Diventa sempre più difficile per il giudice istruttore José Castro che indaga nelle truffe di Iñaki Urdangarin, il genero di re Juan Carlos, eludere quello che viene considerato come l´atto finale dell´inchiesta: l´incriminazione della moglie Cristina. L´Infanta, 47 anni, secondogenita dei reali di Spagna, sposa di Urdangarin e madre di quattro figli, è ormai circondata. La strategia seguita fino ad oggi nel tentativo di separare le responsabilità del marito dalle sue nel "caso Noos", l´istituto attraverso il quale Urdangarin ha ottenuto pagamenti illeciti da amministrazioni comunali e regionali per eventi mai organizzati o grazie a fatture gonfiate, non sta più in piedi. E non solo perché l´ex socio del marito di Cristina, Diego Torres, ha consegnato al giudice una trentina di email nelle quali Iñaki consulta "Kid" - così chiama la moglie - sugli affari dell´Istituto ma soprattutto perché il suo segretario privato, Carlos Garcia Revenga, è già stato coinvolto ed è imputato nella causa.
Com´è possibile che "Kid" non sapesse? Ci si domanda. Era nel direttivo dell´Istituto, aveva messo il suo segretario e consulente finanziario a disposizione del marito, riceveva email con comunicazioni meticolose sulle attività di Noos. Cos´altro è necessario per chiamarla in causa? Si dice che per avallare la strategia difensiva, per costruire di Cristina il personaggio della moglie devota che appoggiava il marito senza sapere come gonfiava il conto in banca, re Juan Carlos abbia fatto pressioni affinché sua figlia chiedesse il divorzio. E che lei si sia rifiutata di obbedire al padre. Ma ora, con il passare dei giorni, e con le deposizioni dell´ex socio che ha l´obiettivo dichiarato di coinvolgere la Casa reale in tutta la vicenda, uscirne immacolati è sempre più difficile.
Per salvare la moglie, i consiglieri di Casa reale, e lo stesso sovrano di Spagna, negli interrogatori in procura Urdangarin si è attribuito ogni responsabilità sul finanziamento truffaldino dell´Istituto Noos ma è una sceneggiatura che non convince per la trama di appoggi e connivenze di cui ha goduto. Il problema ora è: Urdangarin s´è mosso usando la sua parentela reale o anche l´Infanta e il sovrano hanno chiuso gli occhi lasciando che agisse. È il nodo che nelle prossime settimane deve sciogliere il giudice Castro.
A Madrid si crede che una incriminazione di Cristina potrebbe costringere Juan Carlos ad abdicare, affidando le redini al figlio Felipe, per salvare il futuro della monarchia. Oggi può sembrare ancora uno scenario da fantapolitica, ma c´è anche un altro caso che assilla il re ed è l´inchiesta parlamentare sui presunti incarichi che la sua amante, l´aristocratica tedesca Corinna Wittgenstein, avrebbe ricevuto dal governo spagnolo. In questi giorni Cristina con i quattro figli ha lasciato il palazzetto di Pedralbes a Barcellona - messo sotto embargo dalla magistratura - e si è rifugiata dalla madre, la regina Sofia, a Madrid, in attesa che il giudice decida quanto valgono ai fini dell´inchiesta le email che riceveva dal marito.
DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI
CARACAS - NEL 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 per cento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 per cento. Nel 2006 con il 26. Una marcia trionfale.
In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c'è il logorio del potere. Capriles ha quarant'anni (diciotto di meno del presidente), un'immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica. E aspira a rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l'handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell'opposizione, da destra a sinistra. Damas ha poco meno di cinquanta anni e fa il contabile per lo Stato. È cresciuto nel "23 de enero", il quartiere più chavista della capitale nel profondo sud di Caracas. Il "bastione ribelle", dicono qui, perché questa fila di casermoni paralleli da dieci e più piani è stata sempre piena di comunisti, anarchici e socialisti. Il sobborgo venne costruito alla fine degli anni Cinquanta quando un dittatore visionario e "di sinistra", Perez Jimenez, intraprese un ampio programma di edificazione popolare per cancellare dalla città i "ranchos", le favelas che ancora oggi s' arrampicano sulle colline. In realtà doveva servire per alloggiare militari di basso rango ma venne occupato da migliaia di famiglie di poveri e poverissimi. Da allora, e per più di quarant' anni, fino all' arrivo di Chávez - racconta Damas - due settimane prima del voto il "23 de enero" veniva occupato dall' esercito che imponeva il coprifuoco. Le urne con i voti di solito riemergevano da qualche burrone dov' erano state gettate qualche giorno dopo le elezioni. «Quarant' anni d' imbrogli elettorali contro di noi», dice Damas.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.


