giovedì 28 marzo 2013

Cristina e Inaki, il nuovo tormento di Juan Carlos (repubblica, 28 marzo 2013)

Diventa sempre più difficile per il giudice istruttore José Castro che indaga nelle truffe di Iñaki Urdangarin, il genero di re Juan Carlos, eludere quello che viene considerato come l´atto finale dell´inchiesta: l´incriminazione della moglie Cristina. L´Infanta, 47 anni, secondogenita dei reali di Spagna, sposa di Urdangarin e madre di quattro figli, è ormai circondata. La strategia seguita fino ad oggi nel tentativo di separare le responsabilità del marito dalle sue nel "caso Noos", l´istituto attraverso il quale Urdangarin ha ottenuto pagamenti illeciti da amministrazioni comunali e regionali per eventi mai organizzati o grazie a fatture gonfiate, non sta più in piedi. E non solo perché l´ex socio del marito di Cristina, Diego Torres, ha consegnato al giudice una trentina di email nelle quali Iñaki consulta "Kid" - così chiama la moglie - sugli affari dell´Istituto ma soprattutto perché il suo segretario privato, Carlos Garcia Revenga, è già stato coinvolto ed è imputato nella causa.


Com´è possibile che "Kid" non sapesse? Ci si domanda. Era nel direttivo dell´Istituto, aveva messo il suo segretario e consulente finanziario a disposizione del marito, riceveva email con comunicazioni meticolose sulle attività di Noos. Cos´altro è necessario per chiamarla in causa? Si dice che per avallare la strategia difensiva, per costruire di Cristina il personaggio della moglie devota che appoggiava il marito senza sapere come gonfiava il conto in banca, re Juan Carlos abbia fatto pressioni affinché sua figlia chiedesse il divorzio. E che lei si sia rifiutata di obbedire al padre. Ma ora, con il passare dei giorni, e con le deposizioni dell´ex socio che ha l´obiettivo dichiarato di coinvolgere la Casa reale in tutta la vicenda, uscirne immacolati è sempre più difficile.

Per salvare la moglie, i consiglieri di Casa reale, e lo stesso sovrano di Spagna, negli interrogatori in procura Urdangarin si è attribuito ogni responsabilità sul finanziamento truffaldino dell´Istituto Noos ma è una sceneggiatura che non convince per la trama di appoggi e connivenze di cui ha goduto. Il problema ora è: Urdangarin s´è mosso usando la sua parentela reale o anche l´Infanta e il sovrano hanno chiuso gli occhi lasciando che agisse. È il nodo che nelle prossime settimane deve sciogliere il giudice Castro.

A Madrid si crede che una incriminazione di Cristina potrebbe costringere Juan Carlos ad abdicare, affidando le redini al figlio Felipe, per salvare il futuro della monarchia. Oggi può sembrare ancora uno scenario da fantapolitica, ma c´è anche un altro caso che assilla il re ed è l´inchiesta parlamentare sui presunti incarichi che la sua amante, l´aristocratica tedesca Corinna Wittgenstein, avrebbe ricevuto dal governo spagnolo. In questi giorni Cristina con i quattro figli ha lasciato il palazzetto di Pedralbes a Barcellona - messo sotto embargo dalla magistratura - e si è rifugiata dalla madre, la regina Sofia, a Madrid, in attesa che il giudice decida quanto valgono ai fini dell´inchiesta le email che riceveva dal marito.

giovedì 21 marzo 2013

Papa Francesco da bambino (Repubblica 17 marzo 2013)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI
ITUZAINGO' (Buenos Aires) - "Guardi la faccio entrare solo perché è italiano, e anche il mio cuore è italiano. E scusi il disordine, sono giorni che non ho tempo neppure di darmi una sistemata. Chiamano da tutto il mondo, io e i miei figli passiamo il giorno e la notte a rispondere al telefono». La casa di Maria Elena Bergoglio, sessantacinque anni, l’unica sorella ancora viva di Papa Francesco, è la tipica villetta con giardino nella periferia di classe medio-bassa di Buenos Aires. Un grande living senza divani, cucina e tre camere da letto. Dal centro della capitale ci vuole quasi un’ora per arrivarci. Lei ci vive con i due figli: Jorge, in onore del fratello maggiore, e José. I suoi ricordi vanno subito alla casa di famiglia, dov’è cresciuta, nel quartiere Flores. «Credo che i miei genitori l’abbiano comprata perché aveva una cucina enorme. È che dopo averla comprata non sapevano più dove mettere i loro cinque figli. Jorge nacque nel dicembre del ’36, Oscar 13 mesi dopo, poi arrivò Marta e due anni dopo Alberto».

«Prima di avere me, che sono la più piccola, di dodici anni più giovane di Jorge, mamma perse un altro figlio. E avevo tredici anni quando nostro padre Mariomorìd’infarto.Mafinoadallora, era il 1959, eravamo una famiglia felice. Soprattutto, una famiglia italiana: “Tanos”, così ci chiamano in Argentina. Ricordo la sacralità delle domeniche: prima a Messa, nella Chiesa di San José, poi i pranzi lunghissimi fino al pomeriggio tardi. Quei pranzi infiniti e bellissimi con cinque, sei, anche sette portate. E con i dolci. Eravamo poveri ma con grande dignità, e sempre fedeli a quella che per noi era la tradizione italiana. Mamma era una cuoca eccezionale. Faceva la pasta fresca, i cappelletti con il ragù, il risotto piemontese e un pollo al forno da leccarsi i baffi. Diceva sempre che quando aveva sposato papà non sapeva fare neppure un uovo fritto. Ma poi nonna Rosa, che era scappata nel ‘29 dal Piemonte perché era antifascista, le aveva insegnato i trucchi. Nonna Rosa per noi era un’eroina, una donna coraggiosissima. Non dimenticherò mai di quando ci raccontava che nel suo paese, in Italia, saliva sul pulpito della chiesa per condannare la dittatura, Mussolini, il fascismo».

«Papà Mario era contabile ed era anche l’unico che lavorava in casa. E Dio sa quanto ha faticato per farci crescere. Quando arrivò in Argentina aveva già il suo titolo di studio ma non glielo riconobbero e allora trovò lavoro in una fabbrica però non poteva firmare i registri, li firmava un altro. E per questo lo pagavano meno di quanto avrebbero dovuto. Ma era un uomo sempre allegro, a me ricorda tantissimo mio fratello Jorge Mario. Non s’arrabbiava mai. E mai ci ha picchiato. Era questa la grande differenza tra le famiglie di immigrati italiani e le altre famiglie d’Argentina. L’uomo era l’autorità in casa, ma senza maschilismo. Noi, anche Jorge che era il più grande, eravamo terrorizzati dagli sguardi di papà se sapevamo di aver fatto qualche marachella. Ma a lui davvero bastava lo sguardo. A volte avrei preferito prendermi cento frustrate piuttosto che dover sostenere un suo sguardo di rimprovero. Mi annichiliva. Era innamoratissimo della mamma e le portava sempre dei regali. Mi prendeva per mano e uscivamo di nascosto quando tornava dal lavoro per comprare qualcosa, una cosa qualsiasi, alla mamma. Jorge mi ha sempre ricordato un po’ tutti e due. La mamma, perché anche lui cucina benissimo, fa dei calamari ripieni da urlo, ma soprattutto mi ricorda papà. La domenica papà si portava il lavoro a casa. Poggiava quegli enormi libri da contabile sul tavolo del soggiorno e accendeva il giradischi che diffondeva la musica in tutta la nostra piccola casa. Ascoltava l’opera, e qualche volta le canzoni popolari italiane. Era la musica classica la colonna sonora delle nostre domeniche. Ancora oggi Jorge è come papà: ama l’opera e ogni tanto qualche buon tango. E Edith Piaf. E come papà è l’unico, tra di noi, a essere tifoso del San Lorenzo».

«Sì certo, eravamo dignitosamente poveri, a casa non si buttava niente. Mamma riusciva a ricavare qualche indumento per noi anche dalle cose di nostro padre. Una camicia rotta, un pantalone liso, venivano riparati, ricuciti e diventavano nostri. Forse viene proprio da lì l’estrema frugalità di mio fratello, e anche la mia. Però c’era un problema. Mamma non poteva portare in tavola per due volte di seguito lo stesso piatto. Papà s’offendeva. E allora con tutto quello che avanzava s’inventava altre cose. Mascherava».

«Jorge Mario era per me il fratello più grande, quello che giocava a pallone, che andava all’Azione cattolica e che studiava. Davvero non mi ricordo che abbia mai fatto arrabbiare papà o mamma. Quanto a quella fidanzatina che è andata in tv e che lui avrebbe avuto a tredici anni, certo non potrei ricordarmela ma altrettanto certamente dice una cosa falsa. Dice che Jorge avrebbe dovuto celebrare il suo matrimonio nella chiesa di San José de Flores. E questo è impossibile. Jorge è un gesuita, e non è mai stato sacerdote a San Josè de Flores. Ci andava sì da bambino e adolescente, mai da prete».

«Quando terminò il Liceo tecnico e divenne perito chimico, Jorge disse a mia madre che voleva studiare medicina. Allora mamma decise di sistemare la soffitta che c’era sopra la terrazza della nostra casa per farlo studiare in pace, lontano da noialtri. Un giorno, però, salì a pulirla e trovò solo libri di teologia. Quando mio fratello tornò a casa l’affrontò, chiedendogli perché le avesse mentito. Non posso scordarmelo: “Non ti ho mentito mamma — rispose calmo Jorge — ti ho detto sì che volevo studiare medicina, ma medicina dell’anima”. Lei ci rimase malissimo perché capì che lo avrebbe presto perduto. Papà invece era contento: fosse stato per lui i suoi figli avrebbero dovuto essere tutti preti e monache. Jorge decise che sarebbe entrato in seminario che ormai aveva diciannove anni, era un 21 settembre e doveva andare con gli amici ad un picnic perché in Argentina quel giorno è l’inizio della primavera. Invece andò in chiesa a parlare con il sacerdote. A quel tempo è vero che c’era una possibile fidanzata, me lo ha raccontato spesso lui stesso ma senza mai dirmi il nome. Era una ragazza del suo gruppo di amici, quelli del picnic. Quel giorno di primavera avrebbe dovuto dichiararsi a lei. Ma se continuo a raccontare finisce che mi fratello mi scomunica...».

Maria Elena affonda le dita in una scatola azzurra di cartone, dalla quale estrae due lettere: una autografa del maggio ’58 ai genitori dal collegio “Sagrada Familia” di Cordova e un’altra scritta a lei appena divorziata, qualche anno dopo. E alcune foto di Papa Francisco adolescente. «Siamo rimasti soltanto io e lui», dice con la prima lacrima che le scende sulla guancia mentre fuma l’ennesima sigaretta. «E adesso lo perdo di nuovo. Lui che è stato sempre presente. Anche quando affrontai il divorzio da mio marito mi appoggiò, mi aiutò. Non posso ancora credere che è diventato Papa. Quando è partito per Roma ci siamo salutati come sempre. Jorge ama Buenos Aires e amava il suo lavoro qui. Ha lasciato perfino la casa in curia un po’ in disordine, qualche libro sul letto, lettere da aprire, la spesa fatta, come se dovesse tornare subito. No, non ci ho ancora parlato, ma ho deciso da sola, prima che fosse lui a chiederlo agli argentini, di non spendere i soldi del viaggio per Roma. Lo vede come siamo in sintonia? So che quando lo incontrerò ci abbracceremo senza dirci nulla. Senza scene, soprattutto se in pubblico. Perché siamo italiani del nord: le emozioni sono profonde ma restano dentro».

«Quando venne nominato cardinale da Papa Wojtyla allora sì, andai a Roma con lui. Il giorno prima un altro porporato gli chiese se avesse già scelto la Limousine per andare in Vaticano e lui rispose “Sì, certo, come no”. Ma quale Limousine. Andammo a piedi, camminando per tutta Roma. Lui con i suoi piedi piatti che poi gli fanno sempre male. Ecco, mio fratello è così».

giovedì 7 marzo 2013

La rivoluzione interrotta del caudillo che usò il petrolio per diventare eterno (Rep 6marzo2013)

Un po' meno della metà dei venezuelani lo ha sempre odiato, un po' più della metà dei venezuelani lo ha trasformato in un vendicatore epico e mitologico. Hugo Chávez Firas (nato a Sabaneta il 28 luglio 1954) è stato davvero l'ultimo "caudillo" sudamericano e ha interpretato a partire dalla fine del 1998, nel modo più compiuto questa logora ma sempreverde figura politica in un subcontinente ancora alle prese con miseria e ingiustizie. 

Pensando all'uomo che ha governato fino a ieri il Venezuela, vincendo quattro elezioni consecutive, vengono in mente i personaggi delle epopee letterarie dell'America Latina, come viene in mente la tragica parabola di Simón Bolívar, da cui Chávez trasse impulso e leggenda collocando nel palazzo di Miraflores perfino una poltrona vuota, quella del "Libertador", accanto alla sua. Nel bene e nel male Chávez ha attraversato oltre un decennio di storia, determinandola con la forza delle sue intuizioni e delle sue scelte. Persino delle sue "ricette" politiche che, magari riviste e corrette, hanno fatto scuola in molti Paesi, dal Brasile all'Argentina, dall'Ecuador alla Bolivia.

Anche quando entrò sulla scena per la prima volta, il 4 febbraio 1992, guidando un fallito colpo di Stato militare contro il presidente Carlos Andrés Perez, aveva già le idee chiarissime. Dieci anni prima, insieme ad un gruppo di giovani militari, Chávez aveva fondato il "movimento bolivariano rivoluzionario 200" (allusione ai 200 anni dalla nascita di Bolívar), che nei loro obiettivi avrebbe dovuto "cambiare il Paese" allontanando dal potere i vecchi partiti e i vecchi oligarchi incapaci di affrontare e risolvere l'estrema povertà della maggior parte dei venezuelani.

Un passaggio chiave nell'avventura politica di Chávez fu il famoso "Caracazo " del 1989. Il 27 e 28 febbraio di quell'anno l'esercito represse nel sangue una rivolta popolare contro un pacchetto di misure anticrisi imposte dal Fondo monetario internazionale. La violenza dei militari fu particolarmente brutale in tutta la cintura dei quartieri popolari alla periferia di Caracas, e il numero delle vittime non fu mai reso noto ufficialmente (alcune fonti parlarono di 3.500 morti).

Tre anni dopo, in memoria di quella strage, Chávez tentò il putsch. Andò male e si arrese quasi subito ma nei "barrios" della capitale divenne un eroe così venerato che per la rivincita doveva solo attendere il suo momento. Trascorse appena due anni in carcere e, appena uscito, riprese l'attività politica.

Il primo incontro con il leader che avrebbe guidato e appoggiato la sua ascesa, Fidel Castro, avvenne alla fine del 1994, pochi mesi dopo la sua uscita dalla prigione. Subito dopo fondò il movimento Quinta repubblica e la coalizione elettorale "Polo patriottico", che in poco tempo raccolse l'appoggio di tutte le formazioni della sinistra venezuelana. Il 6 novembre del 1998 finalmente il successo. Chávez venne eletto presidente con il 56,5 per cento dei voti.

Da quel momento la sua unica ossessione fu quella di trasformare in eterna la vittoria mobilitando una parte della società venezuelana, quella più indigente, contro l'altra, "los escualidos" (gli squallidi) della classe media alta e dell'aristocrazia, rurale e petrolifera. Appena arrivato a Miraflores, il palazzo presidenziale nel vecchio centro barocco di Caracas, Chávez modificò la Costituzione, allungando a sei anni il mandato. Poi lo rese perenne: il presidente può ripresentarsi tutte le volte che può. Infine, al termine di un lungo braccio di ferro che si ricorda con il nome di "paro petrolifero", e dopo un golpe fallito contro di lui, tra la fine del 2002 e il 2003, conquistò le chiavi della cassaforte: il controllo personale e assoluto su Pdvsa, la holding del petrolio.

Una strategia perfetta che gli ha garantito il trionfo in tre elezioni successive: 2000, 2006 e 2012. Per oltre dieci anni ha fatto in Venezuela tutto quel che ha voluto, umiliando qualsiasi opposizione. Ha chiuso Rctv, la tv degli "escualidos" e ridotto all'obbedienza tutte le altre. Litigato con il re di Spagna e rotto con Washington. Ma soprattutto ha usato la sua grande risorsa, il petrolio, per modificare il ruolo geostrategico del Venezuela. Stringendo nuove alleanze con Cuba, l'Iran e infine la Cina.

Senza freni Chávez ha anche cercato di allungare la sua egemonia su Centro e Sud America, proponendosi come modello a molti personaggi in cerca d'autore. Dalla peronista Cristina Kirchner, nuova Evita dell'Argentina; a Evo Morales, il presidente "indio" della Bolivia; a Daniel Ortega, il sandinista invecchiato male di Managua; fino a Correa, presidente caudillo dell'Ecuador. Suo mentore e spesso, finché ne ha avuto le forze, suo stratega, è stato Fidel Castro, che dopo anni di precario isolamento, post caduta del Muro e dell'Urss, aveva trovato in Chávez la capacità dissuasiva - milioni e milioni di barili di greggio - che dalla sua piccola e povera isola non avrebbe mai immaginato di possedere.

Nel suo Paese, confondendo sempre, da buon caudillo, il governo con lo Stato, ha occupato tutto quel che c'era da occupare. Riuscendo comunque a galvanizzare masse con le sue "misiones ", i programmi sociali, che non hanno cambiato l'esistenza degli indigenti ma certo gliela hanno resa meno penosa e umiliante. Grazie a Chávez migliaia di venezuelani si sono potuti operare gratis, molti hanno avuto una casa, altri un paio di occhiali, altri ancora un vitalizio.

Giudicare oggi la profondità dei cambiamenti che è riuscito a realizzare non è facile. Bisognerà lasciar riposare tutta la sabbia della propaganda prima di valutare gli effetti del suo "socialismo del XXI secolo" ma non c'è dubbio che nella sua morte prematura c'è un aspetto crudele. Il suo tormento per diventare perenne s'è scontrato con un male incurabile. Così quella di Chávez è un'altra rivoluzione interrotta, abbandonata ai suoi precari epigoni, che lo trasformerà in un altro immortale o, se volete, più cinicamente, in un'altra effigie da t-shirt come Evita, il Che o Sandino.

domenica 3 marzo 2013

martedì 15 gennaio 2013

Un passaporto per l'oceano (Norberto Fuentes per Repubblica) 16/01/03

NORBERTO FUENTES



La cognizione che un'isola è un luogo dal quale non puoi scappare mi fu chiara piuttosto tardi nella mia giovinezza. Non avevo ancora compiuto trent'anni quando mi trovai coinvolto nel più famoso scandalo letterario della Rivoluzione: il caso del poeta Heberto Padilla, anno 1971. Padilla era stato arrestatoe tutto indicava che il prossimo sarei stato io, per il fatto di essermi messo in evidenza come scrittore dissidente. Comparve allora a casa mia un romanziere, un certo Ezequiel Vieta, che aveva il doppio dei miei anni, e diceva di essere un «ammiratore incondizionato» della mia letteratura. Ci voleva uno sforzo di immaginazione per accettare che un libretto di 100 pagine meritasse il rango di "letteratura". Ma comunque. Si dà il caso che Ezequiel, non so come, si era procurato un'automobile, una Hillman Triumph nuova di zecca, e si presentava a casa mia ad offrirmi la chiave di avviamento per metterla al mio servizio. «Prendi la macchina e scappa», mi disse. «Non farti catturare». Attentoa non ferirei suoi sentimenti, gli feci presente che Cuba non aveva frontiere terrestri e che il movimento era limitato fino alla costa. «Sì», rispose meditabondo. «È vero. È il problema delle isole». «E poi, Ezequiel», aggiunsi, «non dimenticare che il combustibile è razionato».


Confesso anche che all'epoca non avevo la minima intenzione di andarmene, nemmeno se Ezequiel mi avesse procurato una Hillman anfibia. Nonostante fossi perseguitato, Cuba e la sua Rivoluzione erano un'avventura che non volevo perdermi per nulla al mondo. C'erano dei pericoli, ovviamente, ma quale vera avventura non ne ha? Eravamo un popolo di eletti. Niente a che vedere con le decine di migliaia di cubani che stanno facendo la fila da giorni di fronte agli uffici che rilasciano i passaporti. È questo quello che mi raccontano amici e parenti da Cuba, con il nostro linguaggio in codice. È come se cercassero di prendere le distanze da un vulcano. Il popolo eletto fugge. La cosa strana, tuttavia, è che fugge da un vulcano che si sta spegnendo. Le autorità cubane affermano che sono stati aperti duecento uffici, dislocati in tutto il paese. La loro missione è rilasciare passaporti. Quella dei cubani è organizzare file come si sono abituati a fare durante mezzo secolo di ristrettezze. Nominano una sorta di delegato - a volte volontario, a volte dietro modesto compenso - che tiene cinque o sei posti mentre l'interessato può dedicarsi ad altre attività.

«Senti, sono matti», mi dice Many Bouza, con un linguaggio chiaro e aperto perché ci stiamo bevendo una birra qui, a Miami. Many ha un'agenzia immobiliare e guida una Mercedes Benz. Diventammo amici qualche anno fa, quando scoprimmo che stavamo nella stessa zona durante le operazioni di "pulizia" dei monti dell'Escambray dai controrivoluzionari. «I miei cugini stanno vendendo il loro appartamento a l'Avana per quindicimila dollari.E non sanno ancora dove andranno, né di cosa vivranno. Soprattutto, non sanno che quei quindicimila dollari non gli basteranno per vivere neppure per qualche mese». Nonostante ciò l'attività ferve e l'immaginazione del paese è tutta occupata da quando il governo ha annunciato di voler eliminare la tristemente famosa tarjeta blanca. La cosa viene vista un po' come l'equivalente della legalizzazione della marijuana in alcuni Stati degli Usa, con la differenza che a San Francisco o a Seattle ti puoi saziare di erba mentre i cubani, per ora, non avranno altro che un documento di cartone con la loro fotografia, il nome e trentadue pagine in bianco.


Vero è che fino a oggi la sola pretesa di uscire dal paese ti trasformava in un cittadino sospetto di attività controrivoluzionaria. Finivi immediatamente sotto la lente dei "servizi". Ma le cose cambiano: «È la dialettica», avremmo detto nei nostri anni di scoperta del marxismo. Da questa mattina ti procuri un visto, ti compri il biglietto, ti presenti all'aeroporto e aspetti la chiamata per l'imbarco. E si realizza finalmente la barzelletta del bambino cubano: "Che vuoi fare da grande?", "Il turista!". Il fatto è che le speranze riposte in questo 14 gennaio sembrano condurre più che altro verso una strada senza uscita. Non voglio pensare che sia tutta una grande presa in giro del governo nei confronti dei suoi sudditi. Di sicuro però non esistono molti posti nel mondo che accettino cubani senza visto, e quelli che non hanno problemi a riceverli limitano il periodo di permanenza. Per cui la situazione è simile a quella descritta da William Faulkner e poi da Hollywood: il villaggio di pescatori in cui se apri una porta cadi dritto nell'oceano. Alcuni intraprendenti cittadini in possesso di un computer, per un euro ti vendono la lista aggiornata dei paesi che accettano cubani con un passaporto ancorché privo di visto di ingresso. La lista è stampata su un solo foglio di carta,e su una sola facciata. Tra tutti i continenti, l'Asia è quello che si mostra più generoso. In testa c'è la Mongolia. Si sa, atterri a Ulan Bator e poi ti vai a godere il denso latte di yak che si munge nel deserto del Gobi, sottozero, accerchiato da un branco di lupi.

Al contrario della Mongolia, i paesi africani fratelli non si distinguono per disponibilità. Nemmeno gli angolani: sembra che la storia dei nostri duemila combattenti morti per la loro libertà non li commuova. Non solo pretendono il visto, ma devi anche far loro vedere di quanti soldi disponi. E questa è l'altra spada di Damocle che pende sull'ondata di emigranti che si accalca in fila: chi paga il biglietto aereo? Come fare a mantenersi una volta atterrati? Secondo molti la risposta a queste due elementari domande è rintracciabile nello spirito imprenditoriale dei cubani. Lo stesso Many Bouza mi diceva ieri una frase che per me rimarrà memorabile: «Nessun cubano sa quanto vale finché non arriva negli Stati Uniti». E Many, vi avverto, non è il tipico controrivoluzionario cubano di Miami. È un uomo di successo in questa città, ma mi colpisce sempre per il candore con cui si riferisce ai compagni con cui lottò a Cuba. Come esempio mi porta quello dell'oscuro tecnico di un'azienda di imbottigliamento a l'Avana che finì col diventare presidente della Coca-Colae uno degli uomini più ricchi del mondo: Roberto Goizueta. E però non ha tutti i torti. Per chi è abituato a un'economia fatta per spremere olio dai sassi, la sopravvivenza quotidiana non dovrebbe presentare scogli insuperabili. Semmai il problema sta dove è sempre stato per i cubani: nella riproduzione del denaro. Perché non crediate che qualcuno abbia intenzione di trasferirsi nel Terzo Mondo. Si sa che si cerca innanzi tutto di comprare visti dei paesi altamente sviluppati, di certo fatti su misura per Goizueta e per il mio amico Many. È di grandi metropoli che abbiamo bisogno. E si sa anche che il personale diplomatico in servizio a Cuba disposto a sentirsi fare offerte ragionevoli non è poco, e tanto meno schifiltoso. Cinquemila euro è il prezzo di mercato di un visto a l'Avana, con una tendenza al rialzo dato l'enorme flusso che si avvicina. Questo porta, a sua volta, a deprimere il prezzo dei vecchi immobili abbandonati dalle prime ondate di emigrati cubani che, se ancora in piedi, sono i gioielli di maggior valore (non si sa più quante volte abbiano cambiato proprietario) in vendita.

Come era prevedibile, gli (le) emigranti più giovani sono quelli (quelle) che godono maggiori possibilità di partire, per via del loro corredo: la prostituzione continuaa essere un affare redditizio, un "dai e incassa" senza tante complicazioni. Al contrario delle case, assistiamo in questo settore a un logico aumento dei prezzi. Sono finiti i tempi del flacone di shampoo e del set di indumenti intimi per il servizio. Ci siamo capiti? Si paga in contanti. La carne sale, l'immobile scende.

Anche le rimesse dei familiari residenti nel sud della Florida costituiscono una buona risorsa, ma solo per chi ce li ha: fratello vai ad Haiti (è uno di quelli che non vuole il visto), poi passo a prenderti con il mio yacht. Gli altri continueranno a lottare con le incarnazioni del socialismo reale - perché come disse un passante al giornalista di una tv di Miami «chi paga cinquemila euro per un negro?».

Più in generale. Per capire che cosa sta succedendo laggiù,a Cuba, io credo che la chiave vada ricercata nelle differenze tra i due fratelli. Fidel era un leader nato. Ha voluto tutto, amici e nemici, tutto il paese, tutto il pensiero, tutte le classi, e ogni vita, ogni libro, ogni capo di bestiame. In qualche modo era - davvero - divino. Senza dubbio, anche molto saggio. Le sue mani controllavano la valvola della pressione. Sapeva quando doveva aprirla perché la pentola non scoppiasse. Questo è ciò che furono le ripetute crisi dei balseros, di Camarioca, Mariel, Cojímar. E poi si vantava che Cuba non avrebbe commesso gli stessi errori dell'Unione Sovietica. Né cortina di ferro, né muro di Berlino. Gli anni hanno dimostrato che era uguale a loro. Ma piaceva tanto. Era così simpatico. Così gagliardo. Raul, no. Raul è un amministratore, un eccellente organizzatore: attenzione a questo punto! E poi vuole lasciare i suoi figli ben avviati e fuori pericolo. Insomma, ci si può spingere a dire che è un riformista. In questo senso, l'audacia che ci si può aspettare da lui è che smonti le audacie di Fidel. Perché ha capito come nessun altro che dove finisce l'ideologia l'unica fonte di potere sono i soldi. Detto in maniera più brutale: per evitare che il crollo di Cuba sia come quello dell'Urss è necessario che il primo a causarlo sia lui, ma mantenendo tutto il potere. Resta solo da capire se c'è anche un accordo segreto con Fidel, come strategia finale di sopravvivenza. Ma state pur certi che hanno già deciso di passare da Lenin a Putin, saltando Gorbaciov. Cuba autorizza tutti i suoi cittadini a viaggiare, ma che nessuno possa farlo è una delle pratiche trovate di Raul Castro. Togliersi i problemi di dosso. Dice il proverbio: morto il cane, finita la rabbia.

(traduzione Luis E. Moriones) © RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 8 gennaio 2013

Venezuela senza Chavez (sei mesi fa...) Repubblica 10/06/2012

Senza di lui siamo perduti Tra i poveri di Caracas che già piangono Chávez




DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI


CARACAS - Dal palazzo presidenziale di Miraflores alla sede del Consiglio nazionale elettorale in avenida Bolivar c' è poco più di un chilometro. È la prova suprema, la distanza che Hugo Chávez, gravemente malato, dovrà percorrere domani per iscriversi come candidato alle elezioni del 7 ottobre (per la sua quarta rielezione dopo il 1998-20002006). E lo farà a modo suo, sicuramente in auto, attraversando due ali di sostenitori festanti, per dimostrare a tutti che è ancora lui il candidato imbattibile, astuto e istrione come sempre. Da mesi le sue condizioni di salute sono un segreto di Stato e l' incertezza sul futuro dilania un paese spaccato in due - e palesemente irriconciliabile - con filo chavisti da una parte, impegnati a rendere irrevocabile la «rivoluzione bolivariana»; e anti chavisti dall' altra, determinati ad evitarlo. Hugo Chávez, presidente-padrone del Venezuela da tredici anni, è malato per un tumore nella zona pelvica dal giugno dell' anno scorso. Si è operato due volte all' Avana e si è sottoposto a vari cicli di chemio e di radioterapia che lo hanno tenuto lontano dal paese - governava via twitter - per diversi mesi. Le ipotesi sulle sue possibilità di recupero sono tutte negative e le diagnosi, comunque «al buio» e sui sintomi, visto che dall' ospedale di Cuba non è mai filtrato nulla, gli concedono da un minimo di sei ad un massimo di dodici mesi di vita. Lo riconosce anche Juan, un operaio chavista, che milita nella «Mission Milagro» (missione miracolo), il programma in joint venture con Cuba grazie al quale ogni mese un centinaio di venezuelani, poveri e senza mutua, vanno ad operarsi all' Avana a spese del governo dell' isola castrista che, in cambio di questo e altri piani di solidarietà, riceve 130mila barili di greggio al giorno, circa il 5% della produzione venezuelana. Oggi è giorno di partenza e mentre gli ammalati sottoscrivono l' impegno a garantire ognuno almeno dieci voti per Chávez alle elezioni, Juan scuote la testa. «Che fine faremo senza il presidente?». Ha quattro by-pass al cuore («Senza Chávez e Fidel sarei morto perché non avrei potuto pagare l' intervento», dice) e descrive scenari scoraggianti convinto che il malato, nelle stanze di Miraflores, sia più grave di quello che vogliono fargli credere. «Questa rivoluzione finirà con lui», conclude. Per la coalizione antichavista, la Mud, il presidente è «un irresponsabile», che dovrebbe curarsi e candidare un successore, evitando di gettare il paese nei rischi di un vuoto di potere presentandosi per un nuovo mandato che nessuno sa se riuscirà neppure ad iniziare. Ma Chávez è fatto così. Prendere o lasciare. D' altra parte non ha costretto i funzionari del ministero degli Esteri a sloggiare diversi piani del palazzo quando si è trattato di trovare rifugio agli sfollati di un alluvione? E non ha versato attraverso l' holding statale dell' oro nero, Pdvsa, 51 milioni di euro alla scuderia di Formula1 della Williams per far correre Pastor Maldonado, il suo pilota preferito? Gestire senza intermediari il bilancio dello Stato è il sigillo del suo modo di governare. Anzi, di più, il suo obiettivo principale è sempre stato quello, usando il petrolio, unica ma fenomenale fonte d' ingresso del paese, di costruirsi portafogli praticamente personali. Iniziò nel 2002 con l' assalto alla cassaforte di Pdvsa, ma l' operazione più riuscita è il «Fondo Chino». Due tranche da 4 miliardi di dollari di prestiti da Pechino - la prima nel 2007, la seconda in queste settimane - a cambio di 400mila barili di petrolio al giorno a prezzo scontato per la Cina. Il Fondo è amministrato personalmente da Chávez che in questo modo inizia la costruzione di case popolari mai terminate e lancia nuovi programmi di assistenza per il suo popolo: quasi la metà, povera e indigente, dei venezuelani. E la «rivoluzione» avanza anche se nelle farmacie manca l' acqua ossigenata mentre il controllo sui cambi e l' incertezza giuridica allontana qualsiasi investimento internazionale. L' inflazione al 30 percento, il doppio regime cambiario (quello ufficiale e quello «in nero»), l' esplosione della criminalità e la diffusa corruzione nelle pieghe del regime, avevano restituito spazio all' opposizione che, due anni fa, era riuscita per la prima volta a vincere le elezioni parlamentari. Più voti (52 a 48 percento) ma non più seggi. Quanto bastava però per prefigurare la possibilità di una svolta anche alle presidenziali. Dalle primarie - tre milioni di votanti - è uscito un quarantenne moderato, Henrique Capriles, che sembrava in grado di strappare all' altro fronte gli elettori meno radicali, quei pezzi di classe media bassa infastiditi dall' indottrinamento martellante della propaganda ideologica e spaventati dalla criminalità. Ma la malattia sembra aver giocato a favore di Chávez che a quattro mesi dal voto è in netto vantaggio nei sondaggi. Alternative nello schieramento bolivariano d' altra parte non ce ne sono. Nessuno dei tre possibili delfini del caudillo ha speranze di raccogliere tutta la sua eredità nelle urne. Né il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, il più vicino ai cubani; né il presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, preferito dai militari; né, infine, il fratello governatore di Chávez, Adan. Così l' unica soluzione è rimasta quella del leader ammalato. «Vogliono conservare il potere salendo sul carro funebre del presidente», denunciano i giornali dell' opposizione convinti che Chávez non riuscirà neppurea farla la campagna elettorale. Anche Caracas, come il resto del paese, è divisa in due fazioni: a nord aristocrazia e classe media;a sude sulle colline, le favelas. I primi temono che alle elezioni neppure ci si arrivi, i secondi - come l' operaio Juan - scrutano le apparizioni del presidente e soffrono per la sua malattia. «Qui succederà quel che decideranno le Forze Armate», dice preoccupata Milagros Socorro, editorialista de El Nacional. È la «soluzione egiziana» che molti analisti dipingono come probabile. L' esercito è quello che ha più da perdere sia nel caso di sconfitta che di scomparsa di Chávez. Generali accusati per narcotraffico dalla Dea americana, ufficiali corrotti, forte ridimensionamento dell' influenza dei militari nella politica e nella società se dovesse cambiare scenario. Dunque, si specula, in caso di inabilità di Chávez è l' esercito che potrebbe assumere il potere con un «governo provvisorio» con la scusa di mantenere la pace e l' ordine fra due fazioni politiche inconciliabili.

domenica 30 dicembre 2012

Chavez, l'autunno del Comandante (Rep. 4/10/2012)

L' autunno del Comandante / Dove nasce (e muore) il mito di Chavez

DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI

CARACAS - NEL 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 per cento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 per cento. Nel 2006 con il 26. Una marcia trionfale.
In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c'è il logorio del potere. Capriles ha quarant'anni (diciotto di meno del presidente), un'immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica. E aspira a rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l'handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell'opposizione, da destra a sinistra. Damas ha poco meno di cinquanta anni e fa il contabile per lo Stato. È cresciuto nel "23 de enero", il quartiere più chavista della capitale nel profondo sud di Caracas. Il "bastione ribelle", dicono qui, perché questa fila di casermoni paralleli da dieci e più piani è stata sempre piena di comunisti, anarchici e socialisti. Il sobborgo venne costruito alla fine degli anni Cinquanta quando un dittatore visionario e "di sinistra", Perez Jimenez, intraprese un ampio programma di edificazione popolare per cancellare dalla città i "ranchos", le favelas che ancora oggi s' arrampicano sulle colline. In realtà doveva servire per alloggiare militari di basso rango ma venne occupato da migliaia di famiglie di poveri e poverissimi. Da allora, e per più di quarant' anni, fino all' arrivo di Chávez - racconta Damas - due settimane prima del voto il "23 de enero" veniva occupato dall' esercito che imponeva il coprifuoco. Le urne con i voti di solito riemergevano da qualche burrone dov' erano state gettate qualche giorno dopo le elezioni. «Quarant' anni d' imbrogli elettorali contro di noi», dice Damas.
Non è più così da quando il "caudillo rosso" ha trovato il suo popolo di elettori fedelissimi in queste vallate e la «rivoluzione bolivariana avanza». Damas s' è operato a Cuba. Alla colonna vertebrale. Un intervento che non avrebbe potuto pagare e che ha fatto gratis grazie all' accordo di scambio con l' Avana: petrolio a costo zero per Raùl, medici e operazioni per il Venezuela. Poi ci fa vedere i suoi occhiali da vista, anche quelli gratis grazie a Chávez e la mazzetta dei "cesta ticket", i buoni alimentari mensili da 200 euro cui hanno diritto tutti per comprare, sempre gratis, in tutti i supermercati. Attirati dal dialogo di fronte ad un baretto scalcinato che distribuisce birra e rum, a Damas si sono aggiunti altri residenti del "bastione ribelle": Armando, Jaime, Roberto e Merwin, il più giovane, che snocciolano tutto il bene che «il socialismo del XXI secolo» ha fatto per il loro quartiere. Hanno la radio comunitaria pagata dal governo e stanno installando pure una televisione tutta per loro; poi c' è "Info centro", il palazzetto informatico dove possono collegarsi a internet; e il centro sanitario, con medici cubani naturalmente, con l' ambulatorio che riceve a qualsiasi ora. E poi i libri gratuiti per i bambini che vanno a scuola e per i grandi. Chávez ha fatto distribuire milioni di copie della nuova Costituzione («qui la conosciamo tutti a memoria», chiosa Damas) e, per le ore di tedio, altri milioni di libri del "Don Chisciotte". Mentre il canale tv nazionale (vtv), superoccupato dai chavisti, ha iniziato a produrre anche telenovelas come "Barrio Sur" (quartiere sud) dove tutta l' azione si svolge nei quartieri popolari. A casa di Damas la rivoluzione ha anche portato il gas diretto e qualche imbarazzo si nota solo quando si parla di politica e delle ambigue alleanze internazionali di Caracas. Iran, Russia, Bielorussia... Finché uno di loro sbottae dice: «Meglio l' Iran degli ayatollah che il demonio Usa». È lo sguardo strabico della vecchia sinistra latinoamericana con "Satana" che sono le multinazionali americane perché hanno depredato fin quando hanno potuto il "cortile di casa" e la terra promessa fa rima con L' Avana, il ' 59, Castro e Che Guevara. Al "23 de enero", Henrique Capriles, il giovane avversario di Chávez, viene percepito come l' ennesima reincarnazione dell' aristocrazia venezuelana, "los escualidos" (gli squallidi), che vogliono tornare al potere per riprendere il controllo sull' unica cassaforte del paese, Pdvsa, l' holding statale del petrolio, che oggi fornisce a Chávez tutti i fondi che, nel bene e nel male, redistribuisce. «Per farlo meglio e a favore di tutti», dice Capriles che ha puntato tutte le sue carte sulla riconciliazione del paese dopo anni nei quali Chávez ha giocato ad aizzare una metà contro l' altra. Nel 1998, la prima volta, Chávez vinse le elezioni con il 16 percento di vantaggio sul suo avversario. Nel 2000 con il 22 percento. Nel 2006 con il 26 percento. E domenica prossima si torna al voto. Per Chavez è stata fin qui una marcia trionfale. In quattordici anni non ha mai perso se si esclude il referendum costituzionale del 2007 nel quale chiedeva pieni poteri e venne sconfitto per un soffio. Perché mai oggi di fronte al suo quarto mandato molti osservatori si sono convinti che potrebbe anche perdere? Di certo c' è il logorio del potere. Capriles ha quarant' anni (diciotto di meno del presidente), un' immagine giovanile, onesta, sportiva con il berretto da baseball (sport nazionale) e le scarpe da ginnastica.E aspiraa rappresentare il "cambiamento". Chávez è la continuità, concetto di per sé perdente in una società giovanissima come quella venezuelana. Poi è anche malato. Ha sempre la faccia gonfia. Dicono per gli steroidi che prende per superare i dolori e l' handicap fisico di un sarcoma incurabile che è da due anni un assoluto "segreto di Stato". Poi Capriles è riuscito ad unificare intorno a sé tutti i mille rivoli dell' opposizione, da destra a sinistra, e promette di combattere una piega che duole molto: assalti, omicidi, sequestri. In questi anni Caracas è diventata la seconda città più pericolosa dell' America Latina con una media di 80 assassinii ogni 100mila abitanti. Trecento morti ammazzati ogni weekend. Ma il vero scontro in questo voto che sembra essere diventato "la madre di tutte le elezioni", per le conseguenze anche geostrategiche che potrebbe avere una sconfitta della rivoluzione bolivariana, è sul modello economico. È vero che Chávez è riuscito a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere. Ma restano poveri e dipendono completamente dallo Stato. Qualche dato: in dieci anni l' industria privata s' è contratta di un terzo, sono morte 4mila imprese su 11mila. È scesa brutalmente la produzione tessile, quella meccanica (auto e altro) e quella agricola. Oggi l' 80 percento dei prodotti che vengono consumati nel paese sono importati. Perfino la benzina raffinata. E sono cresciuti a dismisura burocrazia e impiego statale. I ministeri sono diventati ventinovee gli impiegati nel petrolio, Pdvsa, sono cresciuti da 32mila, nel 1998, a 105mila oggi mentre la produzione di greggio è la stessa o è diminuita. Molte fabbriche sono state nazionalizzate e dipendono anch' esse dallo Stato. L' inflazione è la più alta del sub continente, il 28 percento nel 2011, più o meno lo stesso quest' anno.È il ritorno miracoloso - grazie al prezzo del greggio - del "Venezuela Saudita" degli anni Settanta con grande sperpero di denaro pubblico e profonda corruzione. Il controllo sul cambio spiega una parte del malessere anche se non contagia la qualità della vita della classe medio-bassa. Ai venezuelani è proibito cambiare più di 400 dollari all' anno e, se viaggiano in vacanza all' estero, possono usufruire di una carta di credito statale con 2.500 dollari. Lo stesso vale per le imprese che importano prodotti che devono essere autorizzate dal governo. Questo ha fatto esplodere il mercato illegale del cambio del dollaro dove la moneta Usa vale tre volte rispetto al cambio ufficiale e, in sostanza, creato anche la "boliborghesia" (borghesia bolivariana) rappresentata da chi, grazie alla prossimità con il potere, può importare merci comprando i dollari calmierati (che indebitano le casse statali) mentre tutti gli altri devono finanziarsi al mercato nero. Infine, gioielli del Patriarca, ci sono i fondi di investimento stranieri che Chávez gestisce in assoluta solitudine senza alcun controllo reale. Sono accordi sottoscritti con la Cina, la Libia, la Siria, la Bielorussiae l' Iran nei quali questi paesi versano milioni di dollari in cambio delle forniture di idrocarburi (greggio e gas). Negli ultimi giorni, dopo che Capriles ha conquistato Caracas e ha riempito la storica avenida Bolivar con decine di migliaia di oppositori, la campagna è diventata all' improvviso molto incerta. Oggi, sul palcoscenico della Bolivar, tocca ai chavisti ma è probabile che nessuno dei due candidati sappia per certo come andrà davvero a finire. Lo stratega di Chávez è un brasiliano. Joao Santana, quello che ha riportato al potere Lula nel 2006 e trascinato una sconosciuta Dilma Rousseff al successo nel 2010. Santana ha ammorbito le parole d' ordine. Meno rivoluzione, più cuore, patria e amore. Per riassorbire tutti quegli indecisi infastiditi dalle derive estremiste e intolleranti del chavismo o delusi dalle promesse mancate. Anche lo spin doctor di Capriles è brasiliano. Marcelo Simöes, più giovane, vivace e aggressivo di Santana. Se non ci fosse di mezzo l' ideologia, Capriles che promette di conservare e migliorare tutti i programmi sociali (le misiones) realizzati da Chávez avrebbe già vinto la partita. Per Damas e i suoi amici del "23 de enero" è troppo difficile dimenticare quando si svegliavano con i soldati sulla porta di casa e i loro voti finivano nel burrone. Ma comunque sia, l' autunno del comandante invincibile è cominciato e lo sanno anche loro.