lunedì 28 aprile 2014

Il nostro agente a Caracas, il Venerdì 16 aprile 2014


CARACAS.   Dimenticate Maduro. E dimenticate anche il presidente del Parlamento di Caracas, Diosdado Cabello, il più aggressivo e intransigente fra gli eredi di Hugo Chávez. L’uomo più potente del Venezuela è un altro. Compie 82 anni in questi giorni ed è nato a Artemisa, isola di Cuba, provincia dell’Avana. Era con Fidel Castro nell’assalto alla Caserma Moncada (1953); con il Che Guevara nello sbarco del Granma (1956); con Raúl Castro nella marcia trionfale dei barbudos (1959). 

A Cuba è stato ministro degli Interni e ideatore del G-2, il temuto, soprattutto all’interno dell’isola, servizio di intelligence del regime castrista. Barbetta, profilo alla D’Artagnan, magrissimo e frugale, Ramiro Valdés è oggi, dietro a Raúl, che – si dice – lo odi da sempre, uno degli ultimi grandi dinosauri della rivoluzione cubana. Vicepresidente del Consiglio di Stato, vicepresidente del Consiglio dei ministri, membro del Burò del partito comunista, Valdés è a Cuba, e non per caso, anche ministro dell’informatica e della comunicazione. Censore e controllore dell’informazione. Dal 2010 è anche il proconsole cubano in Venezuela. Chávez, in una delle ultime puntate di Alò Presidente, le sterminate trasmissioni della domenica pomeriggio a reti unificate, prima di ammalarsi del tumore che se l’è portato via il 5 marzo di un anno fa, lo presentò come l’uomo che avrebbe risolto i frequenti black out elettrici del Paese. Un consulente all’energia. In realtà i compiti di Ramiro erano ben altri. Consolidare con qualsiasi mezzo la rivoluzione bolivariana e garantire la transizione post mortem del caudillo venezuelano. 

Lo storico messicano Jorge Castañeda lo segnala come l’artefice del patto – siglato all’Avana mentre Chávez agonizzava nel Cimeq, la clinica per i burocrati dove il presidente venezuelano venne operato tre volte – fra le due anime del potere a Caracas: i civili (Maduro) e i militari (Diosdado). Ma la relazione eccessiva e del tutto asimmetrica, per risorse e dimensioni, fra Cuba e il Venezuela va narrata nei dettagli.


Il primo approccio fra Fidel Castro e Hugo Chávez data 1994 quando il tenente colonnello esce dalla prigione dov’era finito due anni prima per un tentativo fallito di colpo di Stato contro Carlos Andrés Pérez, presidente socialista, liberista e anche un po’ ladro, dell’epoca. Gli sconfinati giacimenti di petrolio del Venezuela sono sempre stati un pallino di Fidel che, già alla fine di gennaio del ‘59, poche settimane dopo la vittoria, e molto prima di litigare con Nixon e gettarsi nelle mani dell’Urss, era volato a Caracas per convincere il governo venezuelano a appoggiare la sua rivo- luzione regalandogli un po’ di greggio. 

Una supplica respinta, dopo la quale Fidel, per vendicarsi, sosterrà e finanzierà la nascita di una fallimentare guerriglia procubana in Venezuela. Nella primavera del 1994 l’incontro con Chávez è una rivelazione e il líder máximo, allora costretto dopo il crollo dell’Urss a lottare contro la più grande carestia vissuta sulla sua isola, seguirà nell’ombra l’ascesa dell’inatteso alleato fino al trionfo elettorale del 1998. Da quel momento la penetrazione dei cubani in Venezuela non conoscerà più ostacoli fino a trasformarsi in una surreale egemonia. 

Nascosti dietro alle misiones, i programmi sociali lanciati da Chávez con personale medico cubano, sono arrivati i consiglieri militari e politici che, guidati ieri da Fidel e oggi da Ramiro, hanno costruito un vero e proprio contro potere nell’amministrazione pubblica, nell’intelligence e nelle Forze armate venezuelane. Chávez si fidava soltanto dei cubani e gli aveva affidato tutto ciò che lo riguardava: dalla sua sicurezza personale (erano cubane le sue guardie del corpo) a, sfortunatamente, la sua salute.

Dati ufficiali non ce ne sono, ma il numero di cubani trasferiti in Venezuela varia, a seconda delle stime, fra 50 mila e 100 mila e da ormai quindici anni Caracas è per L’Avana un asset privilegiato e indispensabile non solo perché fra le due capitali ci sono appena 1400 km in linea d’aria, un’oretta e mezza di volo aereo. Dai porti venezuelani salpano ogni giorno 100 mila ba- rili di petrolio a costi stracciati ma inoltre L’Avana ottiene investimenti diretti, crediti a basso interesse e, dulcis in fundo, milionari contratti come intermediaria per importazioni venezuelane da altri Paesi. E non è tutto – ha scritto la giornalista venezuelana Cristina Marcano su El País –, oltre a aiuti per circa 9 miliardi di euro all’anno, il regime castrista ha un potere senza precedenti sul governo della più grande potenza petrolifera del Sudamerica. 

Ramiro Valdés con Nicolàs Maduro


Chi c’è infatti dietro la formazione dei colectivos, le bande paramilitari che appoggiano Maduro e attaccano i cortei di protesta degli studenti, e sembrano una replica moderna dei Cdr, i comitati di difesa della rivoluzione, inventati da Castro negli anni Sessanta per terrorizzare gli oppositori? E chi dietro la raffinata strategia di censura dell’informazione? Ci sarebbe sempre Ramiro Valdés anche dietro alla scelta di reprimere nel modo più brutale la rivolta studentesca esplosa nel momento di massima debolezza per Maduro. 

Un anno terribile dopo la modesta vittoria elettorale successiva alla morte di Chávez. I numeri del voto, e i rapporti di forza, consigliavano moderazione nell’esercizio del potere e invece la leadership post cha- vista ha scelto di accelerare il cammino della rivoluzione socialista contro l’altra metà del Paese, organizzando perfino, sotto le feste di Natale, l’esproprio proletario dei commercianti. Poi l’inflazione alle stelle (56 per cento), la carestia, la criminalità fuori controllo, culmi- nata nell’omicidio di Monica Spear, l’ex miss e reginetta delle telenovelas, ammazzata in una rapina mentre era in vacanza col marito e la figlioletta.

A febbraio il presidente Nicolás Maduro sembrava spacciato, sull’orlo di cadere nel vortice di un disastro politico strabiliante: essere riuscito a mandare quasi in default uno Stato petrolifero. Oggi la situazione è diversa. Il fronte dell’opposizione si è diviso fra chi punta sulla via, diciamo così, insurrezionale della protesta; e chi sulla conquista di una maggioranza sociale che porti a una vittoria elettorale fra qualche tempo. Leopoldo Lopez, il leader oppositore più radicale di tutti, è in prigione accusato di associazione a delinquere; il suo vice in esilio. 

Mentre Capriles, candidato unitario dell’opposizione sconfitto d’un soffio un anno fa da Maduro, rilascia interviste sostenendo che «la strategia delle barricate rischia alla lunga di rafforzare il regime». Spaccando gli oppositori, Maduro a suo modo ha vinto e ora può attendere che l’apice della crisi trascorra. Con lui per ora ha vinto anche il proconsole Valdés che può garantire all’Avana ancora qualche tempo di relazioni privilegiate con Caracas e il suo petrolio.

domenica 13 aprile 2014

Il Venerdì 25 Ottobre 2013 (un ritratto di Maduro)


DAL NOSTRO INVIATO
Omero Ciai
CARACAS - La notte, quasi tutte le notti, Nicolás Maduro risale con la Limousine presidenziale le colline di Caracas fino al Cuartel de la Montaña, la caserma del «4 febbraio», dove in una bara di marmo sono custodite le spoglie dell’ex presidente Hugo Chávez. «Vado lì e rifletto», ha detto. A volte ci dorme anche accanto al mausoleo del Jefe supremo di cui si considera «figlio», forse nella speranza di trarne ispirazione per i suoi compiti di go- verno. Altre volte Maduro riposa nella suite giapponese del palazzo presidenziale a Miraflores, ma evita accuratamente di usare tutte le stanze degli uffici che sono state conservate così come Chávez le ha lasciate e che verranno presto trasformate anch’esse in un museo. Maduro non abita neppure «la Casona», la residenza presidenziale, dov’è rimasta quasi tutta la famiglia dell’ex presidente, le figlie, i generi, i nipoti.


Ma mentre avanza il progetto di rendere immortali i luoghi e le gesta del comandante che non c’è più e si consolida il culto alla personalità dell’inventore del Socialismo del XXI secolo, è la sua creatura che rischia di finire in liquidazione. Che Nicolás Maduro, l’erede prescelto da Chávez prima di morire dopo una lunga battaglia contro il cancro il 5 marzo scorso, fosse appena un suo pallido, e semplicemente fedele discepolo, era noto. Meno noto, che in pochi mesi si trovasse a dover affrontare la più grave crisi economica dall’inizio della «rivoluzione bolivariana». Inflazione al 45,4 per cento, una penuria da carestia dei prodotti di prima necessità, black out elettrici, doppio regime con il dollaro comprato e venduto al mercato nero a un valore sette volte maggiore rispetto al cambio fisso imposto dal governo, corruzione dilagante, le casse del Tesoro statale sempre più vuote. Uno scenario da brividi per l’ex sindacalista e autista di autobus che sette mesi fa, era il 14 aprile, vinse le elezioni con appena un punto e mezzo in percentuale sul candidato dell’opposizione, facendo gridare alla truffa elettorale anche alcune Cancellerie di altri Paesi che tardarono diverse settimane ad accettarne la vittoria.

Di fronte alle difficoltà, la strategia non è cambiata rispetto agli anni di Chávez ma ormai è un po’ avvizzita. Maduro accusa l’opposizione, los escualidos (gli squallidi) della borghesia e l’imperialismo di ogni problema. Contro il Venezuela c’è «un complotto interno e internazionale». Anzi, in realtà, c’è anche di più, perché qualcuno, secondo Maduro, avrebbe già tramato per ucciderlo diverse volte. Così ora è sempre più necessario militarizzare l’economia, inviando i soldati dell’esercito dietro le casse dei supermercati per scongiurare le lunghissime code, e sollecitare il Parlamento a concedere al presidente i «superpoteri», quelli che gli consentiranno di governare con i decreti, esauto- rando i deputati dalla discussione delle leggi. Dopo la stentata vittoria d’aprile, all’ini- zio della sua avventura, sembrò che Maduro volesse attuare qualche correzione al model- lo chavista. E così venne interpretata la no- mina a vicepresidente per l’area economica di Nelson Merentes, un pragmatico incaricato di rettificare gli errori più grossolani nella gestione del Paese. L’esperimento è durato poco e al centro del potere è tornato l’anziano Jorge Giordani, un comunista molto ortodosso, di origini italiane, che ripete terrorifiche formulette del tipo «è nella penuria dei beni che la società trova l’essenza del socialismo». Insieme alla scomparsa della carta igienica, ormai un simbolo della crisi che ha convinto Maduro ad occupare con la polizia militare la fabbrica Manpa, il maggior produttore del Paese, e ad annunciare l’acquisto di milioni di rotoli sul mercato internazionale, l’ultimo fenomeno è paradossale. Il cambio ufficiale calmierato del dollaro ha creato un mercato illegale dei biglietti aerei accaparrati da bande che approfittano della differenza tra il valore della valuta a cambio fisso, garantita dallo Stato a chi dichiara di dover viaggiare all’estero, e la quotazione della valuta al mercato nero. Prendono a cambio fisso e rivendono al nero. Risultato: gli aerei sono strapieni e per acquistare un passaggio fra Caracas e Miami bisogna aspettare quattro, cinque, anche sei mesi.

Il nodo è l’eredità impossibile del modello economico voluto da Chávez e costruito intorno all’immensa, ma non infinita, rendita petrolifera del Venezuela che rappresenta oltre il 60 percento di tutto il bilancio statale. Oggi il Venezuela deve importare quasi il 90 percento di tutto ciò che si consuma e per farlo ha bisogno di un miliardo di dollari ogni settimana. L’inflazione, la penuria dei prodotti di base, la scarsità di valuta, il mercato nero o il peggioramento dei servizi pubblici – come scrivono molti osservatori - non sono il frutto di complotti e sabotaggi antibolivariani, ma l’inevitabile conseguenza di quin- dici anni di statalizzazione dell’economia, di inefficienza ed esagerata regolazione: dai controlli sui cambi e sui prezzi all’asfissia dell’iniziativa privata, che Chávez ha combattuto e distrutto perché apparteneva a chi considerava un nemico di classe. Il Venezuela non produce più quasi nulla e deve spendere quasi 60 miliardi di dollari all’anno per importare i beni consumati dai suoi 30 milioni di abitanti. L’uso dissennato dei fondi del petrolio, grazie ai quali Chávez ha finanziato tutte le campagne elettorali e tutti i programmi sociali, ha fatto il resto, lasciando agli eredi della rivoluzione bolivariana un sistema sull’orlo della bancarotta.

Da giovane Maduro era maoista, militava in un partitino filocinese. Poi, dopo l’incontro con Cilla Flores, una degli avvocati che difese Chávez al processo per il fallito colpo di Stato militare del 1992 - che l’allora tenente colonnello guidò dalla caserma dove oggi c’è il suo mausoleo -, Maduro divenne un seguace del santone indiano Sai Baba. Cilla gli riempiva di amuleti contro «le forze del Male» l’ufficio al ministero degli Esteri. È diventata sua moglie solo qualche mese fa, dopo anni di convivenza. Ma oggi che non è più soltanto «la prima combattente della rivoluzione», come la definì Maduro appena eletto presidente, ma anche ufficialmente la First Lady, Cilla abita da sola in una residenza che era destinata all’ospitalità di capi di Stato stranieri. Suo marito dorme con l’eroe. In realtà, la stampa dell’opposizione descrive Maduro come un gran corteggiatore, un galan cinquantenne che piazza le sue amanti in ambasciate e consolati in giro per il mondo. Voci, che nessuno però ha verificato. Nei circoli chavisti si dice che Maduro divenne il delfino designato di Chávez grazie a Fidel Castro che lo conobbe quando era ministro degli Esteri del Venezuela e lo suggerì al fraterno compagno perché gli ispirava fiducia.
Ma più che all’Avana, a cui comunque continua ad assicurare forniture di petrolio a prezzi scontatissimi, Maduro oggi guarda a Pechino. È dai cinesi infatti che ha ricevu- to l’ultimo prestito da cinque miliardi di dollari che gli ha dato un po’ di respiro. Le cifre però sono impietose e il disavanzo, fra ciò che il Venezuela guadagna in valuta esportando petrolio e ciò di cui ha bisogno per mantenere l’alto livello di importazioni e i programmi statali, aumenta. Circostanza che non preoccupa affatto Giordani, il filosofo della penuria, né l’ala più ortodossa del Psuv (Partito socialista unito del Venezuela), ma che ha già aperto il confronto nel governo e agita il sonno di Maduro accanto alle spoglie del valoroso comandante defunto.



venerdì 31 gennaio 2014

Buenos aires fine gennaio 2014

BUENOS AIRES - L'ingresso della Banca centrale a Buenos Aires è un tempietto neoclassico di colonne bianche non lontano da luoghi molto più carichi di passato e simboli: la plaza de Mayo, la Casa Rosada, la Cattedrale dell'episcopato. È il "microcentro" della capitale argentina, la City. Un reticolo di stradine pedonali dove di giorno è quasi impossibile camminare senza sbattere contro qualcuno ma che, dopo il tramonto, si svuota diventando un labirinto abbastanza pericoloso per l'incolumità del neofita.

È qui, nella Banca centrale, che si combatte in queste ore l'ultima guerra d'Argentina, la battaglia del peso. Sostenere la moneta locale dalla svalutazione sta costando alle riserve monetarie del Paese quasi 200 milioni di dollari al giorno. Tanti ne stanno gettando sul mercato i funzionari della Banca per impedire il disastro. Ma, a questi ritmi, è una guerra già persa. Sul campo minato della battaglia finanziaria l'Argentina ha già lasciato quasi 4 miliardi di dollari delle sue riserve nel breve volgere di dicembre e gennaio, l'estate australe da queste parti. Due mesi, massimo tre, dicono gli economisti, e quando lo Stato non avrà più dollari per sorreggere il valore della sua moneta arriverà il crac. Si salvi chi può.

D'altra parte basta dare uno sguardo alle cifre. Il dollaro si scambia sul mercato ufficiale controllato a 8 pesos mentre su quello "vero", parallelo, libero, continua a crescere. Era a undici, poi a dodici, oggi è a tredici. Il 60% di più. Per contenere la pressione, all'inizio della settimana, il governo ha dischiuso l'uscio. Ha svalutato e liberato parzialmente l'acquisto di dollari che era completamente proibito alle persone dalla fine del 2011. Non basta. La fuga dai pesos è ormai un fiume in piena e chiunque ha risparmi cerca di metterli al sicuro nelle monete forti.

Così l'Argentina è tornata a correre sull'ottovolante come alla fine del 2001 quando la crisi precipitò nel default, nella cancellazione del debito estero dei bond (che tanti risparmiatori italiani stanno ancora soffrendo) e in una delle svalutazioni più pesanti della storia. Lo scenario c'è tutto. L'inflazione cresce (+4% solo a gennaio), il deficit fiscale  -  ossia la differenza fra quanto lo Stato spende e quanto incassa  -  pure. Mentre i sindacati si preparano al rinnovo dei contrattipretendendo aumenti al di sopra del 30%, ossia l'inflazione reale del 2013. L'altro guaio che confonde la congiuntura è l'immagine di debolezza e confusione del governo.

La Presidenta Cristina Kirchner non c'è. A dicembre è scomparsa per settimane nei suoi possedimenti in Patagonia convalescente per una operazione. A causa di una caduta le si era formato un ematoma nel cranio. Ètornata a Buenos Aires solo per andare all'Avana dove, mentre il suo esecutivo tremava, si è fatta fotografare insieme a Fidel Castro e alla moglie dell'anziano ex lider maximo, Delia Soto del Valle. Ha evitato accuratamente il vertice economico di Davos. È nervosa, distratta.

Forse vorrebbe addirittura mollare prima di essere travolta dalla tempesta in arrivo. In tv vanno, una volta per uno, il capo dell'esecutivo, Capitanich, e il ministro dell'Economia, Axel Kicillof. Provano a mettere delle pezze. Chi compra dollari per la paura del crollo del peso è "un traditore della patria", affermano. "L'ultima svalutazione non avrà effetto sui prezzi", giurano. Altrimenti minacciano multe e sanzioni ai negozi che "speculano".

Ma il circolo ormai è vizioso e nessuno sa veramente cosa fare perinvertire lo scivolone ormai dietro l'angolo. Se lo Stato spende i suoi dollari per sostenere il peso, non ne ha per finanziare le importazioni. I supermercati si svuotano, le fabbriche si fermano. La scarsità dei prodotti rilancia l'inflazione. Nessuno vende perché non sa quanto costerà domani quello che ha. Così si favoleggia di container alla rada lontano dal porto pieni di mercanzie che gli importatori non scaricano. Aspettano per evitare di perderci.

Il problema  -  dice un analista finanziario  -  è che a Buenos Aires da tempo "il denaro scotta in mano". Una famiglia di classe media che ha risparmi in pesos non sa cosa farsene senon osservare come perdono valore. Non li mette in buoni del Tesoro perché dopo il fallimento del 2001 non si fida. Fino all'altro ieri non poteva neppure cambiarli in dollari perché era proibito.

E non può neanche investirli nel mercato immobiliare perché, da quando Cristina ha deciso che le transazioni per l'acquisto di immobili possono avvenire solo in pesos, nessuno vende più. Stagflazione è la parola maledetta. Vuol dire stagnazione economica, crescita inesistente del Pil con inflazione alta. È comunque il destino prossimo dell'economia argentina se i suoi piloti riusciranno a salvarla dal tracollo del default della fine dei dollari nelle casse del Banco Centrale.

In fondo è uno scenario semplice, il governo dovrebbe tagliare, e molto, le spese. Ma non può, senza incendiare il Paese. In questa strettoia da brividi Capitanich e Kicillof si trovano abbandonati dalla Presidenta. Kicillof è un ministro dell'economia molto giovane. Poco più di quarant'anni. Ha assunto l'incarico a dicembre scalzando il suo rivale perché, si dice, ha sedotto Cristina intuendone la psicologia. È piuttosto bello, ma anche un po' presuntuoso. Kicillof è un simpatizzante di Carlo Marx. Da assistente all'Università faceva lezioni sul plusvalore e sul feticismo delle merci. Ora vorrebbe smentire i manuali d'economia e avviare l'Argentina verso la "fine del capitalismo".

Nuove tormente sembrano inevitabili anche se la differenza con il 2001 è profonda. Questa volta l'Argentina è da sola con i suoi ciclici drammi politico- economici. Si teme un contagio regionale, ma nulla di più. Il Paese della Kirchner è da tempo fuori dai mercati del credito, litiga con l'Fmi e non ha forme per finanziare i suoi debiti. Gli investimenti stranieri se ne sono andati verso la Colombia, nuovo gioiello dell'economia sul Pacifico. Se il peggio deve ancora arrivare la politica già si muove per spartirsi il dopo Cristina. Sperando che non sia così drammatico come si preannuncia.

Le elezioni sono lontane, in teoria. Fine 2015. Ma Cristina ci arriverà? Una variabile positiva, si sostiene nella capitale, questa volta potrebbe essere il Papa argentino. Sui giornali adesso Bergoglio furoreggia per la copertina diRolling Stone e il disegno nel quale vola come Superman. E c'è perfino un aspirante candidato che attende la benedizione dal Vaticano per la lanciarsi nella scalata alla Casa Rosada. È il presidente del Parlamento Julian Dominguez che sogna un movimento alla Solidarnosc, Wojtyla più Walesa, per rimettere a posto il Paese e regalargli un futuro meno tragico.

Poi c'è anche chi se ne va. È triplicato in pochi mesi il numero degli argentini che scelgono di spostare la residenza nel vicino Uruguay. Lungo le spiagge di Punta delEste. Hanno cominciato gli intellettuali e gli artisti come la disegnatrice Maitena, famosissima qui per una deliziosa striscia di comics, e il ballerino Julio Bocca. E la tendenza ha successo.

D'altra parte perché restare a Buenos Aires che sarà anche bella ma è sporca, pericolosa, caotica e dall'avvenire incerto? Molto meglio il piccolo Stato riformista di Pepe Mujica. Magari noioso, ma ben governato e accogliente dall'altra parte del Rio de la Plata. Chi non può, e sono naturalmente la stragrande maggioranza, attende intrepido. L'Argentina è sull'ottovolante del suo ennesimo tango monetario e nessuno può prevedere quando e soprattutto come scenderà.

venerdì 3 maggio 2013

Le duellanti (il Venerdì 3 maggio 2013)


BUENOS AIRES. Nelle ore libere, quando viaggia per lavoro, Dilma Rousseff si tuffa nei musei; Cristina Kirchner, invece, corre a fare shopping. A Dilma piacciono le opere liriche, Caravaggio e Dostoevskij; a Cristina semplicemente non indossare mai due volte lo stesso vestito. Dilma divora libri, Cristina collane e gioielli. Dilma è pragmatica, Cristina è retorica. La prima è presidente del Brasile da poco più di due anni e gode di una straordinaria popolarità, il 78 per cento; la seconda guida l’Argentina dal 2008 ma ormai l’appoggia meno del 30 percento degli elettori. Dilma e Cristina si incontrano ogni tre o quattro mesi nei bilaterali periodici di due Paesi confi- nanti. All’inizio Dilma si divertiva moltissimo negli incontri con Cristina e sosteneva che fossero incredibili. La prima volta disse al ministro degli esteri, Antonio Patriota: «È andata benissimo, ha parlato solo lei e dopo dieci minuti s’è  messa in testa di spiegarmi il Brasile». Ma ora, da quando la Kirchner ha scelto la via autarchica restringendo gli scambi mercantili con Brasilia, le loro relazioni sono più ruvide e il duello a tut- to campo. L’attivo della bilancia com- merciale a favore del Brasile è crollato dai 6 miliardi di dollari del 2011 agli 1,5 del 2012 e le grandi imprese verdeoro disinvestono o rivedono i loro progetti di sviluppo nel Paese vicino. In un continente spostato quasi tutto a sinistra, Dilma e Cristina sono diventate anche nemiche ideologiche. L’Argentina fa asse con la tendenza iperpopulista del post- chavismo in Venezuela ed è invidiosa e sospettosa verso la nuova centralità geopolitica del Brasile che ha ormai sostituito in America Latina, come nuova potenza emergente, l’egemonia culturale, economica e politica che in altri tempi appartenne a Washington.

Dilma lavora moltissimo. È precisa, attenta, organizzata, impeccabile. Cristina arriva sempre in ritardo. È arrogante con i partner politici e si dimentica gli appuntamenti, anche quelli con i capi di Stato stranieri. In economia Dilma ap- plica le regole del mercato e combatte l’inflazione; Cristina la nasconde, tanto che l’Economist ormai da tempo si rifiu- ta di pubblicare i dati ufficiali taroccati di Buenos Aires, e Christine Lagarde, se- gretario Fmi, li ha sconfessati più volte. La Rousseff ha affrontato la piaga endemica della corruzione in Brasile licenziando sette ministri indagati, tutti ere- ditati dai governi di Lula, in due anni. Pa- ga le cene di lavoro con la sua carta di credito personale e costringe i ministri che l’accompagnano a dividere il conto. La Kirchner fa quadrato se uno dei suoi collaboratori finisce sotto la lente d’ingrandimento di un magistrato e lo difende attaccando pubblicamente giudici e tribunali. Dilma è liberal, Cristina è autoritaria. Una prova evidente è la sua battaglia contro stampa e tv. La presidenta brasiliana è felice quando concede conferenze stampa, Cristina non lo fa mai, usa soltanto gli interventi in catena, contemporanea- mente su tutti i canali televisivi, per affermare senza contraddittorio quel che vuole. Dilma ama la radio e tutti i lunedì risponde alle domande in un programma molto seguìto. Cristina odia i giornalisti e li fugge come la peste. Per aggredire il potere dei mass media privati in Argentina ha fatto una legge cercando di limitarne il peso. E quando hanno chiesto a Dilma cosa ne pensasse delle norme sul- la stampa in Argentina, ha risposto che l’unico controllo sull’informazione che condivide e conosce è quello del telecomando della sua tv.

Cristina è vedova, Dilma è divorziata e single. Ma anche nelle faccende più personali le due donne dell’America La- tina non potrebbero essere più diverse. Cristina è milionaria. È diventata ricca con le speculazioni immobiliari in Pata- gonia, dove suo marito, l’ex presidente Nestor morto nel 2010, era governatore regionale. Vive con i due figli, Máximo e Florencia, nella vasta fattoria della resi- denza presidenziale di Olivos. Dilma ri- siede in un palazzo molto più austero, quello della Alvorada alla periferia di Brasilia, disegnato da Oscar Niemeyer negli anni Cinquanta, con la mamma Dil- ma Jane e la zia Arilda. Nei weekend ar- rivano la figlia Paula con il nipotino Ga- briel, due anni e mezzo, e l’ex marito Car- los Araújo con la sua nuova compagna. Il soprannome di Dilma è Giovanna d’Ar- co, perché così la chiamavano durante la dittatura quando giovanissima entrò in un gruppo guerrigliero, venne arrestata e torturata, e rimase in carcere per due anni con il solo sollievo – ha ricordato una sua amica – del tango-jazz di Astor Piazzolla.

Cristina invece è diventata Evita-Bo- tox, per le numerose citazioni dell’icona peronista Eva Perón nei suoi discorsi e i ripetuti interventi di chirurgia plastica al viso. Anche nella scelta dei collabora- tori non potrebbero essere più distanti. Dilma s’è circondata di donne nel suo staff. Al vertice del potere c’è un trium- virato tutto al femminile formato dalla stessa presidente, da Gleisi Hoffman, suo capo gabinetto, e da Ideli Salvati, mini- stro per le relazioni istituzionali. Poi nel governo ci sono altri otto ministri donne. E donne Dilma ha nominato sul- le poltrone più importanti dell’ammini- strazione pubblica, come Maria das Graças Foster oggi numero uno di Petrobras, il gigante petrolifero brasiliano. Cristina al contrario si circonda di uomini. E se- condo un libro appena uscito a Buenos Aires, alcuni di loro sono stati o sono suoi amanti. Cosa che li farebbe salire o scen- dere, a seconda dei capricci della presidenta, nella scala del potere. Si spiegherebbero così alcune improvvise e meteoriche carriere.
Entrambe sono arrivate al seggio più alto grazie a un uomo. Ma mentre Cri- stina è stata di fatto un’alternativa co- niugale, Dilma è stata scelta per le sue capacità e la sua preparazione. Così se la prima è sentimentale e iperbolica, la seconda è formale e pragmatica. Dilma ha 65 anni, Cristina 60. Il mandato per tutte e due scade nel 2015. La brasilia- na potrebbe continuare guidando il suo Paese nel doppio appuntamento inter- nazionale che ospiterà. Prima i mondia- li di calcio del prossimo anno, poi le Olimpiadi del 2016. L’ex presidente Lu- la ha già annunciato che tornerebbe in pista solo se sarà Dilma a rinunciare al- la possibilità di una rielezione. In Ar- gentina la Kirchner ha dapprima provato la strada di una modifica costituzionale per potersi ripresentare, poi ha esaminato l’ipotesi di lanciare una candidatura di suo figlio Máximo. Ma, secondo i sondaggi, le elezioni parlamentari del prossimo ottobre dovrebbero cancellare ogni sua aspirazione a perpetuarsi. In ogni caso il futuro della democrazia in America Latina dipenderà anche dalla supremazia di un modello sull’altro. Una sinistra arcaica, populista, e anche totalitaria, come l’immaginava Hugo Chávez; oppure un’altra, liberale e prag-matica. Dilma o Cristina?
Omero Ciai


sabato 27 aprile 2013

intervista yoani sanchez repubblica 27 aprile 013

SABATO, 27 APRILE 2013
 
Pagina 19 - MONDO
 
Il personaggio
 
“Questo regime ha i giorni contati la mia Cuba è pronta a risorgere”
 
La blogger Yoani Sánchez, icona del dissenso nell’isola di Castro
 
 
 
 
OMERO CIAI

«CHE bello respirare». Yoani Sánchez arriva in Italia. La blogger cubana domani sera sarà a Perugia per il Festival del giornalismo. Poi Torino, Monza: tre rapide tappe nel suo vorticoso giro del mondo iniziato in Brasile il 18 febbraio scorso. «Sono felice e confusa — dice —. In poche settimane ho incontrato Mario Vargas Llosa, i deputati del Congresso Usa, ho visto New York e ho potuto abbracciare tutti quelli che mi hanno sostenuto in questi anni. Mi sembra di avere milioni di amici».
Quante volte ha chiesto il permesso d’uscita prima di ottenerlo?
«Negli ultimi dieci anni venti volte, le ho contate».
Adesso ha paura di tornare sull’isola?
«Temo che possano vendicarsi con me, screditarmi e calunniarmi di fronte ai miei concittadini. Ma soprattutto temo per mio figlio Teo che ha quasi diciotto anni e che ad agosto entrerà nell’esercito per fare il servizio militare obbligatorio. Non l’aiuterà essere mio figlio».
Ha mai pensato che potrebbero impedirle di rientrare all’Avana?
«Si, ma la riforma migratoria approvata da Raúl parla chiaro: un cubano può stare fuori dal paese anche più di due anni, conservando il diritto a tornarci. Io ho lasciato l’isola poco più di due mesi fa. Comunque se speravano che restassi all’estero li deluderò. Il mio futuro è a Cuba, se non mi lasciassero rientrare sarei il primo
balseroal
rovescio, proverei a raggiungere l’isola su una zattera ».
Bahia, New York, Washington, Miami, Lima, Praga, Madrid: in poche settimane ha visitato molte città, quale l’ha impressionata di più?
«La verità è che ogni volta che arrivo in un luogo nuovo penso che sia il posto più bello dove sono stata, sono sicura che mi succederà lo stesso anche con l’Italia ».
A Miami ha incontrato gli esuli cubani, com’è andata?
«Sono rimasta molto colpita dalla pluralità di opinioni. Essendo cresciuta con la propaganda castrista avevo anch’io un’immagine distorta dell’esilio. La “mafia cubana”, come dice Fidel Castro, i
gusanos.
Invece ho incontrato tanti giovani senza spirito di rivalsa».
L’embargo americano andrebbe
abolito?
«Assolutamente sì. Soprattutto perché è inutile e perché è il
grande pretesto del regime. Giustifica tutti i mali di Cuba. Poi anche perché è solo apparenza. Tutti i giorni a Cuba mangiamo polli congelati cresciuti in America. Gli Stati Uniti sono uno dei principali soci commerciali dell’isola
ormai».
Come giudicherebbe l’avvio di un negoziato fra Raúl Castro e Barack Obama per ristabilire le relazioni fra i due paesi?
«Dovrebbe essere un tavolo a
quattro. Raúl Castro non è stato liberamente eletto dai cubani e ad un eventuale negoziato dovrebbero partecipare anche rappresentanti dell’esilio e della società civile di Cuba».
È ottimista sul futuro dell’isola?
«Credo che si stiano avvicinando nuovi tempi e per molte ragioni. La generazione della rivoluzione che è ancora al potere è ormai molto anziana e a Cuba
sta risorgendo la società civile. Giornalismo indipendente, blog, iniziative, voglia di libertà. Poi con la morte di Chávez c’è la crisi del sostegno venezuelano, un elemento decisivo che, se viene meno, costringerà il regime a scelte importanti. Infine l’apertura che ci siamo conquistati. Fino a qualche anno fa era impossibile raccontare l’isola dal di dentro. La tecnologia ci protegge».
Non la stupisce che l’opposizione cubana in Europa sia accolta sempre con più attenzioni dalla destra piuttosto che dalla sinistra?
«È tristissimo. A Madrid i deputati della Izquierda Unida si sono rifiutati di partecipare all’incontro con me in Parlamento. È incomprensibile perché una parte della sinistra che dovrebbe essere a favore della società civile, dei diritti, della libertà, difende un regime autoritario, tirannico, arrogante e gretto».
Le riforme di Raúl Castro sono state interpretate in Europa come l’inizio di una svolta, cosa ne pensa?
«Oggi penso al regime come alla parabola della casa nell’Avana vecchia, la conosce? Dice così: la vecchia casa è in rovina, i muri sono scrostati, le finestre sbilenche, le scale rotte, la porta non si chiude. Tutto tranquillo finché un giorno il suo proprietario non decide di iniziare a riformarla. Ma appena mette la chiave nella serratura crolla tutta la casa».
È la differenza fra Fidel e Raúl Castro.
«Appunto, Fidel sapeva che il sistema non era riformabile. E conservava il potere grazie alla repressione e al suo carisma. Raúl per farsi accettare è stato costretto a inserire alcune riforme con l’obiettivo di mantenere il potere ma il regime gli cadrà sulla testa».
Quando tornerà a Cuba e cosa farà?
«Torno prima della fine di maggio e farò la giornalista, ormai è la scelta della mia vita: vorrei fondare un giornale, un giornale vero che parli alla gente e che possa sopravvivere alla fine del castrismo».
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sabato 20 aprile 2013

Così lo slogan che non piaceva alla sinistra seppellì Pinochet (Il Venerdì 19/04/2013)


Come può l’idea creativa di uno spot elettorale cambiare la storia di un Paese? È il 
soggetto del film "No" del regista Pablo Larraín, sul referendum del 5 ottobre 1988, in Cile. La storia racconta la vicenda di Eusebio Garcìa, nel film lo interpreta Gael García Bernal, il pubblicitario che inventò una campagna rivoluzionaria per l’epoca, imponendo all’austero fronte dell’opposizione di dimenticare i messaggi politici, le atrocità della dittatura, il dolore delle vittime, per concentrarsi su una semplice idea di futuro. Un arcobaleno, un No e uno slogan, Arriva l’allegria, che fecero scuola.
Pinochet era certo di vincere il referendum, l’aveva indetto cedendo alle pressioni internazionali per convincere il mondo che il popolo stava dalla sua parte e che non era un dittatore. Invece perse: tre milioni di cileni votarono per lui e quattro contro, aprendo la strada al ritorno della democrazia.


Veramente fu tutto merito di uno spot?
«Penso proprio di sì» dice al Venerdì il vero protagonista della storia, il pubblicitario Eusebio Garcìa. «A poche settimane dal referendum i sondaggi davano per certa la vittoria del Sì e dunque di Pinochet. La gente aveva molta paura di quello che sarebbe potuto accadere se avessero vinto gli oppositori. Qualsiasi cambiamento poteva essere percepito come pericoloso: è ciò che accade con le dittature quando una parte della società finisce per abituarsi alla repressione apprezzandone piccoli vantaggi come il calo della criminalità. Per l’opposizione il rischio era la paura: era diffuso il timore che la caduta del dittatore avrebbe aperto le porte a una stagione di crisi e di scontro sociale molto forte».
Bastò uno slogan a placare queste inquietudini?

«Il nostro obiettivo era cambiare la logica dello scontro. Per la dittatura valeva un solo principio: Se stai con me sarai premiato, se stai contro di me sarai castigato. E per castigo si intendevano punizioni atroci: potevi essere arrestato, torturato, o sparire per sempre. Noi non facemmo altro che cancellare questa logica di contrapposizione e sostenemmo un’idea di coinvolgimento. Non attaccammo mai gli elettori di Pinochet, ma soltanto lui e mai in modo aggressivo. Volevamo che fosse chiara una cosa: non eravamo persone pericolose e il nostro obiettivo era ricostruire il Paese salvaguardando la pace sociale».
Fu molto complicato convincere i partiti dell'opposizione ad accettare le sue idee sul modo di fare la campagna elettorale?
"All'inizio fu molto difficile. La nostra strategia era vista come una stranezza. Dopo anni di dittatura c'era un comprensibile desiderio di rivalsa, volevano raccontare al mondo chi era veramente Pinochet, sottolineare tutto il male che aveva fatto. Questo secondo noi sarebbe stato un disastro perché significava ricadere nella logica dello scontro, della rottura. Era necessario un messaggio diverso. Dovevamo cancellare la paura".
Che genere di paura?
«Gli elettori di sinistra temevano che se Pinochet avesse perso sarebbe divetato ancora più feroce. Erano convinti che il dittatore non avrebbe accettato democraticamente i risultati. Gli elettori di destra, invece, temevano una vendetta. Immaginavano che una sconfitta di Pinochet avrebbe scatenato una resa dei conti in cui gli oppositori sarebbero andati casa per casa a scovare i sostenitori del regime. In queste condizioni, accettare lo scontro e proporre una campagna elet- torale violenta sarebbe stato controproducente anche per noi. È per questo che proponemmo l’idea dell’allegria, di un Paese nuovo, della pace sociale».
Crede che il film rappresenti bene quei giorni?
«Assolutamente sì. Nel film di Larraín sono raccontati bene tutti i passaggi, emergono la rabbia e la voglia di affer- marla nel momento in cui, per la prima volta dal golpe del ‘73, il regime concedeva all’opposizione uno spazio per dire ciò che pensava. Tanto in tv quanto per le strade. Sono ben rappresentati anche gli scontri che avemmo con gli oppositori del regime. E come arrivarono ad accettare il nostro progetto».
Dopo tutto, quella del referendum fu una campagna elettorale così rivoluzionaria per il Cile che ancora oggi viene presa a modello.
«Nella sua essenza, una campagna simile è stata riprodotta in Cile per Michelle Bachelet e in molti altri Paesi dell’America Latina: basti pensare alla strategia messa in campo per Lula in Brasile... Però bisogna ammettere che la sinistra paga ancora il prezzo di una reticenza verso la comunicazione politica e il marketing. Hanno paura che accettando i criteri della pubblicità stiano vendendo una saponetta e non un progetto politico».
Che cosa ricorda di quei giorni?
«Fu un momento eccezionale. Dopo quindici anni per la prima volta c’era la possibilità di abbattere la dittatura. Era molto emozionante, ma anche pericoloso. Stavamo provocando il dittatore mentre era ancora al potere e con tutta la forza dell’apparato militare. Lavorammo senza mai fermarci per settimane. La campagna nacque dall’idea dell’arcobaleno e fu l’in- tuizione decisiva. Quando vedemmo lo spot finito e l’accoglienza che aveva nelle sessioni di prova prima del passaggio in tv ci rendemmo conto che il referendum si poteva vincere».
Che relazione c’è tra il film e il libro di Antonio Skármeta, I giorni dell’arcobaleno?
«Il libro di Skármeta è stata l’ispirazione del soggetto per il film. E poi sia io che Larraín condividiamo la lezione di fondo dello scrittore quando sostiene che l’immaginazione può cambiare la società. Fu esattamente quel che accadde».

Perché lei che all’epoca era un giovane pubblicitario con un buon lavoro e un si- curo avvenire rischiò di per
dere tutto partecipando a una campagna contro il regime?
«Mi invitarono e non avevo altra scelta nella mia coscienza. La mia era una famiglia di socialisti. Mio padre aveva perso il la- voro dopo il golpe di Pinochet. Mia sorella era andata in esilio. C’erano miei amici che erano stati arrestati. La possibilità di prendere parte alla sconfitta di Pinochet era una opportunità che non potevo lasciarmi scappare, anche rischiando di perdere tutto».
Omero Ciai