sabato 31 ottobre 2015
Argentina, Daniel Scioli l'erede sgradito dei Kirchner (Repubblica, 20 ottobre 2015)
DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI
BUENOS AIRES
DANIEL Scioli si concede tra un tackle e l'altro. Trotterella e risponde: "Amo l'Italia, è la mia seconda patria", dice mentre si riposa dalle fatiche di una partita di calcetto nel complesso sportivo che ha fatto costruire accanto alla sua villa nella periferia ricca della provincia di Buenos Aires. "Mi pare che Renzi stia facendo un ottimo lavoro", "Se divento presidente dell'Argentina voglio stringere nuovi rapporti politici e economici con l'Italia". Il suo bisnonno, Luigi, arrivò qui da Campobasso alla fine dell'800. Lui ha conosciuto bene l'Italia quando gareggiava con i motoscafi offshore . Andava sempre a Lecco da Fabio Buzzi, il famoso pilota e costruttore di barche da corsa. Oggi va tutti gli anni a Modena per il braccio ortopedico, il destro, che porta da quando nell'89 ebbe un gravissimo incidente mentre correva lungo il delta del fiume Paranà. Scioli, caso raro tra gli oriundi d'Argentina, parla bene l'italiano anche grazie alla moglie, Karina Rabolini, che da giovane era modella e sfilava a Milano.
Governatore peronista della provincia di Buenos Aires dal 2007, 58 anni, è il candidato alla presidenza nelle elezioni del 25 ottobre con maggiori possibilità di succedere a Cristina Kirchner. È, anche, l'erede sgradito di Cristina. La presidenta ha dovuto accettarlo e sostenerlo perché, tra i possibili successori, era largamente quello con più elettori potenziali. Non è stato un gran governatore ma gli vogliono bene. Ha l'aria da brava persona e, nonostante sia in politica da quasi un ventennio, lo cooptò Menem alla fine degli Anni '90, è riuscito a conservare l'immagine del politico per caso in un Paese devastato dalla corruzione dei politici. Un campione dello sport, ha vinto otto titoli mondiali con il suo motoscafo offshore , ricco e benestante - suo padre aveva l'unica concessione per vendere gli Electrolux svedesi - molto prima di scendere in politica. Come stasera mentre gioca a calcetto in una squadra di ragazzini che, evidentemente, lo sopportano solo perché, oltre a essere il proprietario del team, è una "vecchia gloria", molto intimo di Maradona e Carlos Tevez. Lo chiamano "Pichichi", come il trofeo per il capocannoniere del campionato di calcio in Spagna, veste una maglietta numero 9, e gli fanno anche segnare un gol.
Non si ricorda come un gran governatore ma c'è sempre, soprattutto quando accade qualche tragedia. Manda telegrammi di cordoglio a tutti e corre dai parenti quando, come succede spesso, sequestrano o ammazzano qualcuno per rapinarlo. La sua legge migliore, merito della moglie che non può avere figli, è stata quella che rende gratuita per tutti la procreazione assistita. Con il romanzo peronista dei Kirchner, la coppia che ha governato l'Argentina dopo il default del 2001 (prima Nestor, morto d'infarto nel 2010, poi per due mandati, sua moglie Cristina) Scioli non ha mai avuto grande feeling. Con Nestor, che all'inizio lo volle come vicepresidente, litigò per i sussidi statali alle tariffe dei servizi (acqua, luce, gas e telefono) e sui diritti umani per l'abolizione dell'amnistia ai militari della dittatura. "Un paese serio - diceva Scioli - non annulla le sue leggi". Nestor lo isolò e lo umiliò. Lasciando la vicepresidenza Scioli voleva candidarsi a sindaco di Buenos Aires ma Kirchner voleva allontanarlo e lo costrinse a optare per la provincia. Dalla Casa Rosada Cristina lo ha odiato e preso spesso in giro in pubblico mentre lo lasciava senza fondi per pagare gli stipendi dei funzionari locali. All'epoca, qualche anno fa, intervenne in difesa di Scioli addirittura Maradona: in tv, pregando Cristina di liberare i soldi dello Stato centrale.
Così il resiliente Scioli, capricorno testardo e determinato - è nato il 13 gennaio del '57 - , capace di riemergere da qualsiasi sventura della vita come quando vinceva senza un braccio le gare in offshore ha avuto la sua rivincita, la candidatura presidenziale peronista. Il suo vero problema adesso è che rischia di essere arrivato tardi alla festa. La doppia tenaglia della crisi della Cina, che qui compra soia e minerali, e di quella del Brasile, che assorbe il 50% dell'export argentino, possono mettere al tappeto Buenos Aires. Cristina, nel suo fervore populista, ha già speso tutto quel che c'era e la Banca centrale ha prosciugato le riserve in dollari per non svalutare la moneta locale, il peso. Gli economisti disegnano scenari tragici per il prossimo governo: crescita zero, svalutazione e aumento della disoccupazione. Scioli non vuole parlarne ma neppure i suoi avversari. L'Argentina vive una stagione di grande polarizzazione. Meno della metà del Paese a qualsiasi prezzo con Cristina, gli altri tutti contro. Ma gli altri, gli "anti-kirchneristi", sono divisi e, per questo, Scioli potrebbe vincere già al primo turno domenica davanti a Mauricio Macri e a Sergio Massa, oriundi d'Italia anche loro. In Argentina si diventa presidente, evitando il ballottaggio, se si supera il 40% dei suffragi con un vantaggio di almeno dieci punti sul secondo. È lo scenario a scaletta degli ultimi sondaggi: Scioli 40, Macri 30, Massa 20.
Quando gli domandano se continuerà il "progetto Kirchner", quello dell'Argentina autarchica, nazionalista ma ideologicamente solidale e populista, Scioli risponde: "Governerò alla mia maniera, correggendo quel che non va". Ma Cristina Kirchner in realtà lo ha già blindato. Intorno a Scioli vigilerà "La Campora", l'associazione giovanile kirchnerista guidata dal figlio di Cristina, Massimo, che si presenta deputato. Lei, dice, che se ne andrà in Patagonia, a Santa Cruz. Ma tutti sono convinti che resterà dietro la porta della Casa Rosada in attesa che il suo erede fallisca. Per tornare fra due ali di folla come Perón il 17 ottobre di 70 anni fa. E ricominciare il romanzo peronista, Eva e Perón, lei e Nestor, che ora Scioli vuole, senza alcun diritto dinastico, occupare.
sabato 24 ottobre 2015
Crisi, scandali e colpi bassi. In Brasile è assedio a Dilma e anche Lula la sfiducia (Repubblica, 23 ottobre 2015)
DAL NOSTRO INVIATO
OMERO CIAI
Il Parlamento del Brasile è uno dei luoghi più
originali del mondo. Siccome può entrarci chiunque, basta presentare un
documento, i suoi corridoi sono spesso attraversati da cortei interni di
manifestanti che protestano. Ci sono gli indios dell'Amazzonia che hanno
qualche problema da risolvere; femministe contro una nuova legge antiaborto;
operai licenziati; ambientalisti: un putiferio di contestatori in cerca di
ascolto e soluzioni come in una immensa agorà. Qui, l'opposizione al governo di
Dilma Rousseff, cerca, da settimane, i numeri per ottenere l'avvio della
procedura di impeachment della presidenta dopo gli scandali politici -
Petrobras su tutti - e le grandi manifestazioni in tutte le principali città
del Paese che hanno chiesto una svolta in una situazione che diventa ogni
giorno di più ingovernabile. L'assedio a Dilma è ormai un'agonia quotidiana in
un contesto che sembra davvero quello della tempesta perfetta: crisi economica,
crisi politica (il governo non ha più maggioranza parlamentare), e crisi istituzionale
(almeno un quinto dei 500 deputati del Congresso sono coinvolti nelle indagini
di corruzione). L'altro ieri è stata presentata al presidente della Camera, Eduardo Cunha, una nuova richiesta per la procedura di impeachment che dovrà
valutare nei prossimi giorni. Cunha è un leader degli evangelici, è diventato
presidente della Camera perché il suo partito, il centrista Pmdb, è alleato di
Dilma. Ma ora lui è un suo nemico. E nell'esecutivo si teme che possa fare
qualsiasi cosa, anche per spostare l'attenzione da una inchiesta che lo vede
coinvolto e accusato di possedere fondi
provenienti dalla corruzione in almeno quattro conti segreti in una banca
svizzera. Nel parlamento brasiliano ci sono 28 partiti, molti piccoli e
piccolissimi, che ballano da una parte all'altra intorno ai tre maggiori (PT
-sinistra -, Psdb - opposizione -, Pmdb -centristi-) e quello che ieri sembrava improbabile, la
messa in stato d'accusa di Dilma, domani potrebbe diventare facilmente realtà.
I fronti della battaglia oggi sono almeno quattro. C'è il
tribunale dei Conti che ha respinto il bilancio delle spese del governo per il
2014. E sulla base del quale, per "irresponsabilità istituzionale", è
stata presentata l'ultima richiesta di impeachment. C'è il tribunale elettorale,
che sta esaminando le denuncie sull'ultima campagna presidenziale (autunno
2014), nelle quali Dilma è accusata di uso di fondi illeciti. C'è il
Parlamento. E c'è, infine, il tribunale del Parana, dove prosegue "Lava
Jato" (lava auto), la madre di tutte le inchieste sulla corruzione
politica. Gli scenari dell'accerchiamento alla presidenta sono due, ci spiega
Carlos Zarattini, vice capogruppo alla Camera del Pt. Se l'impeachment inizia
in Parlamento a cadere sarebbe solo lei e, particolare per nulla insignificante,
a prenderne il posto fino alla fine del mandato (2018) sarebbe il vice
presidente Michel Temer, esponente del Pmdb, stesso partito di Cunha, alleato
ma non troppo del Pt di Lula. "E sarebbe un golpe", ripete Dilma. Se
invece l'impeachment inizia nel tribunale elettorale cascano tutti e si va a
nuove elezioni entro 90 giorni. Insomma una classica sceneggiatura dove colpi
bassi, ricatti, e prebende da basso impero in Parlamento la fanno da padroni.
In realtà l'altro problema sul palco del teatro politico è che l'opposizione è
divisa sulla strada da seguire per ottenere l'obiettivo della fine anticipata
della presidenta. Aecio Neves, il candidato dell'opposizione Psdb sconfitto da
Dilma nell'ottobre scorso per una manciata di voti, punta dritto alla messa in
Stato d'accusa mentre il padre nobile dello stesso partito, l'ex presidente
Fernando Henrique Cardoso, invita alla calma, a evitare una rottura
costituzionale e preferirebbe, forzando il tormento, le dimissioni di Dilma.
Isolata nella sua torre d'avorio presidenziale, l'elegante
palazzo dell'Alvorada disegnato da Niemeyer all'estremità di Brasilia sulle
sponde del lago Paranoà, Dilma Rousseff sa benissimo che, se anche riuscirà a
sopravvivere alla baraonda parlamentare, il suo destino lo deciderà l'economia.
Dopo un fantastico decennio di crescita il Brasile è entrato in una recessione
che, per gli esperti, durerà almeno due anni. La disoccupazione cresce e è
previsto che entro febbraio 2016 superi la soglia psicologica del 10 percento. Il
real, la moneta brasiliana, si è già svalutato di oltre il 30% in pochi mesi. Le
maggiori agenzie internazionali di rating hanno derubricato il debito del
Brasile al limite dei bond spazzatura nonostante il governo continui a
contenere il deficit tagliando la spesa sociale. E qui scoppia l'ultima
disgrazia di Dilma. Ormai è isolata soprattutto nel Pt, il suo partito.
"Tagli, tagli e ancora tagli. Non può continuare così - dice Carlos
Zarattini -. Bisogna cambiare la politica economica, scegliere misure anticicliche,
lo Stato deve riprendere a investire". Lula, leader indiscusso della sinistra
brasiliana, ha chiesto la testa di Joaquim Levy, il ministro dell'economia
liberista, scelto anche con il suo appoggio da Dilma l'anno scorso per
rimettere a posto i conti del bilancio statale e calmare il nervosismo dei
mercati. Ma lei, per ora, resiste. Convinta che solo risanando si potrà poi
ricominciare a crescere. Lula, invece, che non nasconde il suo desiderio di
ripresentarsi candidato alla presidenza non può rinunciare a quel che ha
costruito: i 30 milioni di brasiliani usciti dalla miseria, parte dei quali,
senza i programmi sociali dello Stato, rischiano di tornarci. Lo scontro è
duro. E Lula, inseguito anche lui dai giudici del "Lava Jato",
soprattutto per colpa di figli e cognate che avrebbero approfittato della
parentela per arricchirsi, viene ormai a Brasilia tutte le settimane per
assediare, perfino lui, la presidenta che scelse come erede. Cercò di
convincerla già l'anno scorso a non ripresentarsi per un secondo mandato
lasciandogli subito campo aperto. Ora, con l'appoggio del partito, vuole
commissariarla. Almeno sulla politica economica. Intanto, stasera, estradato
dall'Italia, torna per scontare la condanna a dodici anni di carcere, Henrique
Pizzolato, il banchiere del Mensaläo, il primo scandalo del partito dei lavoratori,
al potere dal 2002. E un altro caos è servito. Un'altra spina per Dilma.
L'opposizione festeggia convinta che ora Pizzolato parlerà ingrossando accuse,
vere e presunte. L'agonia continua.
venerdì 11 settembre 2015
Adios Kirchner, il Venerdì 11 settembre 2015
OMERO CIAI
BUENOS AIRES
C'è un modo facile facile per prendere il
polso all'Argentina. Bisogna andare nelle "cuevas" (grotte) di
Recoleta, il quartiere chic di Buenos Aires. Le cuevas sono i locali dove si comprano
o si vendono i dollari al mercato nero. Dall'esterno "le grotte" sono
irriconoscibili ma tutti sanno quali sono. Una porta di ferro senza insegne, un
campanello anonimo, una sala d'aspetto molto affollata, tutti in piedi perché
il via vai è rapido. Una delle eredità bastarde dell'epoca dei Kirchner - Nestor
(morto nel 2010) e sua moglie Cristina - che s'accinge a finire dopo 12 anni, è
proprio il controllo sugli acquisti di moneta Usa: c'è una quotazione ufficiale,
calmierata e sorvegliata, del dollaro; e un'altra, sul mercato libero, illegale
ma tollerato. La differenza tra le due, che oggi è superiore al 50%, dà un'idea
puntuale dello stato delle finanze del Paese. Più aumentano debito e inflazione,
più costa il dollaro. E gli argentini, che da sempre hanno zero fiducia nella
loro moneta nazionale, il peso, trascorrono le giornate cambiando. Dal dollaro
al peso e dal peso al dollaro, ovunque riescano a farlo. Quella sul valore ufficiale
del dollaro è una delle tante frottole di una sceneggiatura, quella
dell'Argentina felix, bella perché stoicamente autarchica e blindata contro la
globalizzazione, che ha fatto da backstage alla lunga stagione del kirchnerismo,
l'ennesima reincarnazione del peronismo.
La sera che siamo arrivati a Buenos Aires l'abbiamo trascorsa con Ismael
Bermudez, un principe del giornalismo economico del "Clarin" e bestia
nera della presidente, mentre i suoi colleghi, di tutti i giornali, gli
rendevano omaggio con una cena. "Senza il lavoro di Ismael - era il leit
motiv dell'ossequio - staremmo qui ancora a credere alle panzane dell'Indec
(l'Istat argentino, controllato dal governo) su inflazione e povertà". Il
giorno dopo è uscito il report dell'Uca, l'Università cattolica, istituzione
indipendente e molto vicina a Papa Francesco, secondo cui negli ultimi anni il
tasso di povertà è tornato a crescere e sfiora un terzo degli argentini, numero
molto superiore rispetto a quel 4,7% ufficiale che si son bevuti i buontemponi
della Fao premiando Cristina per le sue battaglie contro la fame mentre, in un
festival di spropositi, il portavoce del governo sosteneva che "in
Argentina ci sono meno poveri che in Germania".
Eppure Cristina Kirchner, 62 anni, presidente dal 2007 dopo
il marito Nestor, è uno dei pochi leader argentini che lascia il potere con un
indice d'approvazione positiva abbastanza alto, intorno al 40%. Una
spiegazione, insieme a quella dei suoi discorsi sempre molto infuocati contro
le banche e gli impreditori, è facile trovarla nella politica dei programmi
sociali e dei sussidi. C'è quello per le famiglie numerose, quello per i
giovani che non lavorano, quello per i pensionati poveri, quello per la salute
dei bambini. Un fiume di denaro, 15 miliardi di euro quest'anno, il 15% del
bilancio statale, che attraverso i "punteros", i delegati di zona
peronisti che controllano anche i voti, plana sulle "villas miseria",
le baraccopoli della sterminata provincia di Buenos Aires. Cristina ha programmi
per tutto e, in questi mesi elettorali, mentre la Banca centrale inonda
l'Argentina di denaro cash, ne rilancia uno a settimana. L'ultimo
"plan" si chiama "Renovar" e consente alla classe media di
cambiare il vecchio frigorifero e la vecchia lavatrice con un forte sconto che
finanzia lo Stato, a rate senza interessi. Poi ci sono i sussidi, dai trasporti
al riscaldamento, in un Paese dove la bolletta della luce è, letteralmente,
grazie alle sovvenzioni statali, più economica di un caffé. Una politica difficile
da sostenere a lungo, che gonfia sempre di più il deficit di bilancio ma che,
insieme ai continui aumenti, dovuti all'inflazione, di stipendi e pensioni,
garantisce a Cristina un ampio sostegno nelle classi popolari rinviando la
disgrazia dell'indebitamento nazionale a chi le succederà.
Lungo il Rio de la Plata i tempi della politica sono svelti.
Sette mesi fa, nelle settimane dell'indignazione per Alberto Nisman - il
procuratore che accusava la Kirchner e il suo ministro degli esteri di aver
stretto un patto diabolico con l'Iran sull'attentato all'Amia, il centro
ebraico saltato in aria vent'anni fa - trovato morto nel suo appartamento, la
presidente sembrava spacciata, quasi costretta a dimettersi prima della
scadenza del mandato. E invece è risorta di nuovo come l'Ave fenix. La tragica
fine di Nisman è ormai archiviata tra i grandi enigmi immortali e di lui non si
ricordano più nemmeno all'Itamae di Puerto Madero, il ristorante sushi con i
tavoli lungo il canale dove pranzava tutti i giorni. Se il peronismo è ancora, tra sogni irredenti
e deliri collettivi, soprattutto una mistica, un sentimento, bisogna ammettere
che Cristina Kirchner, con tutta la sua proverbiale superbia, ne ha interpretato
l'ennesima reinvenzione con grande astuzia, approfittando di un decennio di
boom economico, quello post bancarotta del 2001, ormai estinto, per affermarne
la vocazione più fortemente populista. Ha bloccato le importazioni, combattuto
le multinazionali, nazionalizzato la compagnia di bandiera, espropriato
l'holding petrolifera, cancellato il sistema privato delle pensioni e
annientato l'opposizione con ogni mezzo, lecito e illecito. Una divertente
definizione della ricetta Kirchner la dobbiamo a Fernando Gualdoni di El País:
"E' un cocktail con tre parti di peronismo degli anni Settanta, due di
socialismo bolivariano del XXI secolo, altre due di 'capitalismo per gli amici'
e, infine, una spruzzatina di marxismo da bar sport". Che però alla fine
non le è bastato per vincere l'unica campagna decisiva, quella che due anni fa
le avrebbe permesso di riformare la Costituzione, abolendo il divieto a ricandidarsi
per la terza volta consecutiva. "Ora
- dice cinico Jorge Lanata, famoso giornalista autore di un programma
d'inchieste in tv dove tutte le domeniche si fustiga Cristina - le converrebbe
perdere. Con l'opposizione al potere,
costretta a risanare i conti dello Stato tagliando sussidi e prebende, avrebbe
la possibilità di tornare tra quattro anni come la salvatrice dei poveri
d'Argentina". Perché se invece vincerà il suo attuale, ma niente affatto
amato delfino, Daniel Scioli, avrà poi tutto il tempo per affermare il suo
potere e lentamente Cristina scomparirà. "Il peronismo è un movimento
verticale - ammonisce Lanata -, non c'è posto per due leader. E tutti quelli
che oggi giurano fedeltà alla presidente, Scioli li metterà in riga".
Alla fine di ottobre, per le presidenziali, si affronteranno
Daniel Scioli, Mauricio Macri e Sergio Massa. Il primo, che è anche il
favorito, è il governatore peronista della provincia di Buenos Aires, dove
vivono quasi il 40% di tutti gli elettori; il secondo è l'ex sindaco
antiperonista della capitale; mentre il terzo incomodo, Massa, voltò le spalle
a Cristina per rifondare, un'altra volta, il peronismo. I primi due sono oriundi,
figli di genitori emigrati dall'Italia. E, comunque vada, tutto cambierà.
Mentre conta i giorni che l'avvicinano al suo addio al potere, Cristina lotta
contro i giudici che indagano sulle sue fortune materiali, un patrimonio
personale che s'è gonfiato per decine di milioni negli anni della presidenza, e
sogna l'eternità. Dopo aver intitolato in omaggio al marito Nestor, martire
della rinascita nazionale, piazze, strade e uffici pubblici, eretto statue e
mausolei, ha timbrato anche l'ultima opera di Stato: la trasformazione del
vecchio edificio delle Poste, dietro la plaza de Mayo, nel nuovo e immenso
"Centro culturale Kirchner", il Beaubourg di Buenos Aires. Intanto
che lei s'allontana e sembra che l'Argentina danzi ancora una volta intorno al
luogo del delitto, un altro crac del debito, non resta che citare lo scrittore
spagnolo Manuel Vicent, che una volta ha detto: "La mia passione per
l'Argentina è nata tanto tempo fa ma è rimasta sempre intatta perché continuo a
non capire niente di questo Paese. Si ama quello che non si capisce".
Il Cristo caduto, repsera 11 settembre 2015
Chissà se tutto è cominciato quel maledetto pomeriggio di
luglio 2014, quando la Seleçäo, la nazionale di calcio brasiliana,
dovette subire uno storico 7 a 1 dai tedeschi, in una disfatta tanto brutale
quanto inaudita che riempì di lacrime e vergogna i volti storditi di mezzo
Paese. D'altra parte, neanche a farlo
apposta, la semifinale mondiale fra Brasile e Germania si giocava nello stadio
di Belo Horizonte, la città della presidente Dilma Rousseff. La capitale dello
Stato di Minas Gerais dove Dilma è nata, è cresciuta, ha frequentato
l'Università e dove, dopo guerriglia contro la dittatura e galera, ha iniziato
a muovere i primi passi nella vita politica. Dalla batosta nel pallone - che
come sapete in Brasile è una religione nazionale tanto quanto la danza del
Samba - alla sentenza di Standard & Poor's, che ieri ha tagliato il rating
del debito brasiliano timbrando come "spazzatura" (Junk Bond) i buoni
del tesoro locali, il passo è breve. A ripensarci, infatti, anche i primi, veri
affondi, del pool dei giudici di Curitiba sullo scandalo Petrobras, il giro di
maxi tangenti tra politici e imprenditori intorno all'holding petrolifera
nazionale, che ha trasformato la crisi economica in catastrofe sociale e
politica, allargando di molto i confini e le possibili conseguenze di questo
declino, risalgono più o meno alle settimane successive alla capitolazione della
Seleçäo.
Così oggi lo stesso Paese che fino a due anni fa era il
"principe" dei Brics, la locomotiva economica capace di trainare
tutta l'America Latina fuori dal fango delle favelas, il Paese che era stato
capace di rovesciare la sua piramide sociale trasformando in classe media
spendacciona milioni di suoi ex poveri, si trova ad attraversare una tormenta
che soffia sempre più forte nelle stanze del Palazzo do Planalto, stupenda
opera d'architettura modernista di Neimeyr a Brasilia, dove Dilma Rousseff vive
ormai assediata con due terzi del Paese che non vede l'ora di disarcionarla.
L'ultimo sondaggio sulla popolarità della Presidenta è impietoso: appena il 17%
dei brasiliani l'approva, tutto il resto vuole, e al più presto, il suo scalpo.
Politico, ovviamente. E, agenzie di rating a parte, anche i dati economici sono
disastrosi soprattutto per una nazione che appena nel 2013 era tra quelle
"più felici" del globo terraqueo e certa delle "magnifiche sorti
e progressive" del suo prossimo futuro. Il Brasile è in recessione (-2%
del Pil), l'inflazione cresce (+8%) e il governo è costretto ad affrontare un
vigoroso taglio delle spese per contenere il deficit di bilancio, sforbiciando
esattamente dove aveva creato l'impulso per l'espansione del mercato interno,
ossia in quei robusti programmi sociali che sono stati per un decennio il fiore
all'occhiello del PT, il partito di Dilma e Lula, ormai sconvolto dagli
scandali del malaffare.
Se lo chiedi agli economisti, la risposta sulle ragioni del
botto brasiliano è facile, quasi elementare: sono mancate le riforme
strutturali. Il Brasile ha goduto di una lunga stagione di crescita, iniziata
più o meno insieme al primo governo di Inacio Lula Da Silva nel 2002,
trascinata dalle commodities, le materie prime di cui il Paese è ancora molto
ricco (grano, soia, zucchero, caffé, ferro, petrolio), ma appena i prezzi
internazionali sono calati c'è rimasto impigliato e, il "decennio
prodigioso" quando il Pil balzava in avanti del 7-9% ogni anno, s'è
infranto per il rallentamento della Cina, che qui comprava le materie prime, e
per la crisi del Venezuela e dell'Argentina. Paradossalmente i segnali c'erano
da tempo. Il primo a saltare fu Eike Batista, il miliardario self made man,
protagonista nel 2013 di una rumorosa bancarotta che all'epoca venne attribuita
alla sua cupidigia ma che conteneva già tutti gli elementi del disastro
attuale. Eike, non a caso, commerciava con i cinesi e sulla voracità di
Pechino, ghiotta di ferro e petrolio, aveva fondato il suo scalcinato, e ormai
terremotato, impero. Il resto lo hanno fatto le politiche del governo Dilma e
di quell'euforico Guido Mantega, l'ex ministro dell'economia, che mentre
continuava a gonfiare la spesa pubblica andava in giro affermando che in pochi
anni il Brasile sarebbe diventato la quinta, o magari anche la quarta, potenza
economica del mondo sbaragliando non solo la Gran Bretagna ma anche la
Germania.
Oggi il Brasile ha una nuova classe media che rischia di
tornare indietro ma soprattutto non ha nuovi servizi, nuove scuole e università
e ospedali per soddisfarla. Non ha allegerito la macchina pubblica, né
migliorato granché le sue infrastrutture e continua a finanziare posti di
lavoro con soldi che il bilancio dello Stato non ha più.
Quando Dilma Rousseff arrivò al potere, scelta da Lula per
succedergli alla guida del miracolo brasiliano, nel 2010, l'economia cresceva
al 7,5% e oltre 30 milioni di cittadini erano usciti dalla povertà: una svolta
epocale per il gigante sudamericano che seminò nuove speranze sulla possibilità
di combattere fame e esclusione sociale in tutta l'America Latina e non solo.
Ora l'illusione sembra perduta ma quello che è molto più grave per il Brasile è
lo scenario di disfacimento sociale e politico che accompagna le difficoltà
dell'economia. Gli scandali e la credibilità di Dilma, rieletta appena un anno
fa con un vantaggio molto scarso sul suo avversario. L'opposizione ha tentato,
per ora senza successo, un procedura di impeachment contro la presidente; poi ha scelto di
sedersi sul fiume aspettando che sia la crisi, peggiorando, a portarsela via.
Lei resiste e promette. Ma con poco successo. Mentre Lula, campione del
decennio dei miracoli, trascorre il suo tempo, scrivono i giornali, a maledire contro il governo e contro Dilma, stella cadente che lui stesso
creò.
martedì 23 giugno 2015
Fidel Castro, l'ultimo segreto (Repubblica, 22 giugno 2015)
BIRAN (CUBA). La grande fattoria di Ángel Castro a Biran, 800 km da L'Avana, dove nacquero Fidel, Raúl, e gli altri cinque figli che l'immigrato spagnolo ebbe con Lina Ruz, è a Cuba un monumento nazionale. Non lontano dall'abitazione principale, una grande casa di legno bianca e marrone rialzata come una palafitta, c'è un mausoleo familiare. Al centro una statua della Vergine e ai due lati le tombe del padre e della madre dei fratelli Castro. Subito dietro, disposti a semicerchio, i loculi per le tombe dei figli: tutti, tranne la primogenita Angelita, ancora vivi. C'è persino la tomba vuota di Juanita, la sorella del líder máximo che dopo la rivoluzione divenne agente della Cia e nel 1964 fuggì in Florida dove tuttora vive probabilmente ignara dell'urna a lei riservata nella casa paterna. Ma, sorpresa, nel sepolcro familiare non ci sono lapidi né per Fidel, né per Raúl. Sull'attuale presidente dell'isola non c'è alcun segreto: il cimitero di Raúl Castro è nel quartier generale del Secondo fronte, quello che diresse durante la guerriglia, e dove già riposa sua moglie Vilma Espin, a pochi chilometri da Santiago nell'estremo Est dell'isola. Il luogo di Fidel invece è top secret. La guida che ci accompagna nella visita alla fattoria è esplicita: "Il nostro comandante Fidel non ci ha ancora informati su dove vorrà essere seppellito ".
Nel mistero c'è una pista che porta fino a la Plata Alta, dove si trovava la base di comando di Fidel Castro nella Sierra Maestra negli anni della rivoluzione, sotto il Pico Turquino, la montagna più alta di Cuba (1974 metri). Nell'iconografia rivoluzionaria è consuetudine che i comandanti riposino nei luoghi delle loro gesta. È successo così per Che Guevara, i cui resti - o presunti tali - recuperati anni fa in Bolivia sono conservati a Santa Clara, la città dove vinse l'ultima battaglia della rivoluzione. E per Juan Almeida, l'unico comandante di colore, morto nel 2009 e sepolto nel mausoleo del Terzo fronte orientale, quello che guidò. E succederà così anche per Raúl. Ma nel caso di Fidel, che compirà 89 anni il prossimo 13 agosto, è soltanto un'ipotesi, anche perché la zona della Plata Alta è impervia e, per raggiungerla, servono diverse ore di cammino a piedi sulla Sierra, un luogo difficile da visitare per discepoli e turisti. Poi c'è il cimitero monumentale di Santa Ifigenia a Santiago. Posto citatissimo su Twitter come ultima destinazione delle ceneri del comandante en jefe perché ospita, insieme alla tomba del famoso leader dei Buena Vista Social Club, Compay Segundo; anche il mausoleo dell'eroe dell'indipendenza cubana, José Marti; e i sepolcri di molti dei compagni di Fidel Castro che persero la vita durante l'assalto al Cuartel Moncada, il 26 luglio del 1953. L'azione suicida contro una caserma dell'esercito che nella storiografia castrista è ricordata come l'inizio della rivolta contro la dittatura. Si dice, ma non è altro che un rumor popolare, che Fidel abbia affermato più volte di voler riposare al lato dei martiri di quell'impresa. Infine ci sono altri due luoghi che potrebbero alla fine ospitare le spoglie del comandante per la futura memoria dei posteri. La piazza della rivoluzione all'Avana, dove ci sono il palazzo e gli uffici dai quali per quasi cinquant'anni, fino al 2006, ha gestito le sorti del Paese, e il cimitero Colon, quello monumentale della capitale cubana.
Quello che non deve stupire però è la persistenza del mistero anche ora che le sue condizioni di salute sono diventate più precarie. Tutta la vita privata di Fidel Castro è stata sempre protetta dal segreto e proibita persino ai suoi parenti. Quando negli anni Ottanta Alejandro, l'unico figlio maschio di Raúl, conobbe per caso uno dei figli di Fidel il padre, travolto dall'emozione, organizzò una cena a Varadero per festeggiare l'incontro tra i due cugini. Accadde anche che un figlio di Fidel iniziasse a corteggiare una delle figlie di Raúl durante un seminario universitario estivo perché non sapeva che era sua cugina e gli uomini della scorta furono costretti a dissuaderlo. L'ossessione per la segretezza del comandante è tale che, almeno fino a qualche anno fa, l'accesso alla sua residenza di Punto Cero, la fattoria dove vive all'Avana con la moglie Dalia, era vietato sia a Raúl e alla sua famiglia che a Ramon, il fratello più grande. E quando la giornalista americana Ann Louise Bardach rivelò che Fidel Castro aveva, oltre ad Alina, un altro figlio segreto e non riconosciuto, Abel, con la sua interprete dall'inglese, le venne subito negato il visto per entrare nell'isola.
Nel mistero c'è una pista che porta fino a la Plata Alta, dove si trovava la base di comando di Fidel Castro nella Sierra Maestra negli anni della rivoluzione, sotto il Pico Turquino, la montagna più alta di Cuba (1974 metri). Nell'iconografia rivoluzionaria è consuetudine che i comandanti riposino nei luoghi delle loro gesta. È successo così per Che Guevara, i cui resti - o presunti tali - recuperati anni fa in Bolivia sono conservati a Santa Clara, la città dove vinse l'ultima battaglia della rivoluzione. E per Juan Almeida, l'unico comandante di colore, morto nel 2009 e sepolto nel mausoleo del Terzo fronte orientale, quello che guidò. E succederà così anche per Raúl. Ma nel caso di Fidel, che compirà 89 anni il prossimo 13 agosto, è soltanto un'ipotesi, anche perché la zona della Plata Alta è impervia e, per raggiungerla, servono diverse ore di cammino a piedi sulla Sierra, un luogo difficile da visitare per discepoli e turisti. Poi c'è il cimitero monumentale di Santa Ifigenia a Santiago. Posto citatissimo su Twitter come ultima destinazione delle ceneri del comandante en jefe perché ospita, insieme alla tomba del famoso leader dei Buena Vista Social Club, Compay Segundo; anche il mausoleo dell'eroe dell'indipendenza cubana, José Marti; e i sepolcri di molti dei compagni di Fidel Castro che persero la vita durante l'assalto al Cuartel Moncada, il 26 luglio del 1953. L'azione suicida contro una caserma dell'esercito che nella storiografia castrista è ricordata come l'inizio della rivolta contro la dittatura. Si dice, ma non è altro che un rumor popolare, che Fidel abbia affermato più volte di voler riposare al lato dei martiri di quell'impresa. Infine ci sono altri due luoghi che potrebbero alla fine ospitare le spoglie del comandante per la futura memoria dei posteri. La piazza della rivoluzione all'Avana, dove ci sono il palazzo e gli uffici dai quali per quasi cinquant'anni, fino al 2006, ha gestito le sorti del Paese, e il cimitero Colon, quello monumentale della capitale cubana.
Quello che non deve stupire però è la persistenza del mistero anche ora che le sue condizioni di salute sono diventate più precarie. Tutta la vita privata di Fidel Castro è stata sempre protetta dal segreto e proibita persino ai suoi parenti. Quando negli anni Ottanta Alejandro, l'unico figlio maschio di Raúl, conobbe per caso uno dei figli di Fidel il padre, travolto dall'emozione, organizzò una cena a Varadero per festeggiare l'incontro tra i due cugini. Accadde anche che un figlio di Fidel iniziasse a corteggiare una delle figlie di Raúl durante un seminario universitario estivo perché non sapeva che era sua cugina e gli uomini della scorta furono costretti a dissuaderlo. L'ossessione per la segretezza del comandante è tale che, almeno fino a qualche anno fa, l'accesso alla sua residenza di Punto Cero, la fattoria dove vive all'Avana con la moglie Dalia, era vietato sia a Raúl e alla sua famiglia che a Ramon, il fratello più grande. E quando la giornalista americana Ann Louise Bardach rivelò che Fidel Castro aveva, oltre ad Alina, un altro figlio segreto e non riconosciuto, Abel, con la sua interprete dall'inglese, le venne subito negato il visto per entrare nell'isola.
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| Plata Alta, Sierra Maestra. La comandancia di Fidel Castro |
mercoledì 3 giugno 2015
I gringos tornano all'Avana Repubblica 28 maggio 2015
L’AVANA. Alle sette di sera, la grande hall del Melià Cohiba, uno dei pochi alberghi cinque stelle dell’Avana, è in ebollizione. Frusciano gli abiti di lino e seta indossati per sopportare il calore umido e afoso dei Caraibi. Via vai di ricchi mercanti d’arte, esperti, professori, artisti. Moltissimi americani, qualche tedesco, alcuni francesi che, dopo aver visitato le sale della Biennale d’arte sul Morro della Cabaña, ora sciamano verso i Paladar (i ristoranti gestiti dai privati) della città.
Da “Santi”, sempre pieno, il miglior pesce fresco dell’Avana, o da “Starbien”, oppure all’”Idillio”. Gazpacho e aragostine. Se qualcosa per ora ha ottenuto l’avvio della pace con Obama è il boom del turismo statunitense. Sono tornati i “gringos” che fremono per salire sulle “oldsmobile” scappottate, surgelate dagli anni Cinquanta, ora riverniciate e splendenti, e scivolare sudaticci lungo il Malecón, il leggendario lungomare della capitale cubana, con un mojito tra le mani ascoltando il rituale “chan chan” di Compay Segundo. Un selfie e via nel rosa caldo del tramonto, tutti pazzi per l’Avana: sigari, mulatte e rum.
Alla vigilia della riapertura delle ambasciate, nei primi quattro mesi dell’anno più di 50mila americani sono arrivati a Cuba grazie alle nuove regole di Washington sui permessi per visitare l’isola, il 36% in più del 2014. Ma è raddoppiato anche il numero di quelli che vengono senza chiederlo il permesso, evitando i voli diretti con uno scalo, in Messico o a Panama, prima di raggiungere il miraggio proibito. Come Marianna che ha “triangolato” su Cancun per arrivare qui a fare le linguacce davanti a una parete colma di foto del líder máximo e comprare quadri di artisti cubani che spera di rivendere nelle gallerie di New York. Così l’Avana all’improvviso parla inglese negli ascensori, sui taxi, ai tavoli dei ristoranti e lungo le viuzze sconnesse del centro coloniale. Ad annusare il cambiamento arrivano deputati del Congresso Usa, società d’import export, organizzazioni caritatevoli, e perfino due nipoti di Hemingway, John e Patrick, che hanno ottenuto il via libera per partecipare con le loro barche a una gara di pesca e che, per la prima volta, hanno potuto fare lo stesso viaggio del nonno Ernest: via mare da Key West, ultimo lembo degli States, fino a un porticciolo dell’Avana che si chiama, appunto, Marina Hemingway. Le 90 miglia dello Stretto finora proibite da decenni d’embargo.
Gli alberghi sono pieni così come le centinaia di stanze delle piccole locande a conduzione familiare aperte dai cosiddetti “cuentapropistas”, i lavoratori in proprio, embrione del nuovo modello economico post socialista. Così Cuba è work in progress anche se nessuno può dire dove andrà. Alessandro, un imprenditore italiano che lavora qui da vent’anni, conferma che il mercato s’è messo in moto. «Dall’estero le banche mi offrono credito per investire qui, cosa mai successa prima ». Una società canadese vuole iniettare milioni di dollari nella produzione di biogas e per la zona franca del porto di Mariel ci sono progetti da 300 imprese straniere. Agroalimentare, elettronica, chimica e industria leggera. Fino a oggi il governo ne ha ap- provati soltanto cinque, il più consistente con Hotelsa, una azienda alimentare spagnola. I bocconi pregiati però stanno nell’immobiliare: terreni per costruire intorno alla capitale o i palazzetti sudici del lungomare da ristrutturare e che oggi si possono ancora comprare con cifre irrisorie — meno di 100 mila dollari — anche se per gli stranieri la procedura resta complessa. E poi i nuovi alberghi e le infrastrutture per far fronte, se finalmente cade “el bloqueo” americano, al turismo stelle e strisce che oggi è poco più di un gocciolio ma presto potrebbe diventare un’invasione.
Denaro da investire sul futuro dell’isola sembra essercene anche troppo. Una società inglese ha appena chiuso un accordo in joint-venture per costruire due centri residenziali, villette turistiche e campi da golf. Mentre si parla di demolire e rifare l’antico hotel Riviera, gioiellino d’architettura, famoso per aver ospitato i casinò di Lucky Luciano e della mafia americana prima del ‘59. Matteo però brontola e teme che tutto questo fervore sia soltanto «una bolla» politica. Esperto del business a Cuba rappresenta grandi ditte multinazionali che vogliono entrare nell’affare della ristrutturazione dei porti dell’isola e preparare il terreno all’arrivo degli yacht dalla Florida. Per ora fa soltanto molta anticamera: «Qui pianificano per il quinquennio dal 2030 — sbuffa — c’è una burocrazia di formazione sovietica che rappresenta una casta spaventata dalle novità, un muro di gomma contro il quale rimbalza chiunque viene a investire».
In teoria le nuove regole sarebbero chiare. L’assemblea del Poder popular, il Parlamento che si riunisce due volte l’anno, ha stabilito per esempio che tutti i ristoranti di Stato, quelli di solito schivati dai turisti esperti perché si mangia malissimo, debbano essere dati in gestione a cooperative per migliorare il servizio e stimolare l’iniziativa privata. «Ma intanto — aggiunge Matteo — da sei mesi stanno facendo un censimento perché in realtà nessuno conosceva il numero dei ristoranti di Stato». Con la corruzione il governo è inflessibile. Tempo fa hanno decapitato tutta la struttura dirigenziale di Habaguanex, la piccola holding turistica inventata da Eusebio Leal, uno storico urbanista amico di Fidel, che ha rinnovato a partire dagli anni Novanta molti edifici del centro. Sono finiti in galera una cinquantina di manager locali, sostituiti da funzionari delle Forze armate, i tecnocrati di Raúl. Ora l’appuntamento politico a cui tutti guardano è l’anno prossimo con il Congresso del Partito comunista. Evento dal quale dovrebbero emergere segnali decisivi. A cominciare dalla successione a Raúl Castro, 84 anni, che ha promesso di lasciare il potere entro il 2018.
Sul fronte dei diritti non è cambiato quasi niente. E qualche situazione è paradossale. Sono ancora vietatissime, per esempio, le parabole per la tv satellitare che qualcuno nasconde nei cassoni dell’acqua sui tetti dei condomini. Però c’è il “paquete”, una pen drive, che costa meno di due dollari e arriva nelle case illegalmente tutte le settimane, dove ci sono registrate centinaia di ore dai network americani: film, serie tv, telegiornali, baseball. C’è persino Kevin Spacey, altro che l’ingessatissima tv di Stato. Gli oppositori però sono mosche bianche. L’altro giorno, all’apertura della Biennale, un cantante rock iconoclasta, Gorky Aguila, è finito in carcere per qualche ora dopo aver cercato di esporre all’ingresso del Museo delle Belle Arti un drappo con sopra scritto: «Libertad». Mentre un noto vignettista, El Sexto, che ha appena ricevuto il premio Vaclav Havel alla libertà d’espressione, è in galera da Natale. Il cambiamento è destinato ad andare piano, anzi pianissimo, perché l’ultima cosa che desidera l’élite del partito comunista è rischiare di perderne il controllo.
Da “Santi”, sempre pieno, il miglior pesce fresco dell’Avana, o da “Starbien”, oppure all’”Idillio”. Gazpacho e aragostine. Se qualcosa per ora ha ottenuto l’avvio della pace con Obama è il boom del turismo statunitense. Sono tornati i “gringos” che fremono per salire sulle “oldsmobile” scappottate, surgelate dagli anni Cinquanta, ora riverniciate e splendenti, e scivolare sudaticci lungo il Malecón, il leggendario lungomare della capitale cubana, con un mojito tra le mani ascoltando il rituale “chan chan” di Compay Segundo. Un selfie e via nel rosa caldo del tramonto, tutti pazzi per l’Avana: sigari, mulatte e rum.
Alla vigilia della riapertura delle ambasciate, nei primi quattro mesi dell’anno più di 50mila americani sono arrivati a Cuba grazie alle nuove regole di Washington sui permessi per visitare l’isola, il 36% in più del 2014. Ma è raddoppiato anche il numero di quelli che vengono senza chiederlo il permesso, evitando i voli diretti con uno scalo, in Messico o a Panama, prima di raggiungere il miraggio proibito. Come Marianna che ha “triangolato” su Cancun per arrivare qui a fare le linguacce davanti a una parete colma di foto del líder máximo e comprare quadri di artisti cubani che spera di rivendere nelle gallerie di New York. Così l’Avana all’improvviso parla inglese negli ascensori, sui taxi, ai tavoli dei ristoranti e lungo le viuzze sconnesse del centro coloniale. Ad annusare il cambiamento arrivano deputati del Congresso Usa, società d’import export, organizzazioni caritatevoli, e perfino due nipoti di Hemingway, John e Patrick, che hanno ottenuto il via libera per partecipare con le loro barche a una gara di pesca e che, per la prima volta, hanno potuto fare lo stesso viaggio del nonno Ernest: via mare da Key West, ultimo lembo degli States, fino a un porticciolo dell’Avana che si chiama, appunto, Marina Hemingway. Le 90 miglia dello Stretto finora proibite da decenni d’embargo.
Gli alberghi sono pieni così come le centinaia di stanze delle piccole locande a conduzione familiare aperte dai cosiddetti “cuentapropistas”, i lavoratori in proprio, embrione del nuovo modello economico post socialista. Così Cuba è work in progress anche se nessuno può dire dove andrà. Alessandro, un imprenditore italiano che lavora qui da vent’anni, conferma che il mercato s’è messo in moto. «Dall’estero le banche mi offrono credito per investire qui, cosa mai successa prima ». Una società canadese vuole iniettare milioni di dollari nella produzione di biogas e per la zona franca del porto di Mariel ci sono progetti da 300 imprese straniere. Agroalimentare, elettronica, chimica e industria leggera. Fino a oggi il governo ne ha ap- provati soltanto cinque, il più consistente con Hotelsa, una azienda alimentare spagnola. I bocconi pregiati però stanno nell’immobiliare: terreni per costruire intorno alla capitale o i palazzetti sudici del lungomare da ristrutturare e che oggi si possono ancora comprare con cifre irrisorie — meno di 100 mila dollari — anche se per gli stranieri la procedura resta complessa. E poi i nuovi alberghi e le infrastrutture per far fronte, se finalmente cade “el bloqueo” americano, al turismo stelle e strisce che oggi è poco più di un gocciolio ma presto potrebbe diventare un’invasione.
Denaro da investire sul futuro dell’isola sembra essercene anche troppo. Una società inglese ha appena chiuso un accordo in joint-venture per costruire due centri residenziali, villette turistiche e campi da golf. Mentre si parla di demolire e rifare l’antico hotel Riviera, gioiellino d’architettura, famoso per aver ospitato i casinò di Lucky Luciano e della mafia americana prima del ‘59. Matteo però brontola e teme che tutto questo fervore sia soltanto «una bolla» politica. Esperto del business a Cuba rappresenta grandi ditte multinazionali che vogliono entrare nell’affare della ristrutturazione dei porti dell’isola e preparare il terreno all’arrivo degli yacht dalla Florida. Per ora fa soltanto molta anticamera: «Qui pianificano per il quinquennio dal 2030 — sbuffa — c’è una burocrazia di formazione sovietica che rappresenta una casta spaventata dalle novità, un muro di gomma contro il quale rimbalza chiunque viene a investire».
In teoria le nuove regole sarebbero chiare. L’assemblea del Poder popular, il Parlamento che si riunisce due volte l’anno, ha stabilito per esempio che tutti i ristoranti di Stato, quelli di solito schivati dai turisti esperti perché si mangia malissimo, debbano essere dati in gestione a cooperative per migliorare il servizio e stimolare l’iniziativa privata. «Ma intanto — aggiunge Matteo — da sei mesi stanno facendo un censimento perché in realtà nessuno conosceva il numero dei ristoranti di Stato». Con la corruzione il governo è inflessibile. Tempo fa hanno decapitato tutta la struttura dirigenziale di Habaguanex, la piccola holding turistica inventata da Eusebio Leal, uno storico urbanista amico di Fidel, che ha rinnovato a partire dagli anni Novanta molti edifici del centro. Sono finiti in galera una cinquantina di manager locali, sostituiti da funzionari delle Forze armate, i tecnocrati di Raúl. Ora l’appuntamento politico a cui tutti guardano è l’anno prossimo con il Congresso del Partito comunista. Evento dal quale dovrebbero emergere segnali decisivi. A cominciare dalla successione a Raúl Castro, 84 anni, che ha promesso di lasciare il potere entro il 2018.
Sul fronte dei diritti non è cambiato quasi niente. E qualche situazione è paradossale. Sono ancora vietatissime, per esempio, le parabole per la tv satellitare che qualcuno nasconde nei cassoni dell’acqua sui tetti dei condomini. Però c’è il “paquete”, una pen drive, che costa meno di due dollari e arriva nelle case illegalmente tutte le settimane, dove ci sono registrate centinaia di ore dai network americani: film, serie tv, telegiornali, baseball. C’è persino Kevin Spacey, altro che l’ingessatissima tv di Stato. Gli oppositori però sono mosche bianche. L’altro giorno, all’apertura della Biennale, un cantante rock iconoclasta, Gorky Aguila, è finito in carcere per qualche ora dopo aver cercato di esporre all’ingresso del Museo delle Belle Arti un drappo con sopra scritto: «Libertad». Mentre un noto vignettista, El Sexto, che ha appena ricevuto il premio Vaclav Havel alla libertà d’espressione, è in galera da Natale. Il cambiamento è destinato ad andare piano, anzi pianissimo, perché l’ultima cosa che desidera l’élite del partito comunista è rischiare di perderne il controllo.
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