sabato 27 aprile 2013

intervista yoani sanchez repubblica 27 aprile 013

SABATO, 27 APRILE 2013
 
Pagina 19 - MONDO
 
Il personaggio
 
“Questo regime ha i giorni contati la mia Cuba è pronta a risorgere”
 
La blogger Yoani Sánchez, icona del dissenso nell’isola di Castro
 
 
 
 
OMERO CIAI

«CHE bello respirare». Yoani Sánchez arriva in Italia. La blogger cubana domani sera sarà a Perugia per il Festival del giornalismo. Poi Torino, Monza: tre rapide tappe nel suo vorticoso giro del mondo iniziato in Brasile il 18 febbraio scorso. «Sono felice e confusa — dice —. In poche settimane ho incontrato Mario Vargas Llosa, i deputati del Congresso Usa, ho visto New York e ho potuto abbracciare tutti quelli che mi hanno sostenuto in questi anni. Mi sembra di avere milioni di amici».
Quante volte ha chiesto il permesso d’uscita prima di ottenerlo?
«Negli ultimi dieci anni venti volte, le ho contate».
Adesso ha paura di tornare sull’isola?
«Temo che possano vendicarsi con me, screditarmi e calunniarmi di fronte ai miei concittadini. Ma soprattutto temo per mio figlio Teo che ha quasi diciotto anni e che ad agosto entrerà nell’esercito per fare il servizio militare obbligatorio. Non l’aiuterà essere mio figlio».
Ha mai pensato che potrebbero impedirle di rientrare all’Avana?
«Si, ma la riforma migratoria approvata da Raúl parla chiaro: un cubano può stare fuori dal paese anche più di due anni, conservando il diritto a tornarci. Io ho lasciato l’isola poco più di due mesi fa. Comunque se speravano che restassi all’estero li deluderò. Il mio futuro è a Cuba, se non mi lasciassero rientrare sarei il primo
balseroal
rovescio, proverei a raggiungere l’isola su una zattera ».
Bahia, New York, Washington, Miami, Lima, Praga, Madrid: in poche settimane ha visitato molte città, quale l’ha impressionata di più?
«La verità è che ogni volta che arrivo in un luogo nuovo penso che sia il posto più bello dove sono stata, sono sicura che mi succederà lo stesso anche con l’Italia ».
A Miami ha incontrato gli esuli cubani, com’è andata?
«Sono rimasta molto colpita dalla pluralità di opinioni. Essendo cresciuta con la propaganda castrista avevo anch’io un’immagine distorta dell’esilio. La “mafia cubana”, come dice Fidel Castro, i
gusanos.
Invece ho incontrato tanti giovani senza spirito di rivalsa».
L’embargo americano andrebbe
abolito?
«Assolutamente sì. Soprattutto perché è inutile e perché è il
grande pretesto del regime. Giustifica tutti i mali di Cuba. Poi anche perché è solo apparenza. Tutti i giorni a Cuba mangiamo polli congelati cresciuti in America. Gli Stati Uniti sono uno dei principali soci commerciali dell’isola
ormai».
Come giudicherebbe l’avvio di un negoziato fra Raúl Castro e Barack Obama per ristabilire le relazioni fra i due paesi?
«Dovrebbe essere un tavolo a
quattro. Raúl Castro non è stato liberamente eletto dai cubani e ad un eventuale negoziato dovrebbero partecipare anche rappresentanti dell’esilio e della società civile di Cuba».
È ottimista sul futuro dell’isola?
«Credo che si stiano avvicinando nuovi tempi e per molte ragioni. La generazione della rivoluzione che è ancora al potere è ormai molto anziana e a Cuba
sta risorgendo la società civile. Giornalismo indipendente, blog, iniziative, voglia di libertà. Poi con la morte di Chávez c’è la crisi del sostegno venezuelano, un elemento decisivo che, se viene meno, costringerà il regime a scelte importanti. Infine l’apertura che ci siamo conquistati. Fino a qualche anno fa era impossibile raccontare l’isola dal di dentro. La tecnologia ci protegge».
Non la stupisce che l’opposizione cubana in Europa sia accolta sempre con più attenzioni dalla destra piuttosto che dalla sinistra?
«È tristissimo. A Madrid i deputati della Izquierda Unida si sono rifiutati di partecipare all’incontro con me in Parlamento. È incomprensibile perché una parte della sinistra che dovrebbe essere a favore della società civile, dei diritti, della libertà, difende un regime autoritario, tirannico, arrogante e gretto».
Le riforme di Raúl Castro sono state interpretate in Europa come l’inizio di una svolta, cosa ne pensa?
«Oggi penso al regime come alla parabola della casa nell’Avana vecchia, la conosce? Dice così: la vecchia casa è in rovina, i muri sono scrostati, le finestre sbilenche, le scale rotte, la porta non si chiude. Tutto tranquillo finché un giorno il suo proprietario non decide di iniziare a riformarla. Ma appena mette la chiave nella serratura crolla tutta la casa».
È la differenza fra Fidel e Raúl Castro.
«Appunto, Fidel sapeva che il sistema non era riformabile. E conservava il potere grazie alla repressione e al suo carisma. Raúl per farsi accettare è stato costretto a inserire alcune riforme con l’obiettivo di mantenere il potere ma il regime gli cadrà sulla testa».
Quando tornerà a Cuba e cosa farà?
«Torno prima della fine di maggio e farò la giornalista, ormai è la scelta della mia vita: vorrei fondare un giornale, un giornale vero che parli alla gente e che possa sopravvivere alla fine del castrismo».
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sabato 20 aprile 2013

Così lo slogan che non piaceva alla sinistra seppellì Pinochet (Il Venerdì 19/04/2013)


Come può l’idea creativa di uno spot elettorale cambiare la storia di un Paese? È il 
soggetto del film "No" del regista Pablo Larraín, sul referendum del 5 ottobre 1988, in Cile. La storia racconta la vicenda di Eusebio Garcìa, nel film lo interpreta Gael García Bernal, il pubblicitario che inventò una campagna rivoluzionaria per l’epoca, imponendo all’austero fronte dell’opposizione di dimenticare i messaggi politici, le atrocità della dittatura, il dolore delle vittime, per concentrarsi su una semplice idea di futuro. Un arcobaleno, un No e uno slogan, Arriva l’allegria, che fecero scuola.
Pinochet era certo di vincere il referendum, l’aveva indetto cedendo alle pressioni internazionali per convincere il mondo che il popolo stava dalla sua parte e che non era un dittatore. Invece perse: tre milioni di cileni votarono per lui e quattro contro, aprendo la strada al ritorno della democrazia.


Veramente fu tutto merito di uno spot?
«Penso proprio di sì» dice al Venerdì il vero protagonista della storia, il pubblicitario Eusebio Garcìa. «A poche settimane dal referendum i sondaggi davano per certa la vittoria del Sì e dunque di Pinochet. La gente aveva molta paura di quello che sarebbe potuto accadere se avessero vinto gli oppositori. Qualsiasi cambiamento poteva essere percepito come pericoloso: è ciò che accade con le dittature quando una parte della società finisce per abituarsi alla repressione apprezzandone piccoli vantaggi come il calo della criminalità. Per l’opposizione il rischio era la paura: era diffuso il timore che la caduta del dittatore avrebbe aperto le porte a una stagione di crisi e di scontro sociale molto forte».
Bastò uno slogan a placare queste inquietudini?

«Il nostro obiettivo era cambiare la logica dello scontro. Per la dittatura valeva un solo principio: Se stai con me sarai premiato, se stai contro di me sarai castigato. E per castigo si intendevano punizioni atroci: potevi essere arrestato, torturato, o sparire per sempre. Noi non facemmo altro che cancellare questa logica di contrapposizione e sostenemmo un’idea di coinvolgimento. Non attaccammo mai gli elettori di Pinochet, ma soltanto lui e mai in modo aggressivo. Volevamo che fosse chiara una cosa: non eravamo persone pericolose e il nostro obiettivo era ricostruire il Paese salvaguardando la pace sociale».
Fu molto complicato convincere i partiti dell'opposizione ad accettare le sue idee sul modo di fare la campagna elettorale?
"All'inizio fu molto difficile. La nostra strategia era vista come una stranezza. Dopo anni di dittatura c'era un comprensibile desiderio di rivalsa, volevano raccontare al mondo chi era veramente Pinochet, sottolineare tutto il male che aveva fatto. Questo secondo noi sarebbe stato un disastro perché significava ricadere nella logica dello scontro, della rottura. Era necessario un messaggio diverso. Dovevamo cancellare la paura".
Che genere di paura?
«Gli elettori di sinistra temevano che se Pinochet avesse perso sarebbe divetato ancora più feroce. Erano convinti che il dittatore non avrebbe accettato democraticamente i risultati. Gli elettori di destra, invece, temevano una vendetta. Immaginavano che una sconfitta di Pinochet avrebbe scatenato una resa dei conti in cui gli oppositori sarebbero andati casa per casa a scovare i sostenitori del regime. In queste condizioni, accettare lo scontro e proporre una campagna elet- torale violenta sarebbe stato controproducente anche per noi. È per questo che proponemmo l’idea dell’allegria, di un Paese nuovo, della pace sociale».
Crede che il film rappresenti bene quei giorni?
«Assolutamente sì. Nel film di Larraín sono raccontati bene tutti i passaggi, emergono la rabbia e la voglia di affer- marla nel momento in cui, per la prima volta dal golpe del ‘73, il regime concedeva all’opposizione uno spazio per dire ciò che pensava. Tanto in tv quanto per le strade. Sono ben rappresentati anche gli scontri che avemmo con gli oppositori del regime. E come arrivarono ad accettare il nostro progetto».
Dopo tutto, quella del referendum fu una campagna elettorale così rivoluzionaria per il Cile che ancora oggi viene presa a modello.
«Nella sua essenza, una campagna simile è stata riprodotta in Cile per Michelle Bachelet e in molti altri Paesi dell’America Latina: basti pensare alla strategia messa in campo per Lula in Brasile... Però bisogna ammettere che la sinistra paga ancora il prezzo di una reticenza verso la comunicazione politica e il marketing. Hanno paura che accettando i criteri della pubblicità stiano vendendo una saponetta e non un progetto politico».
Che cosa ricorda di quei giorni?
«Fu un momento eccezionale. Dopo quindici anni per la prima volta c’era la possibilità di abbattere la dittatura. Era molto emozionante, ma anche pericoloso. Stavamo provocando il dittatore mentre era ancora al potere e con tutta la forza dell’apparato militare. Lavorammo senza mai fermarci per settimane. La campagna nacque dall’idea dell’arcobaleno e fu l’in- tuizione decisiva. Quando vedemmo lo spot finito e l’accoglienza che aveva nelle sessioni di prova prima del passaggio in tv ci rendemmo conto che il referendum si poteva vincere».
Che relazione c’è tra il film e il libro di Antonio Skármeta, I giorni dell’arcobaleno?
«Il libro di Skármeta è stata l’ispirazione del soggetto per il film. E poi sia io che Larraín condividiamo la lezione di fondo dello scrittore quando sostiene che l’immaginazione può cambiare la società. Fu esattamente quel che accadde».

Perché lei che all’epoca era un giovane pubblicitario con un buon lavoro e un si- curo avvenire rischiò di per
dere tutto partecipando a una campagna contro il regime?
«Mi invitarono e non avevo altra scelta nella mia coscienza. La mia era una famiglia di socialisti. Mio padre aveva perso il la- voro dopo il golpe di Pinochet. Mia sorella era andata in esilio. C’erano miei amici che erano stati arrestati. La possibilità di prendere parte alla sconfitta di Pinochet era una opportunità che non potevo lasciarmi scappare, anche rischiando di perdere tutto».
Omero Ciai

venerdì 12 aprile 2013

venezuela, il fantasma di Chavez /la repubblica 12 aprile 013

  
 
VENERDÌ, 12 APRILE 2013
 
Pagina 39 - R2-MONDO
 
 
 
 
 
OMERO CIAI

DAL NOSTRO INVIATO
CARACAS
Hugo Chávez è ovunque. Lungo i viali di Caracas su giganteschi manifesti con il suo volto sorridente e il basco militare. In televisione dove vanno in onda programmi speciali di propaganda sui quattordici anni da presidente. Nei giornali, gonfi di pagine di pubblicità di Pdvsa, l’holding statale del petrolio, che rendono omaggio alle «battaglie del comandante invincibile». Nei murales sotto i portici dietro piazza Bolivar, il vecchio centro di Caracas. All’ingresso dei ministeri con foto e pupazzi grandi o piccoli. Sulle magliette rosse dei militanti con lo slogan elettorale: “Chávez te lo giuro, il mio voto è per Maduro”. Nelle piazze dei comizi che iniziano e finiscono con il video dell’ultima volta che i venezuelani lo hanno visto vivo: quella sera di dicembre 2012 quando annunciò che tornava all’Avana per operarsi e affidava a Nicolás Maduro, l’ex ministro degli esteri, il compito di succedergli «se fosse stato necessario». Impossibile sfuggire allo sguardo del comandante che non c’è più ma che regna senza rivali su una campagna elettorale ufficialmente brevissima, appena dieci giorni.
La salma di Chávez è tuttora custodita nella caserma che vide nascere il suo mito con il fallito golpe del 4 febbraio 1992 contro Carlos Andrés Perez, il presidente liberista e corrotto, che tre anni prima aveva lanciato l’esercito nelle favelas per soffocare nel sangue la rivolta popolare. Accanto, c’è già il museo, con la time-line della sua vita sulle pareti, grandi immagini che scendono dal soffitto, frasi, ricordi, oggetti. Duemila visitatori ogni giorno salgono fin quassù sul colle della caserma 4 febbraio. Dal giardino si domina la città e soprattutto
il palazzo Miraflores, quello della presidenza, proprio qui sotto. Alle 16,25, l’ora della morte il 5 marzo scorso, un vecchio cannone spara un colpo a salve. Più in basso, siamo ai margini del “23 de enero”, il sobborgo popolare che è stato la culla del movimento chavista, un’improvvisata cappella della Santeria per “Santo Chávez”. Il processo di santificazione pagana del presidente che non c’è più viene compiuto ogni giorno dal successore designato, Nicolás Maduro, che domenica prossima affronta la sfida di ottenere nelle urne la conferma delle sue ultime volontà per trasformarsi nella nuova guida della “rivoluzione bolivariana”. Maduro, ex autista di autobus, ex sindacalista, ex ministro degli esteri, molto vicino a Cuba, il partner ideologico dell’avventura chavista, si definisce “discepolo e figlio” di Chávez. Lo cita migliaia di volte ogni giorno e sostiene di averlo incontrato, dopo la morte, sotto forma di un uccellino, un colibrì che è volato intorno alla sua testa mentre era a Barinas, la città che diede i natali al comandante. Da allora,
l’uccellino in versione di plastica, Maduro lo porta sul cappello mentre sullo schermo dietro al palco del comizio scorre un cartone animato con Chávez che arriva in Paradiso e trova ad accoglierlo il Pantheon delle figure mitologiche della sinistra latinoamericana. Ci sono il Che Guevara, Salvador Allende, Eva Peron, Sandino, Bolivar, e infine l’amata nonna Rosa Inés.
Il discorso politico di Maduro è abbastanza elementare. Chiede il
voto sulla base dell’appartenenza di classe. Per lui, figlio di operai, che grazie a Chávez sta per diventare presidente. «Non vorrete mica votare per quel borghesuccio che ha sempre avuto tutto dalla vita?», dice. E la folla: «Nooo». «Se votate per me, votate per Chávez, io come voi sono un figlio del popolo». L’altra arma di Maduro è la promessa di portare avanti la politica statalista e assistenzialista promossa da Chávez grazie ai fondi del petrolio.
Ma proprio qui sta il problema del futuro della rivoluzione. Gli economisti sostengono che il Venezuela ha usato i dollari del greggio come se fosse una carta di credito, spendendo anche i profitti dei barili che deve ancora estrarre. E il modello non funziona più. Il governo, un mese fa, è già stato costretto a svalutare la moneta, il Bolivar, del 46 per cento. Le riserve, a parte l’oro che Chávez ha fatto rimpatriare via nave dai caveaux in Inghilterra,
non ci sono più. Il cash scarseggia. I primi effetti, mentre Maduro ha già promesso un aumento dei salari pari al 40 per cento in tre rate per controbilanciare l’inflazione sempre più alta, si sentono negli ospedali pubblici dove è sempre più difficile fare esami, interventi o analisi e nei supermercati, soprattutto quelli governativi a prezzi scontati, dove mancano farina, zucchero e altri prodotti alimentari di base. «Il Venezuela pro-
duce poco e deve importare quasi tutto — spiega l’economista Tamara Herrera — ma da mesi, durante l’agonia di Chávez, lo Stato ha vissuto come in un lungo letargo, le importazioni si sono fermate e ora si rischia il collasso». Grazie alle infinite risorse petrolifere del paese Chávez era convinto di poter comprare tutto e per questo ha distrutto il settore privato, dov’era il nucleo duro dei suoi avversari po-litici, promuovendo le importazioni massicce ma dissanguando le riserve. L’enorme spesa dello Stato per le politiche sociali e assistenziali ha fatto il resto. E chi verrà dovrà pagare il conto.
Dall’altra parte Capriles denuncia “il regime”, la corruzione dilagante nelle alte sfere del potere, un tasso di criminalità tra i più alti del mondo. Si veste come Maduro, con la tuta da ginnastica del tricolore (rosso, giallo e blu) venezuelano, e propone le stesse politiche redistributive di Chávez ma «gestite meglio, con capacità e competenza, senza ruberie». «In ogni caso, dopo il voto di domenica, questo sarà un altro paese — osserva lo scrittore Fausto Masò — Chávez era convinto di essere l’interprete di una missione storica. Si preoccupava di tutti e aveva l’ambizione planetaria di estendere ovunque fosse possibile la sua egemonia. Cuba, Nicaragua, Argentina, Ecuador, Bolivia. Perfino Londra dove regalò petrolio per gli autobus al sindaco socialista. Ora, i suoi apostoli usano anche la superstizione contro l’opposizione, ma sono molto più piccoli».
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giovedì 28 marzo 2013

Cristina e Inaki, il nuovo tormento di Juan Carlos (repubblica, 28 marzo 2013)

Diventa sempre più difficile per il giudice istruttore José Castro che indaga nelle truffe di Iñaki Urdangarin, il genero di re Juan Carlos, eludere quello che viene considerato come l´atto finale dell´inchiesta: l´incriminazione della moglie Cristina. L´Infanta, 47 anni, secondogenita dei reali di Spagna, sposa di Urdangarin e madre di quattro figli, è ormai circondata. La strategia seguita fino ad oggi nel tentativo di separare le responsabilità del marito dalle sue nel "caso Noos", l´istituto attraverso il quale Urdangarin ha ottenuto pagamenti illeciti da amministrazioni comunali e regionali per eventi mai organizzati o grazie a fatture gonfiate, non sta più in piedi. E non solo perché l´ex socio del marito di Cristina, Diego Torres, ha consegnato al giudice una trentina di email nelle quali Iñaki consulta "Kid" - così chiama la moglie - sugli affari dell´Istituto ma soprattutto perché il suo segretario privato, Carlos Garcia Revenga, è già stato coinvolto ed è imputato nella causa.


Com´è possibile che "Kid" non sapesse? Ci si domanda. Era nel direttivo dell´Istituto, aveva messo il suo segretario e consulente finanziario a disposizione del marito, riceveva email con comunicazioni meticolose sulle attività di Noos. Cos´altro è necessario per chiamarla in causa? Si dice che per avallare la strategia difensiva, per costruire di Cristina il personaggio della moglie devota che appoggiava il marito senza sapere come gonfiava il conto in banca, re Juan Carlos abbia fatto pressioni affinché sua figlia chiedesse il divorzio. E che lei si sia rifiutata di obbedire al padre. Ma ora, con il passare dei giorni, e con le deposizioni dell´ex socio che ha l´obiettivo dichiarato di coinvolgere la Casa reale in tutta la vicenda, uscirne immacolati è sempre più difficile.

Per salvare la moglie, i consiglieri di Casa reale, e lo stesso sovrano di Spagna, negli interrogatori in procura Urdangarin si è attribuito ogni responsabilità sul finanziamento truffaldino dell´Istituto Noos ma è una sceneggiatura che non convince per la trama di appoggi e connivenze di cui ha goduto. Il problema ora è: Urdangarin s´è mosso usando la sua parentela reale o anche l´Infanta e il sovrano hanno chiuso gli occhi lasciando che agisse. È il nodo che nelle prossime settimane deve sciogliere il giudice Castro.

A Madrid si crede che una incriminazione di Cristina potrebbe costringere Juan Carlos ad abdicare, affidando le redini al figlio Felipe, per salvare il futuro della monarchia. Oggi può sembrare ancora uno scenario da fantapolitica, ma c´è anche un altro caso che assilla il re ed è l´inchiesta parlamentare sui presunti incarichi che la sua amante, l´aristocratica tedesca Corinna Wittgenstein, avrebbe ricevuto dal governo spagnolo. In questi giorni Cristina con i quattro figli ha lasciato il palazzetto di Pedralbes a Barcellona - messo sotto embargo dalla magistratura - e si è rifugiata dalla madre, la regina Sofia, a Madrid, in attesa che il giudice decida quanto valgono ai fini dell´inchiesta le email che riceveva dal marito.

giovedì 21 marzo 2013

Papa Francesco da bambino (Repubblica 17 marzo 2013)


DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI
ITUZAINGO' (Buenos Aires) - "Guardi la faccio entrare solo perché è italiano, e anche il mio cuore è italiano. E scusi il disordine, sono giorni che non ho tempo neppure di darmi una sistemata. Chiamano da tutto il mondo, io e i miei figli passiamo il giorno e la notte a rispondere al telefono». La casa di Maria Elena Bergoglio, sessantacinque anni, l’unica sorella ancora viva di Papa Francesco, è la tipica villetta con giardino nella periferia di classe medio-bassa di Buenos Aires. Un grande living senza divani, cucina e tre camere da letto. Dal centro della capitale ci vuole quasi un’ora per arrivarci. Lei ci vive con i due figli: Jorge, in onore del fratello maggiore, e José. I suoi ricordi vanno subito alla casa di famiglia, dov’è cresciuta, nel quartiere Flores. «Credo che i miei genitori l’abbiano comprata perché aveva una cucina enorme. È che dopo averla comprata non sapevano più dove mettere i loro cinque figli. Jorge nacque nel dicembre del ’36, Oscar 13 mesi dopo, poi arrivò Marta e due anni dopo Alberto».

«Prima di avere me, che sono la più piccola, di dodici anni più giovane di Jorge, mamma perse un altro figlio. E avevo tredici anni quando nostro padre Mariomorìd’infarto.Mafinoadallora, era il 1959, eravamo una famiglia felice. Soprattutto, una famiglia italiana: “Tanos”, così ci chiamano in Argentina. Ricordo la sacralità delle domeniche: prima a Messa, nella Chiesa di San José, poi i pranzi lunghissimi fino al pomeriggio tardi. Quei pranzi infiniti e bellissimi con cinque, sei, anche sette portate. E con i dolci. Eravamo poveri ma con grande dignità, e sempre fedeli a quella che per noi era la tradizione italiana. Mamma era una cuoca eccezionale. Faceva la pasta fresca, i cappelletti con il ragù, il risotto piemontese e un pollo al forno da leccarsi i baffi. Diceva sempre che quando aveva sposato papà non sapeva fare neppure un uovo fritto. Ma poi nonna Rosa, che era scappata nel ‘29 dal Piemonte perché era antifascista, le aveva insegnato i trucchi. Nonna Rosa per noi era un’eroina, una donna coraggiosissima. Non dimenticherò mai di quando ci raccontava che nel suo paese, in Italia, saliva sul pulpito della chiesa per condannare la dittatura, Mussolini, il fascismo».

«Papà Mario era contabile ed era anche l’unico che lavorava in casa. E Dio sa quanto ha faticato per farci crescere. Quando arrivò in Argentina aveva già il suo titolo di studio ma non glielo riconobbero e allora trovò lavoro in una fabbrica però non poteva firmare i registri, li firmava un altro. E per questo lo pagavano meno di quanto avrebbero dovuto. Ma era un uomo sempre allegro, a me ricorda tantissimo mio fratello Jorge Mario. Non s’arrabbiava mai. E mai ci ha picchiato. Era questa la grande differenza tra le famiglie di immigrati italiani e le altre famiglie d’Argentina. L’uomo era l’autorità in casa, ma senza maschilismo. Noi, anche Jorge che era il più grande, eravamo terrorizzati dagli sguardi di papà se sapevamo di aver fatto qualche marachella. Ma a lui davvero bastava lo sguardo. A volte avrei preferito prendermi cento frustrate piuttosto che dover sostenere un suo sguardo di rimprovero. Mi annichiliva. Era innamoratissimo della mamma e le portava sempre dei regali. Mi prendeva per mano e uscivamo di nascosto quando tornava dal lavoro per comprare qualcosa, una cosa qualsiasi, alla mamma. Jorge mi ha sempre ricordato un po’ tutti e due. La mamma, perché anche lui cucina benissimo, fa dei calamari ripieni da urlo, ma soprattutto mi ricorda papà. La domenica papà si portava il lavoro a casa. Poggiava quegli enormi libri da contabile sul tavolo del soggiorno e accendeva il giradischi che diffondeva la musica in tutta la nostra piccola casa. Ascoltava l’opera, e qualche volta le canzoni popolari italiane. Era la musica classica la colonna sonora delle nostre domeniche. Ancora oggi Jorge è come papà: ama l’opera e ogni tanto qualche buon tango. E Edith Piaf. E come papà è l’unico, tra di noi, a essere tifoso del San Lorenzo».

«Sì certo, eravamo dignitosamente poveri, a casa non si buttava niente. Mamma riusciva a ricavare qualche indumento per noi anche dalle cose di nostro padre. Una camicia rotta, un pantalone liso, venivano riparati, ricuciti e diventavano nostri. Forse viene proprio da lì l’estrema frugalità di mio fratello, e anche la mia. Però c’era un problema. Mamma non poteva portare in tavola per due volte di seguito lo stesso piatto. Papà s’offendeva. E allora con tutto quello che avanzava s’inventava altre cose. Mascherava».

«Jorge Mario era per me il fratello più grande, quello che giocava a pallone, che andava all’Azione cattolica e che studiava. Davvero non mi ricordo che abbia mai fatto arrabbiare papà o mamma. Quanto a quella fidanzatina che è andata in tv e che lui avrebbe avuto a tredici anni, certo non potrei ricordarmela ma altrettanto certamente dice una cosa falsa. Dice che Jorge avrebbe dovuto celebrare il suo matrimonio nella chiesa di San José de Flores. E questo è impossibile. Jorge è un gesuita, e non è mai stato sacerdote a San Josè de Flores. Ci andava sì da bambino e adolescente, mai da prete».

«Quando terminò il Liceo tecnico e divenne perito chimico, Jorge disse a mia madre che voleva studiare medicina. Allora mamma decise di sistemare la soffitta che c’era sopra la terrazza della nostra casa per farlo studiare in pace, lontano da noialtri. Un giorno, però, salì a pulirla e trovò solo libri di teologia. Quando mio fratello tornò a casa l’affrontò, chiedendogli perché le avesse mentito. Non posso scordarmelo: “Non ti ho mentito mamma — rispose calmo Jorge — ti ho detto sì che volevo studiare medicina, ma medicina dell’anima”. Lei ci rimase malissimo perché capì che lo avrebbe presto perduto. Papà invece era contento: fosse stato per lui i suoi figli avrebbero dovuto essere tutti preti e monache. Jorge decise che sarebbe entrato in seminario che ormai aveva diciannove anni, era un 21 settembre e doveva andare con gli amici ad un picnic perché in Argentina quel giorno è l’inizio della primavera. Invece andò in chiesa a parlare con il sacerdote. A quel tempo è vero che c’era una possibile fidanzata, me lo ha raccontato spesso lui stesso ma senza mai dirmi il nome. Era una ragazza del suo gruppo di amici, quelli del picnic. Quel giorno di primavera avrebbe dovuto dichiararsi a lei. Ma se continuo a raccontare finisce che mi fratello mi scomunica...».

Maria Elena affonda le dita in una scatola azzurra di cartone, dalla quale estrae due lettere: una autografa del maggio ’58 ai genitori dal collegio “Sagrada Familia” di Cordova e un’altra scritta a lei appena divorziata, qualche anno dopo. E alcune foto di Papa Francisco adolescente. «Siamo rimasti soltanto io e lui», dice con la prima lacrima che le scende sulla guancia mentre fuma l’ennesima sigaretta. «E adesso lo perdo di nuovo. Lui che è stato sempre presente. Anche quando affrontai il divorzio da mio marito mi appoggiò, mi aiutò. Non posso ancora credere che è diventato Papa. Quando è partito per Roma ci siamo salutati come sempre. Jorge ama Buenos Aires e amava il suo lavoro qui. Ha lasciato perfino la casa in curia un po’ in disordine, qualche libro sul letto, lettere da aprire, la spesa fatta, come se dovesse tornare subito. No, non ci ho ancora parlato, ma ho deciso da sola, prima che fosse lui a chiederlo agli argentini, di non spendere i soldi del viaggio per Roma. Lo vede come siamo in sintonia? So che quando lo incontrerò ci abbracceremo senza dirci nulla. Senza scene, soprattutto se in pubblico. Perché siamo italiani del nord: le emozioni sono profonde ma restano dentro».

«Quando venne nominato cardinale da Papa Wojtyla allora sì, andai a Roma con lui. Il giorno prima un altro porporato gli chiese se avesse già scelto la Limousine per andare in Vaticano e lui rispose “Sì, certo, come no”. Ma quale Limousine. Andammo a piedi, camminando per tutta Roma. Lui con i suoi piedi piatti che poi gli fanno sempre male. Ecco, mio fratello è così».

giovedì 7 marzo 2013

La rivoluzione interrotta del caudillo che usò il petrolio per diventare eterno (Rep 6marzo2013)

Un po' meno della metà dei venezuelani lo ha sempre odiato, un po' più della metà dei venezuelani lo ha trasformato in un vendicatore epico e mitologico. Hugo Chávez Firas (nato a Sabaneta il 28 luglio 1954) è stato davvero l'ultimo "caudillo" sudamericano e ha interpretato a partire dalla fine del 1998, nel modo più compiuto questa logora ma sempreverde figura politica in un subcontinente ancora alle prese con miseria e ingiustizie. 

Pensando all'uomo che ha governato fino a ieri il Venezuela, vincendo quattro elezioni consecutive, vengono in mente i personaggi delle epopee letterarie dell'America Latina, come viene in mente la tragica parabola di Simón Bolívar, da cui Chávez trasse impulso e leggenda collocando nel palazzo di Miraflores perfino una poltrona vuota, quella del "Libertador", accanto alla sua. Nel bene e nel male Chávez ha attraversato oltre un decennio di storia, determinandola con la forza delle sue intuizioni e delle sue scelte. Persino delle sue "ricette" politiche che, magari riviste e corrette, hanno fatto scuola in molti Paesi, dal Brasile all'Argentina, dall'Ecuador alla Bolivia.

Anche quando entrò sulla scena per la prima volta, il 4 febbraio 1992, guidando un fallito colpo di Stato militare contro il presidente Carlos Andrés Perez, aveva già le idee chiarissime. Dieci anni prima, insieme ad un gruppo di giovani militari, Chávez aveva fondato il "movimento bolivariano rivoluzionario 200" (allusione ai 200 anni dalla nascita di Bolívar), che nei loro obiettivi avrebbe dovuto "cambiare il Paese" allontanando dal potere i vecchi partiti e i vecchi oligarchi incapaci di affrontare e risolvere l'estrema povertà della maggior parte dei venezuelani.

Un passaggio chiave nell'avventura politica di Chávez fu il famoso "Caracazo " del 1989. Il 27 e 28 febbraio di quell'anno l'esercito represse nel sangue una rivolta popolare contro un pacchetto di misure anticrisi imposte dal Fondo monetario internazionale. La violenza dei militari fu particolarmente brutale in tutta la cintura dei quartieri popolari alla periferia di Caracas, e il numero delle vittime non fu mai reso noto ufficialmente (alcune fonti parlarono di 3.500 morti).

Tre anni dopo, in memoria di quella strage, Chávez tentò il putsch. Andò male e si arrese quasi subito ma nei "barrios" della capitale divenne un eroe così venerato che per la rivincita doveva solo attendere il suo momento. Trascorse appena due anni in carcere e, appena uscito, riprese l'attività politica.

Il primo incontro con il leader che avrebbe guidato e appoggiato la sua ascesa, Fidel Castro, avvenne alla fine del 1994, pochi mesi dopo la sua uscita dalla prigione. Subito dopo fondò il movimento Quinta repubblica e la coalizione elettorale "Polo patriottico", che in poco tempo raccolse l'appoggio di tutte le formazioni della sinistra venezuelana. Il 6 novembre del 1998 finalmente il successo. Chávez venne eletto presidente con il 56,5 per cento dei voti.

Da quel momento la sua unica ossessione fu quella di trasformare in eterna la vittoria mobilitando una parte della società venezuelana, quella più indigente, contro l'altra, "los escualidos" (gli squallidi) della classe media alta e dell'aristocrazia, rurale e petrolifera. Appena arrivato a Miraflores, il palazzo presidenziale nel vecchio centro barocco di Caracas, Chávez modificò la Costituzione, allungando a sei anni il mandato. Poi lo rese perenne: il presidente può ripresentarsi tutte le volte che può. Infine, al termine di un lungo braccio di ferro che si ricorda con il nome di "paro petrolifero", e dopo un golpe fallito contro di lui, tra la fine del 2002 e il 2003, conquistò le chiavi della cassaforte: il controllo personale e assoluto su Pdvsa, la holding del petrolio.

Una strategia perfetta che gli ha garantito il trionfo in tre elezioni successive: 2000, 2006 e 2012. Per oltre dieci anni ha fatto in Venezuela tutto quel che ha voluto, umiliando qualsiasi opposizione. Ha chiuso Rctv, la tv degli "escualidos" e ridotto all'obbedienza tutte le altre. Litigato con il re di Spagna e rotto con Washington. Ma soprattutto ha usato la sua grande risorsa, il petrolio, per modificare il ruolo geostrategico del Venezuela. Stringendo nuove alleanze con Cuba, l'Iran e infine la Cina.

Senza freni Chávez ha anche cercato di allungare la sua egemonia su Centro e Sud America, proponendosi come modello a molti personaggi in cerca d'autore. Dalla peronista Cristina Kirchner, nuova Evita dell'Argentina; a Evo Morales, il presidente "indio" della Bolivia; a Daniel Ortega, il sandinista invecchiato male di Managua; fino a Correa, presidente caudillo dell'Ecuador. Suo mentore e spesso, finché ne ha avuto le forze, suo stratega, è stato Fidel Castro, che dopo anni di precario isolamento, post caduta del Muro e dell'Urss, aveva trovato in Chávez la capacità dissuasiva - milioni e milioni di barili di greggio - che dalla sua piccola e povera isola non avrebbe mai immaginato di possedere.

Nel suo Paese, confondendo sempre, da buon caudillo, il governo con lo Stato, ha occupato tutto quel che c'era da occupare. Riuscendo comunque a galvanizzare masse con le sue "misiones ", i programmi sociali, che non hanno cambiato l'esistenza degli indigenti ma certo gliela hanno resa meno penosa e umiliante. Grazie a Chávez migliaia di venezuelani si sono potuti operare gratis, molti hanno avuto una casa, altri un paio di occhiali, altri ancora un vitalizio.

Giudicare oggi la profondità dei cambiamenti che è riuscito a realizzare non è facile. Bisognerà lasciar riposare tutta la sabbia della propaganda prima di valutare gli effetti del suo "socialismo del XXI secolo" ma non c'è dubbio che nella sua morte prematura c'è un aspetto crudele. Il suo tormento per diventare perenne s'è scontrato con un male incurabile. Così quella di Chávez è un'altra rivoluzione interrotta, abbandonata ai suoi precari epigoni, che lo trasformerà in un altro immortale o, se volete, più cinicamente, in un'altra effigie da t-shirt come Evita, il Che o Sandino.

domenica 3 marzo 2013