stati Uniti. All’inizio erano il braccio armato del cartello del Golfo, quello che controlla i porti sul Mar dei Caraibi. Finché non si sono messi in proprio e siccome non gestivano alcun traffico di droga si sono trasformati in una mafia tout court. Hanno cominciato a chiedere il pizzo, a sequestrare persone, a fare affari con la prostituzione.
«Gli Zetas — dice Valdez — non hanno principi. Rapiscono gli emigranti illegali del Sudamerica che attraversano il Messico. Lo fanno per chiedere un riscatto ai parenti che li aspettano dall’altra parte, negli Stati Uniti. Se non hanno parenti li ammazzano».
Un parente negli Stati Uniti lo ha da qualche mese anche “El Chapo”. Sua moglie Emma Coronel che ha la nazionalità americana ha beffato gli agenti dell’antidroga Usa ed è riuscita a partorire un bambino a Los Angeles. Così l’ultimo figlio del più grande capo narcos messicano è statunitense. Invece Sandra Avila Beltran, la “narca” più famosa del Messico e la prima della generazione delle nuove “jefas” (cape), rischia di passarci il resto della sua vita dall’altra parte della frontiera. Ma in un carcere. La “regina del Pacifico” verrà presto estradata e processata negli Usa per essere riuscita a vendere cento chili di cocaina a Chicago.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

domenica 10 giugno 2012

Chàvez si ricandida. Repubblica 10-06-12





DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI

CARACAS — Dal palazzo presidenziale di Miraflores alla sede del Consiglio nazionale elettorale in avenida Bolivar c’è poco più di un chilometro. È la prova suprema, la distanza che Hugo Chávez, gravemente malato, dovrà percorrere domani per iscriversi come candidato alle elezioni del 7 ottobre (per la sua quarta rielezione dopo il 1998-2000-2006). E lo farà a modo suo, sicuramente in auto, attraversando due ali di sostenitori festanti, per dimostrare a tutti che è ancora lui il candidato imbattibile, astuto e istrione come sempre. Da mesi le sue condizioni di salute sono un segreto di Stato e l’incertezza sul futuro dilania un paese spaccato in due — e palesemente irriconciliabile — con filo chavisti da una parte, impegnati a rendere irrevocabile la «rivoluzione bolivariana »; e anti chavisti dall’altra, determinati ad evitarlo.
Hugo Chávez, presidente-padrone del Venezuela da tredici anni, è malato per un tumore nella zona pelvica dal giugno dell’anno scorso. Si è operato due volte all’Avana e si è sottoposto a vari cicli di chemio e di radioterapia che lo hanno tenuto lontano dal paese — governava via twitter — per diversi mesi. Le ipotesi sulle
sue possibilità di recupero sono tutte negative e le diagnosi, comunque «al buio» e sui sintomi, visto che dall’ospedale di Cuba non è mai filtrato nulla, gli concedono da un minimo di sei ad un massimo di dodici mesi di vita. Lo riconosce anche Juan, un operaio chavista, che milita nella «Mission Milagro» (missione miracolo), il programma in joint venture con Cuba grazie al quale ogni mese un centinaio di venezuelani, poveri e senza mutua, vanno ad operarsi all’Avana a spese del governo dell’isola castrista che, in cambio di questo e altri piani di solidarietà, riceve 130mila barili di greggio al giorno, circa il 5% della produzione venezuelana. Oggi è giorno di partenza e mentre gli ammalati sottoscrivono l’impegno a garantire ognuno almeno dieci voti per Chávez alle elezioni, Juan scuote la testa. «Che fine faremo senza il presidente?». Ha quattro by-pass al cuore («Senza Chávez e Fidel sarei morto perché non avrei potuto pagare l’intervento », dice) e descrive scenari scoraggianti convinto che il malato, nelle stanze di Miraflores, sia più grave di quello che vogliono fargli credere. «Questa rivoluzione finirà con lui», conclude.
Per la coalizione antichavista, la Mud, il presidente è «un irresponsabile », che dovrebbe curarsi e candidare un successore, evitando di gettare il paese nei rischi di un vuoto di potere presentandosi per un nuovo mandato
che nessuno sa se riuscirà neppure ad iniziare. Ma Chávez è fatto così. Prendere o lasciare.
D’altra parte non ha costretto i funzionari del ministero degli Esteri a sloggiare diversi piani del palazzo quando si è trattato di trovare rifugio agli sfollati di un alluvione? E non ha versato attraverso l’holding statale dell’oro nero, Pdvsa, 51 milioni di euro alla scuderia di Formula 1 della Williams per far correre Pastor Maldonado, il suo pilota preferito? Gestire senza intermediari il bilancio dello Stato è il sigillo del suo modo di governare. Anzi, di più, il suo obiettivo principale è sempre stato quello, usando il petrolio, unica ma fenomenale
fonte d’ingresso del paese, di costruirsi portafogli praticamente personali. Iniziò nel 2002 con l’assalto alla cassaforte di Pdvsa, ma l’operazione più riuscita è il «Fondo Chino». Due tranche da 4 miliardi di dollari di prestiti da Pechino — la prima nel 2007, la seconda in queste settimane — a cambio di 400mila barili di petrolio al giorno a prezzo scontato per la Cina. Il Fondo è amministrato personalmente da Chávez che in questo modo inizia la costruzione di case popolari mai terminate e lancia nuovi programmi di assistenza per il suo popolo: quasi la metà, povera e indigente, dei venezuelani. E la «rivoluzione» avanza anche se nelle farmacie
manca l’acqua ossigenata mentre il controllo sui cambi e l’incertezza giuridica allontana qualsiasi investimento internazionale.
L’inflazione al 30 percento, il doppio regime cambiario (quello ufficiale e quello «in nero»), l’esplosione della criminalità e la diffusa corruzione nelle pieghe del regime, avevano restituito spazio all’opposizione che, due anni fa, era riuscita per la prima volta a vincere le elezioni parlamentari.
Più voti (52 a 48 percento) ma non più seggi. Quanto bastava però per prefigurare la possibilità di una svolta anche alle presidenziali. Dalle primarie — tre milioni di votanti — è uscito un quarantenne
moderato, Henrique Capriles, che sembrava in grado di strappare all’altro fronte gli elettori meno radicali, quei pezzi di classe media bassa infastiditi dall’indottrinamento martellante della propaganda ideologica e spaventati dalla criminalità. Ma la malattia sembra aver giocato a favore di Chávez che a quattro mesi dal voto è in netto vantaggio nei sondaggi. Alternative nello schieramento bolivariano d’altra parte non ce ne sono. Nessuno dei tre possibili delfini del caudillo ha speranze di raccogliere tutta la sua eredità nelle urne. Né il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, il più vicino ai cubani; né il presidente del Parlamento,
Diosdado Cabello, preferito dai militari; né, infine, il fratello governatore di Chávez, Adan. Così l’unica soluzione è rimasta quella del leader ammalato. «Vogliono conservare il potere salendo sul carro funebre del presidente», denunciano i giornali dell’opposizione convinti che Chávez non riuscirà neppure a farla la campagna elettorale.
Anche Caracas, come il resto del paese, è divisa in due fazioni: a nord aristocrazia e classe media; a sud e sulle colline, le favelas. I primi temono che alle elezioni neppure ci si arrivi, i secondi — come l’operaio Juan — scrutano le apparizioni del presidente e soffrono per la sua malattia. «Qui succederà quel che decideranno le Forze Armate», dice preoccupata Milagros Socorro, editorialista de
El Nacional.
È la «soluzione egiziana» che molti analisti dipingono come probabile. L’esercito è quello che ha più da perdere sia nel caso di sconfitta che di scomparsa di Chávez. Generali accusati per narcotraffico dalla Dea americana, ufficiali corrotti, forte ridimensionamento dell’influenza dei militari nella politica e nella società se dovesse cambiare scenario. Dunque, si specula, in caso di inabilità di Chávez è l’esercito che potrebbe assumere il potere con un «governo provvisorio» con la scusa di mantenere la pace e l’ordine fra due fazioni politiche inconciliabili.
© RIPRODUZIONE RISERVATA